… dei bagnanti che si buttavano a mare dal trampolino di uno stabilimento
Anche quando ero bambino, un giorno mi dissero:
— Vieni a vedere il cinematografo. E’ un po’ caro, perchè costa sei soldi. Ma è una cosa curiosa. — Io trovai uno zio che mi pagò sei soldi, e andai a vedere con lui la cosa curiosa: in un localetto scuro, da Lelieure (sic), al vicolo del Mortaro. Lo spettacolo era interessante, come si direbbe adesso, dal vero: Re Umberto tutto baffi e occhi che passava una rivista, e poi la gente che andava pel Corso sul mezzogiorno, e poi dei bagnanti che si buttavano a mare dal trampolino d’uno stabilimento, sollevando di grandi spruzzi candidi tutt’intorno.
Ma, forse a motivo che la proiezione tremava molto e dava fastidio agli occhi, lo spettacolo era breve. Non tanto però da escludere una specie di scena comica finale: la quale consisteva nel proiettare le films alla rovescia, sotto gli occhi degli spettatori. E allora tutti a ridere vedendo uomini e carrozze pel Corso camminare tranquilli all’indietro; e il mare donde schizzavan fuori i bagnanti, preceduti dagli spruzzi, fino a risaltar sul trampolino. Risi anch’io molto; e catalogai mentalmente questo genere di balocco fra altri che già conoscevo: la lanterna magica, lo stereoscopio, il lamposcopio, le figure mobili, ecc. Poi me ne scordai. Di certo il Cinematografo, col C maiuscolo, in quel tempo ancora non esisteva.
Silvio D’Amico (Il cinematografo non esiste, In Penombra, settembre 1918)
Silvio D’Amico, critico e storico teatrale italiano, nato a Roma il primo febbraio 1887.
Come ho ricordato in un post, tanto tempo fa, le prime proiezioni del Cinematografo Lumière a Roma ebbero luogo in un locale al piano terra proprietà del fotografo Henry Le Lieure. Una targa di ottone nell’attuale Via del Mortaro ricorda questo evento:
Roma, 6 ottobre 1995 – ore 12
L’Unione Autori Cinematografici con il Patrocinio della U.N.U.A.D.E.I. Provincia di Roma promuove il PREMIO INTERNAZIONALE LUMIERE in occasione del Centenario del Cinema (1895-1995) a ricordo della Prima Proiezione Cinematografica (in 6 quadri – costo del biglietto 50 centesimi) avvenuta qui, in via del Mortaro, n. 14/17 presso lo studio fotografico di Henry De Lieure (sic) dove oggi si trova l’attuale Ristorante Le Grondigi.
Bello vero? Purtroppo in questa bella targa piena di riferimenti (e pubblicità subliminale), manca un dato fondamentale, e cioè la data della prima proiezione a Roma: venerdì 13 marzo 1896. Se vogliamo essere precisi, le prime proiezioni del Cinematografo Lumière furono eseguite al Museo Foto-Elettrico Le Lieure, vicolo del Mortaro n. 17.
Romani ed ospiti della Città Eterna possono recarsi sul luogo per accertamenti.
il regista napoletano Eduardo Bencivenga (Edoardo)
Roma, luglio 1923. «Con questo titolo, è stato presentato, sotto gli auspici del Ministero della Marina, il film che riconsacra l’eroismo marinaro d’Italia. Lo straordinario spettacolo ebbe luogo all’« Augusteo » di Roma, la sera del 14 corr. dinanzi a S. M. il Re, S. A. R. il Principe Umberto, l’Ammiraglio Thaon de Revel, il comandante Rizzo e ad un eletto pubblico, che seguì col più profondo interesse e salutò col più vivo entusiasmo i quadri in cui rivivevano l’audacia e l’eroismo dell’affondatore della dreadnought austriaca « Santo Stefano », il comandante Rizzo. Il film fu fatto a cura dell’«Unione Cinematografica » la quale girò le grandi scene della storica ricostruzione a Pola e a Premuda : a Pola, il protagonista insigne della grandiosa azione navale, il comandante Rizzo, fu pure il protagonista della riproduzione cinematografica; anzi egli ebbe a dichiarare ch’è più facile affondare seriamente una nave in guerra, che non dinanzi all’obiettivo d’un operatore. L’eroico Comandante, parlando del film, affermò ch’è un’opera perfetta, per la fedeltà con cui furono ricostruite tutte le fasi della celebre battaglia, tanto più che fu possibile, per una parte di esse, servirsi di scene già girate da apparecchi austriaci, scene che furono rintracciate tra documenti scoperti dopo la guerra.
