Buone notizie per il cinema italiano… nel mondo, in questo caso dall’Inghilterra. Il sito The Bioscope (che potete raggiungere da qualsiasi pagina di questo blog e che mi raccomando di consultare spesso), racconta di due appuntamenti londinesi dove i fan del cinema muto italiano troveranno quel che si dice pane per i suoi denti.
Nel primo, organizzato dall’University College London, per il prossimo 28 gennaio 2009, i fortunati spettatori potranno vedere, insieme ad altri film francesi ed americani della rassegna: La Morte di Socrate (Cines 1909), Elettra (Aquila 1909), La Caduta di Troia (Itala 1911), L’Odissea (Milano 1911), Giulio Cesare (Itala 1909), Lo schiavo di Cartagine (Ambrosio 1910), Dall’amore al martirio (Cines 1910), Patrizia e schiava (Cines 1909) e Ione o Gli ultimi giorni di Pompei (Pasquali 1913).
Sempre a Londra, dal 27 al 29 maggio 2009: Popular Italian Cinema: an international conference organizzata dal King’s College, University of London.
Quelli che ridono quando ci vedono uscire dal cinematografo o non lo capiscono o non ci sono mai stati; non ci si scappa. Nel primo caso non c’è più niente da fare; nel secondo bisogna proprio indurli a provare. Basta una volta. Il cinematografo è come…. le pellicole del medesimo — a parte le ciliegie di infantile memoria — l’una tira l’altra. Entrati una volta ci si ritorna all’infinito. E ci si prova gusto.
Perché?
Vattelappesca.
Cioè no, perché il cinematografo è un gusto. È un gusto come tanti altri, forse maggiore, certo migliore. Discuterlo è ozioso, ostacolarlo è impossibile. I gusti son gusti? Va bene. Ma questo è per di più comodo, facile ed economico.
E non fa male alla salute.
Quanti sono i gusti che non fanno male alla salute? Che non sono, almeno, pericolosi Non parlo del famoso trinomio pseudo mitologico: Bacco-Tabacco-Venere; ma la partita alle carte (leggi macao, 7 e mezzo, poker ecc.), ma l’automobile…. quando va contro un paracarro, ma il pugilato (è un gusto anche questo), ma la maldicenza…
È vero: c’è chi afferma che il cinematografo, co’ suoi barbagli e i suoi tremolii, stanca la vista. Ma questi sono i novizi. Non è che la stanchi: la allena. Anche il fare le elevazioni sugli anelli o su le sedie, stanca; ma non è forse questo un allenamento?
Se si rinforzano i muscoli, a forza di stancarsi, per l’identica ragione, in ossequio alla medesima teoria fisiologica, si deve aguzzar la pupilla. Anzi io penso che quando i cinematografi saranno tanto diffusi… che non ci andrà più nessuno, l’umanità ci avrà guadagnato un nervo ottico di più.
Scherzo?
Niente affatto. Consiglio anzi il cinematografo alle amministrazioni popolari in genere e al proletariato cosciente ed evoluto in ispecie.
Perché io ne so qualche cosa. Perché io al cinematografo ci vado sovente.
Mi ricordo, come fosse adesso, la prima volta. Prima di entrare mi sono guardato attorno mezz’ora con aria circospetta, per vedere se nessuno mi… vedeva. Avevo vergogna? Forse. Era la vigliaccheria delle mie azioni?
Può darsi. C’ero passato davanti tante volte e non mi ero deciso. Non avevo osato. Io stesso avevo anzi approvato i discorsi in cui quegli idioti che si nascondono sotto il nome di intellettuali giudicano questo il sollazzo delle cameriere educate e dei furieri-maggiori in attesa d’impiego; indegno non pur di critica, ma anche di osservazione.
Insomma il passatempo puerile, primitivo, per eccellenza.
Io stesso che condividevo queste idee per la stessa ragione per cui non mi piacciono i polpi — che non ho mai mangiato — ed i piselli — che non mangerò mai; io stesso ho sentito il bisogno di dichiarar altamente la mia protesta e d’affidarla alle stampe in una articolessa solenne.
Oggi sento il dovere di rinnegare. Anzi — meglio di tutto — me la rimangio.
Me la rimangio perché trovo più simpatico far così che non imitare quella infinità di papà seri, i quali, pur di non confessare questa debolezza… epidemica, che sta per diventar congenita e potrà (dio ce ne scampi) diventar atavica, vi portano tutte le sere il bimbo. E se ne dichiarano le vittime, salvo poi fare come quell’autore drammatico abbastanza noto e ritenuto persona navigata, che avendo in campagna i suoi rampolli, si fa prestare quelli degli altri.
