La sala del Corso Cinema Teatro ai tempi del cinema muto
Si è inaugurato, con immenso concorso di pubblico, il nuovo Corso Cinema Teatro, dei F.lli Marino. L’interno del locale piace a tutti per la sua costruzione, per le linee e tinte semplici ed eleganti e per la bella distribuzione di luci e colori; ma la facciata è oggetto dei più aspri commenti. Ai più non piace, e la vorrebbero a terra; qualche altro – e sono in pochi – vede che non stona e può piacere.
Il locale si è inaugurato con Carnevalesca, della Cines, interprete la Borelli. Per quanto il film sia bene eseguito, il pubblico lo accolse con ostilità.
Il pubblico domanda delle opere che parlino per noi, non delle frasi che parlino delle nostre opere. Ricordando l’accoglienza ultra benevola che il pubblico ha fatto a Judex e a Barrabas, la gratitudine m’impone di dire qualche cosa.
Eccomi quindi con la penna in mano, curvo sulla tavola del mio laboratorio ove sono posate ventisei bobine di film, ventisei dischi neri e lucenti uno sull’altro che pare attendano l’arrivo del discobolo che li deve lanciare nella pista. Sono fatti di materia preziosa nella quale sono amalgamati degli elementi venuti da tutte le parti del mondo: canfora di Formosa, nitrato di Chili, cotone di dovunque, innominabili prodotti chimici elaborati nelle formidabili officine coronate da fumaioli ciclopici. Un calcolatore potrebbe dirvi che vi è là dieci chilometri di film, con un totale di 520.000 immagini, e che ciò rappresenta una somma considerevole. Ed io potrei dirvi quanti mesi di lavoro ciò mi costa, quale pazienza, quali lotte contro gli uomini e contro gli elementi. Ora tutto ciò di fronte al giudizio del pubblico rappresenta zero. La sola cosa che conta è sapere se da questa massa di film si desti un principessa addormentata, che un mago risveglierà fra poco sotto il raggio della lampada meravigliosa, voglio dire una bella storia. Ecco il punto essenziale, la storia, il racconto, la finzione, il sogno, il resto non è che materia. Così la cosa più vecchia del mondo, che è la favola assoggetta ai suoi immortali capricci le più moderne invenzioni; le scoperte più prodigiose in luogo di sostituirla nello spirito umano, non servono che a ringiovanirla.
Louis Feuillade (19 febbraio 1873 – 25 febbraio 1925)
Maître des lions et des vampires – Louis Feuillade, Francis Lacassin (Pierre Bordas & fils 1995)
Feuillade was a Southerner, and the secret of his work must be sought in his childhood, in a village cradled in the vineyards halfway between Montpellier and the shores of the Mediterranean. Louis Jean Feuillade was the fifth child of Marie Avesque and Barthélémy Feuillade, born at Lunel on February 19th, 1873, in a house in the Place de la République (see the house on Google Maps) whose façade still bears the inscription of his father’s profession: Commissionaire en vins (wine merchant). Quite early on he displayed the characteristic features of his countrymen – the singsong accent, the easy-going nature, the passion for bullfighting, the merciless wit, the sudden bursts of noisy, hermless and quickly-appeased anger. In adolescence, his own personality began to emerge over these characteristics in a liking for practical jokes and a taste for poetry, which he declaimed in cafés to applause from his friends. And instinct for the theatrical sent him up on stage during local festivities to reveal an irresistible gift for comedy.