Così, grazie all’abilità ed al buon volere di tutti, fu possibile avere un film-documento preziosissimo, che rimarrà ad eternare gli audaci eroismi della nostra Marina.
Oltre al comandante Rizzo, devono essere estese le lodi, come artisti cinematografici, a: Sandro Virgile, il distinto attore romano, che sostenne la parte del giovane Comandante della « Santo Stefano », al sig. Bencivegna, che fu il meraviglioso metteur-en-scène dell’eccezionale lavoro, ai signori Gengarelli e Giordani, che si dimostrarono abilissimi operatori.
Il folto ed eletto pubblico che gremiva l’Augusteo, terminata la splendida visione cinematografica, fece un’imponente dimostrazione al Comandante Rizzo e alla Marina.»
Questa “fiction”, girata al porto di La Spezia viene scambiata nelle diverse fonti come un documentario (dal vero), e la produzione attribuita al Luce, inoltre la filmografia di Edoardo Bencivenga si arricchisce di un titolo in più (i vari database lo danno per scomparso – come regista – dopo il 1921), e abbiamo anche due nuovi attori del cinema italiano: il romano Sandro Virgile, e l’ammiraglio Luigi Rizzo, alla sua prima ed unica apparizione sullo schermo. Nel caso, improbabile, che non sapete niente sull’argomento di questo film fate una ricerca su internet con le parole: Impresa di Premuda.
“Nel pieno vigore delle sue forze fisiche e nella piena maturità del suo ingegno, dopo breve ma gravissima e penosa malattia, alle ore 24 del 20 aprile è morto in Roma, nella sua casa di via Boezio 7, il regista Amleto Palermi. Era nato a Roma, l’11 luglio 1889.”
Con l’improvvisa scomparsa di Amleto Palermi (si può dire ch’egli sia morto sul lavoro avendo appena iniziato un nuovo film La donna senza nome) la cinematografia italiana perde uno dei suoi elementi migliori, uno dei suoi artefici più rappresentativi, il lutto non è soltanto del nostro cinema ma anche del cinema europeo, al quale Palermi diede — e non solamente nel periodo del muto — film memorandi.
A diciassette anni Palermi entrò in giornalismo e cominciò a scrivere commedie in dialetto (egli era siciliano) e in lingua, riscuotendo lusinghieri successi.
Le commedie: ‘U lupu (1909), compagnia di Micio Grasso, teatro Garibaldi di Palermo; Amuri foddi (1912), compagnia Marazzi-Diligenti, teatro dei Fiorentini di Napoli; La vela grande (1913) compagnia di Giovanni Grasso, teatro la Pergola di Firenze; Il primo amore (1919) compagnia di Giovanni Grasso, teatro Eliseo di Roma; Il Tesoro d’Isacco (1920) compagnia di Giovanni Grasso, teatro Sannazaro di Napoli.
Poi, come Oxilia, Camasio e Zorzi — suoi colleghi di teatro —, si avvicinò al cinema che allora al pari di oggi si nutriva di teatro. Il 14 febbraio 1914 Palermi iniziò la sua attività di regista alla Film Artistica Gloria di Torino: aveva venticinque anni e il film che gli venne affidato s’intitolava: Colei che tutto soffre: e vi prendevano parte come interpreti: Mario Bonnard, Maria Caserini, Vittorio Rossi Pianelli, Fanny Ferrari e Mimi Aylmer.
Palermi asseriva d’esser anzitutto soggettista e sceneggiatore e poi regista, « Faccio il regista — egli diceva — per evitare tradimenti o cattive interpretazioni ». Non era un parlare a vuoto, codesto, perch’egli era cosciente delle proprie qualità e possibilità: non pretendeva mai di agire oltre i suoi limiti; limiti che egli stesso si imponeva sovente.
Dirigendo voleva completa libertà d’azione: anche se il soggetto era suo, se la sceneggiatura era sua e già definita in ogni particolare, amava mutarla rinnovarla vivificarla in sede di lavorazione secondo che il suo estro, la sua sbrigliata fantasia gli dettavano durante la stessa ripresa. In ogni suo film si notano questi momenti di felice intuizione, questi attimi di genialità che risolvono sempre una situazione incerta o avvivano un’azione fiacca o colorano una recitazione sbiadita o rinvigoriscono una debole sceneggiatura.