Ma ho accennato artatamente agli autori drammatici. Essi sono infatti i più danneggiati da questo permù di teatro; essi sono forse i soli — a parte i capocomici che hanno trovato l’America nelle fazendas dei signori Chiarella, Suvini e Zerboni — ai quali il gusto (altrui) del cinematografo possa andare di traverso.
Il vantaggio che ha il cinematografo sugli altri generi di teatro — dalla prosa alla musica, colle nuances della pochade e dell’operetta è perché esso è tutto, è esclusivamente rappresentativo. Per la identica ragione per cui le tragedie dannunziane non piacciono alla maggioranza — il cinematografo attrae irresistibilmente. Là si chiacchiera — bene — ma un po’ troppo; là si raccontano gli avvenimenti; qui non c’è un cane che dica una parola ma gli avvenimenti si svolgono rapidamente. Magari anche troppo. Evidentemente il pubblico ama osservare più che ascoltare. Evidentemente il pubblico preferisce esser passivo che attivo. Non forse i fanciulli se la godono più a guardar le figure di un manuale d’ostetricia che non a leggere un bellissimo romanzo? Non forse i libri illustrati hanno più voga di quelli senza incisioni? Non forse il 90 per cento è abbonato alle riviste illustrate per sfogliarle ma non per leggerle?
L’uomo insomma vuol subire. Al cinematografo non si affatica. Non ha bisogno di ascoltare, di pensare, di ricercare moventi d’azione, atteggiamenti di anime, spunti di caratteri. No. Egli vede. Vede passare innanzi a sé una movimentazione, sia tragica, sia comica, ma sempre facile, immediata, ininterrotta. Che importa se tutto non è logico, se tutto non è dimostrato, se vi sono lacune che nessun buon senso potrebbe riempire mai? Quel che conta è il sentirsi tranquillamente, come alla finestra, spettatori indifferenti cui non è richiesta né intelligenza di giudizio, né fatica di osservazione, né seccatura di indagine.
Ecco perché il cinematografo è un gusto. Ecco perché l’avvenire è del cinematografo. Non dico che esso sia… il più bel giorno della mia vita, ma oserei dire che è il più bel divertimento di quanti se ne conoscano. E potrei anche osare di più, e cioè dire che esso è il meno educativo, è però il preferito. E poi è il più pudico.
Svolgendosi infatti ogni rappresentazione al buio, ogni spettatore è padrone di provare autenticamente le proprie emozioni e sinceramente manifestarle con rossori, contrazioni, pallori, lacrimuccie, interiezioni e magari… pizzicotti anonimi alle vicine di sedia. Il saper che nessun vi guarda perché non vi vede, lascia una sensazione dolcissima di solitudine — lo che fa quasi illudere che il divertimento sia tutto per sé. Sarà, questo, egoismo, ma anche l’egoismo vuoi la sua parte.
Ma se a taluno potesse sembrare esagerazione la mia: che il cinematografo è un gusto maggiore di tanti altri, pensi che in Italia ci sono — oggi che si parla — circa tremila cinematografi che fanno affari, ovverosia che si sostengono alternando nella giornata una decina di rappresentazioni a sala completa ; che ogni giorno ne sorgono di nuovi; che esistono in Europa nove case produttrici di pellicole (delle quali case, due italiane) che hanno un movimento di cassa di circa mezzo miliardo all’anno e impiegano trentamila persone.
E mentre il cinematografo si delinea come il più formidabile concorrente, come il più terribile nemico del teatro — la Società degli Autori non se ne accorge e vota pronunciamenti minacciosi contro tutti i Re Riccardi d’Italia.
Ma anche questo è un gusto.
Precisamente come il gusto del cinematografo.
Tullio Pànteo, ottobre 1908
Nell’immagine in alto, una scena del film Gli ultimi giorni di Pompei, produzione Ambrosio 1908, uno dei grandi successi della stagione. Si tratta di una cartolina pubblicitaria del Cinematografo Lumière (Palazzo Altieri) in Piazza del Gesù a Roma. L’autore dell’articolo, Tullio Pànteo, è un famoso giornalista e scrittore, autore della biografia Il poeta Marinetti, pubblicata nel 1908).
Questo articolo è il primo di un’antologia di testi intorno al cinematografo apparsi sulla stampa periodica e deve molto, nel senso che è ispirato, ad un vecchio progetto di Maria Adriana Prolo, grande ricercatrice e storica del cinema, nonché fondatrice del Museo del Cinema di Torino, alla quale idealmente è dedicato. (A proposito, e questo è un invito, non un rimprovero, a quando una voce tutta per lei su Wikipedia?)
Iniziamo dunque con la rivista L’Attualità, Anno I Numero 1, Milano, 1° maggio 1896, direttore-editore, Carlo Aliprandi. Per non seguire il cattivo esempio di certi storici, vorrei aggiungere che questa e molte altre meraviglie simili le devo alla generosità e gentilezza di Luciano Michetti Ricci, al quale non finirò mai di ringraziare abbastanza.
L’entusiasta e visionario autore è Arnaldo De Mohr, scrittore ed editore milanese, nato nel 1875, che fonderà la ditta libraria: De Mohr Antongini e C. di Milano. Membro, per tre anni, del comitato direttivo dell’Associazione lombarda dei giornalisti, scrittore ed autore di commedie. Uno dei suoi romanzi, L’epilogo (1899), fu premiato al concorso della Società per la Pace.
L’immagine corrisponde al primo programma di proiezioni del Cinematografo Lumière, del quale si parla nell’articolo.
Da molte settimane al Teatro Milanese di Milano, accorre un pubblico numeroso ad ammirare il cinematografo, o per dirlo con una parola più facile, la fotografia animata; ed uscendo dalla sala la folla ha sulle labbra mille esclamazioni di meraviglia e di stupore.
E meraviglia e stupore più giustificati non conosciamo, perché davvero la nuova scoperta è qualche cosa di incredibile, di straordinario. Chi scrive, il quale segue con grande interesse tutti i nuovi passi della scienza e che per la scienza ha quasi una venerazione, dopo aver assistito alle prove di questo cinematografo, ebbe un istante di entusiasmo, di vero e grande entusiasmo, pensando alla potenzialità formidabile della intelligenza umana, pensando che l’avvenire è della scienza e che verrà giorno in cui essa saprà non solo spiegare tutti i misteri ed i fenomeni del cosmo, ma correggere la natura e creare ciò che essa non sa dare. La parola — cinematografo vuol dire precisamente, scrittura, disegno del movimento: e…. come tutte le parole difficili, deriva dal greco: kinedmos in greco significa appunto moto, movimento; e grafo, che come tutti sanno, vuoi dire scrivere. Quindi: scrivere il movimento: come fotografia vuol dire scrivere l’immagine, ecc.
Ed ora, benché sia assai difficile, tenteremo di spiegare in che consiste e che cosa sia questo cinematografo. Per la maggiore intelligenza del lettore, è d’uopo che egli risalga un poco nella sua vita e ricordi quel giocattolo, formato d’una stretta striscia di carta sul quale sono rappresentate le diverse pose che assumono successivamente un uomo che salta o che balla, un cane o un cavallo che corrono, e così via. Quella striscia posta in una scatola circolare, nella quale sono tagliate, ad una certa distanza l’un dall’altra, alcune strette fessure, e fatta girare rapidamente, da all’occhio che si appressa a queste fessure l’illusione dell’uomo o dell’animale rappresentato con le varie figure e delle quali però sempre una sola ma che pare in movimento, che sembra salti, balli, corra. Da questo apparecchio primitivo — che ha formato uno dei nostri più cari divertimenti — derivò poi il così detto cinematoscopio, che sarebbe il fratello maggiore del primo e il fratello minore di questo ultimo, maggiormente perfezionato, e che chiamano cinematografo.
Nel cinematoscopio, al movimento irregolare ed ai mezzi semplici e primitivi che si aveva nel giocattolo, venne sostituito il moto regolato e celere di un orologio elettrico, sostituendo anche ai disegni grossolani del giocattolo, delle fotografie le quali disposte in altri apparecchi più perfezionati dava una illusione; sufficientemente perfetta della vita reale, con la riproduzione di scene vere coi movimenti di uomini e di cose. Il cinematoscopio si poteva osservarlo qualche tempo fa in Galleria Vittorio Emanuele ed anche allora la scoperta aveva fatto rumore.
Ma dal cinematoscopio al cinematografo che passo gigantesco! Pure il risultato meraviglioso lo si deve alla semplice applicazione della proiezione. Cosa molto facile…. ma che rammenta la famosa storiella dell’uovo di Colombo. E tutto il merito della nuova scoperta lo si deve ai fratelli Augusto e Luigi Lumière di Lione i noti fabbricatori delle lastre fotografiche che portano il loro nome e sono le più rapide.
Dalla proiezione applicata al cinematoscopio si ebbe l’ingrandimento della scena fotografata e la possibilità, che essa possa essere veduta contemporaneamente da un numero infinito di persone. Vantaggi questi notevolissimi, poiché anche, con l’ingrandimento fotografico, la rappresentazione del reale è più evidente e più efficace.