Direi che questa era la sua maggior dote, derivante dal profondo senso del cinema ch’era in lui, dalla specialità di vedere e di pensare cinematograficamente a bagliori, dalla facilità quasi estemporanea di narrare cinematograficamente, i suoi film, infatti, scorrono senza soste, senza rallentamenti, placidi e tranquilli come un calmo e ampio fiume; sono chiari come concezione, semplici come narrazione, aperti come comprensione.
E’ una stretta conseguenza di ciò il grande favore popolare che riscuoteva Palermi, favore che si concretò con il referendum indetto dalla rivista « Cinema » tra i suoi lettori dal novembre 1939 al gennaio 1940. Amleto Palermi fu acclamato primo regista italiano con 9.950 voti (seguiva Camerini con 9.462 voti) ; e due dei suoi ultimi film, Cavalleria rusticana e Follie del secolo ottennero il 2. e il 3. posto (il primo toccò a Luciano Serra pilota).
In verità Palermi dimostrò in varie occasioni di essere il più eclettico, il più pronto, il più aggiornato (dei suoi coetanei) regista italiano; di saper dirigere il film d’eccezione e quello di produzione corrente, il film in costume e quello moderno, il film comico e quello drammatico, il film psicologico e quello storico. In ventisette anni di incessante attività registica, egli conta i successi più numerosi. La sua esperienza incalcolabile gli valeva molto per rimanere sempre in equilibrio e risolvere i casi più difficili e disperati e aveva il grande pregio di saper realizzare senza sdegni o mortificazioni anche un film (e diversi ne realizzò) in cui non occorresse tanto gusto o cultura (che certo non gli mancavano) quanto pratica della macchina e scioltezza nell’inquadratura. Egli era capace di passare dal soggetto alla presa diretta senza l’ausilio della sceneggiatura scritta: la inventava al momento di girare. Credo che per ciò egli sia stato il regista ideale per il produttore italiano: l’ha fatto sempre guadagnare, mai rimettere.
Lavoratore instancabile egli consumò giorno per giorno il suo corpo e il suo cervello, le sue energie fisiche e spirituali che sembravano inesauribili. Egli non conosceva, forse, il motto di Ludovico Antonio Muratori : « Non il riposo ma il mutar fatica alla fatica sia solo ristoro » ; non lo conosceva ma lo attuava, logorandosi senza posa. Il suo cervello era continuamente in azione, ovunque si trovasse, a qualunque cosa attendesse: egli prendeva sul serio il suo lavoro di uomo del cinema, ch’era la sua vita.
Con la sua aria un po’ ironica e alquanto scanzonata, con il suo volto sorridente, gli occhi dallo sguardo puntuto che ti squadravano dentro; provvisto di una mimica prodigiosa, di una mobilità facciale sorprendente, di una resistenza eccezionale, di una vivacità unica; con il suo cuore aperto e fraterno di siciliano puro, con il suo fare cordiale e cameratesco Amleto Palermi era insieme un artista e un uomo simpaticissimo che non voleva male a nessuno e si faceva amare da tutti amici e nemici (se ne aveva).
E tutti oggi sentiamo il vuoto, il grande vuoto che egli ha lasciato nelle file del cinema.
F. C.(1)
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Amleto Palermi, direttore artistico della Cines 1918
Amleto Palermi è morto pochi giorni fa. Era nato a Roma l’11 luglio 1890, il cinematografo italiano, che per tanti anni lo ha visto, pronto ed attivo, tra le sue file, denuncia oggi una perdita che va al di là dei valori e di una classificazione puramente fredda ed accademica della sua opera complessiva, ma deve soprattutto tener presente il fatto umano. Perciò la perdita di Amleto Palermi deve anzitutto essere sentita da un punto di vista sentimentale e materiale: non bisogna infatti dimenticare che Palermi non soltanto aveva fermamente creduto nel cinema italiano, al quale aveva dato sinceramente la parte migliore di sé, tutto il suo entusiasmo, la sua fede, la sua giovinezza, ma che rappresentava, in questo cinema, proprio una delle parti migliori e più solide. I suoi film restano insomma tra le cose positive e realizzate, e qualcuno di essi tra le cose migliori che questo cinema aveva saputo offrire al suo pubblico.