Prima di incominciare le prove, nella sala del teatro, viene distribuito un foglio, in cui, per maggior intelligenza degli spettatori, è spiegato per sommi capi il processo di questa fotografia animata. Con l’aiuto di esso cerchiamo di spiegare al lettore questo processo.
Le scene animate sono fotografate su di una striscia pellicolare che si svolge verticalmente in una scatola chiusa, munita di un obbiettivo successivamente aperto e chiuso, mentre la striscia si ferma o continua a svolgersi. Mediante un meccanismo preciso, la fascia pellicolare, sulla quale si fotografano le immagini, si svolge con movimenti successivi, separati da punti d’arresto.
Questa striscia passa dunque da una massima velocità ad un’immobilità assoluta, e si trova rischiarata per tutto il tempo che la prova è in riposo, vale a dire i due terzi del tempo totale.
Le diverse prove ottenute così ad intervalli di un quindicesimo di secondo sono rigorosamente simili; vale a dire che, se si sovrappongono due immagini qualunque, le parti rappresentanti soggetti immobili coincidono esattamente, mentre che le altre parti hanno posizioni la cui differenza rappresenta il movimento effettuatesi nell’acqua, negli esseri viventi, ecc., al momento in cui si ottennero le singole prove.
Il numero delle prove essendo di 15 per minuto secondo, una scena di un minuto comprende dunque 900 fotografie ed occupa una striscia lunga 18 metri e larga tre centimetri.
Così mentre col cinematoscopio si possono riprodurre soltanto piccole scene, con pochi personaggi, che si muovono in uno spazio necessariamente molto ristretto, il cinematografo può rappresentare scene complicate, varie e di grande estensione, come strade affollate, stazioni coi treni in arrivo, stabilimenti durante il lavoro, ecc., ecc. Così abbiamo assistito allo sbarco dei fotografi per il Congresso di Lione; al passaggio di un carro mascherato, con relativo seguito di folla, in una via di Nizza, durante il Carnevale; all’arrivo di un treno in stazione con relativa uscita dei viaggiatori; ai bagni di mare, coi bagnanti che si tuffano, spruzzando intorno l’acqua, e le onde che si accavallano; ad una partita a carte; al lavoro, degli operai nello stabilimento Lumière; all’uscita degli operai dallo stabilimento Lumière, mentre un grosso cane passa di corsa, due biciclettisti appaiono e scompaiono rapidamente, e una elegante carrozza passa lungo la strada, scomparendo in un nugolo di polvere….
Nè più né meno!
Ripetiamo: qualche cosa di meraviglioso, che lascia stupiti, pensosi, impressionati.
Ora si parla — e pare anzi cosa fatta — della scoperta della fotografia a colori. C’è tutto. Pensate.
Unite la fotografia a colori alla fotografia animata: date ai vestiti, alle faccie, agli occhi, alle cose, il loro colore naturale: fate muovere queste cose e questi personaggi col cinematografo; date agli esseri umani la voce naturale e alle bestie il loro linguaggio, per mezzo del fonografo Edison : riproducete tutto insieme, e si avrà la vita continuata. I nostri poveri morti potranno rivivere davanti a noi. Potremo udire il suono della loro voce, averli sempre vicini anche se il destino ce li avrà rubati, potremo assistere a scene avvenute a mille chilometri di distanza; potremo vedere – in modo reale – costumi, personaggi, avvenimenti. Stando seduti in poltrona in Italia, ci sarà dato d’ascoltare un discorso tenuto una settimana prima alla Camera francese; vedere l’oratore, osservare la sua faccia, i moti della sua bocca, dei suoi occhi, i movimenti del suo corpo, i gesti delle sue braccia, e ascoltare la sua voce e udire ciò che ha detto!
Pare una cosa assurda, impossibile; pare un sogno di mattoide, e invece… invece si verrà ad avere tutto questo e forse in un tempo relativamente breve.
Chi scrive si augura, e lo augura a tutti voi, lettori e lettrici, di poter assistere a questo risultato meraviglioso della scienza, per poter dire con la superbia dell’uomo che si sente davvero il re, il padrone, il despota della creazione: la scienza, fatta vassalla dell’uomo, ha vinto, ha superato la natura!
E chiudiamo esortando i nostri lettori milanesi ad assistere alle prove del cinematografo. Il prezzo è mite — mezza lira — e si è ad usura compensati dallo spettacolo meraviglioso. (a.d.m.)