La vecchia signora, Napoli d’altri tempi, Follie del secolo; Cavalleria rusticana, I tre misantropi, La peccatrice, sono tra i film più importanti e più significativi della nostra produzione dal 1930 in poi. Tra tutti questi film vanno poi staccate le sequenze e i brani di vita paesana, che Palermi, come altri nostri registi, sentiva in maniera particolare. Un gusto preciso dei personaggi definiti di un piccolo centro, nelle loro azioni e nelle loro relazioni più semplici e comuni. Le piazzette affollate, l’uscita dalla chiesina nella domenica, come in Due madri e in Cavalleria Rusticana, ed in molti film interpretati da Musco, rivelavano la tendenza di Palermi di raccontare questi brani che particolarmente erano sentiti da un certo pubblico e che si riallacciavano (vedi anche in parte Vecchia guardia e in 1860 di Blasetti e Il cappello a tre punte di Camerini) alla vera e genuina tradizione del cinema italiano. Si potrebbe forse addirittura parlare di lui come di uno dei promotori dell’avanguardismo italiano, che poi, per tante ragioni, non ha avuto più seguito, o, meglio, non ha trovato espressione concreta nella produzione normale.
Ci ricordiamo di Palermi come di un uomo geniale, pieno di idee, sempre attivo con la sua fantasia fertile, cordiale con gli attori e con la gente che lavorava con lui. Il teatro di posa spesso lo stancava: e preferiva allora pensare alla scena seguente, o allo spunto di regia, chiacchierando con gli amici e bevendo il caffè. Ma, ritornato in teatro, non c’era caso che vi giungesse sprovveduto od incerto. Il suo fascino e la sua personalità si esprimevano con sorrisi e con un giuoco vario di gesti e di mimica. Ma tutti in teatro sentivano la forza della sua « fantasia »: e su questo piano lo si seguiva con facilità, essendo le sue idee di portata non astrusa. Nato a Roma, aveva vissuto e studiato in Sicilia, dove aveva anche compiuto gli studi universitari. Poi, a Roma, cominciò a fare il giornalista, e in seguito scrisse anche delle commedie e dei drammi, uno dei quali ancora si recita presso le filodrammatiche rionali. Il suo debutto cinematografico risale circa al 1914 con il film Colei che tutto soffre. Ma è soltanto nel 1916 che la sua attività comincia a diventare continua. Fu allora infatti che fece, come soggettista e come regista, Il sogno di Don Chisciotte, film muto che preannunciava la vittoria dell’Italia nella guerra mondiale. Da allora non lasciò più il cinematografo, ed anzi vi si dedicò con sempre maggiore passione e convinzione nei suoi mezzi. La bella salamandra è del 1916: ma da ora in poi la sua attività non avrà soste. Qualche anno più tardi, verso il 1925, si recò in Germania, dove realizzava un ottimo film tratto dall’Enrico IV di Pirandello, interpretato da Conrad Veidt. Sempre in Germania diresse L’età critica, da un dramma di Max Dreier, e L’uomo più allegro di Vienna con Ruggero Ruggeri. Nel 1926, tornato a Roma aveva diretto Gli ultimi giorni di Pompei, che si riallacciava ad una produzione ormai abbandonata e fuori moda.
Con l’avvento del sonoro, Palermi è uno degli organizzatori della Caesar Film, che gli affidò la regìa della Vecchia signora, dov’egli riusciva a realizzare un contrappunto visivo sonoro.
La sua attività collaterale di soggettista, e quella lontana, ma non dimenticata passione per il teatro, ci fanno intravvedere in lui non soltanto l’uomo che, in possesso dei mezzi espressivi del cinematografo, riusciva a realizzare opere formalmente compiute e prive di difetti esteriori, ma soprattutto un artefice guidato da un istinto e da un ingegno vivo e presente, capace in ogni momento di destarsi e di dettare e suggerire idee derivanti da una personalità spiccata di artista.
Si può dire, in definitiva, che con Palermi, la cinematografia italiana ha perduto uno degli uomini più fecondi e più attivi, uno degli uomini sui quali avrebbe sempre potuto contare per realizzare opere significative ed equilibrate. Vinse nel 1940 il Referendum di Cinema per il regista migliore.
Puck (2)
Due ricordi di Amleto Palermi, estratti: 1, Film, 26 aprile 1941; 2 Cinema, 25 aprile 1941. Il corsivo sulle opere teatrali è mio.