Cinema muto partenopeo

(…) Il film partenopeo era straordinario per il troppo di odio, di disprezzo, di maleficio, che era capace di assommare. Tutto un complesso patetico che per via della messa in scena truculenta e sommaria, della gesticolazione folle e declamatoria, della fotografia inverosimile, delle bizzarre imbibizioni all’inchiostro viola e rosso cocomero, valeva a creare il gusto delle atmosfere sinistre e assurde le quali traevano la loro inaccettabile realtà dal solo fatto di essere impresse su pellicola, attraverso le emulsioni e i bagni appropriati. Ma ciò che sopratutto impressiona nei film napoletani è lo strano affiorare in essi, di tutto il retaggio spirituale della profonda Spagna: sopratutto il ritmo alterno dell’orgiastico e del religioso, che si ritrova al centro della sua grande tradizione artistica. Sono queste le due tendenze che pur nella rozzezza della loro espressione cinematografica, valgono a creare nel film pertenopeo, una atmosfera terribilmente tesa, dilaniata e fatalistica, ma inconfondibilmente possente e originale. Ciò che appunto dà senso a questa materia, così rudemente trattata è la persistente correlazione delle opposte immagini evolventi nella speciale atmosfera sensualistica e visionaria, che del film napoletano è propria. Non ancora allegoria, ma certo fiera della vita e della morte. Gli altari carichi di ex-voto e le luminose mense nuziali, i traballanti carri di Piedigrotta e le tumultuose processioni di santi, le arcate aperte sul mare delle trattorie di Posillipo e le lunghe sequenze di pietra dei chiostri e dei monasteri, i vertiginosi trofei natalizi e le tombe liberty fresco infiorate, i tiri impennacchiati di Montevergine, e carri funebri capricciosamente intagliati. E ancora nel minuto dettaglio degli oggetti che intervenivano nel film: la collana e lo scapolare, la maschera e il teschio, l’amuleto e la reliquia. Questa antitesi della vita e della morte culminava assai spesso nelle intense espressioni dei vecchi posteggiatori strimpellanti la chitarra. Più tardi una simile materia, cominciò a realizzarsi non più come luogo comune ma in qualche aspra e voluttuosa situazione drammatica. Così in Carnevale ‘n galera (Any Film) la visione dell’amante tradita, ricca di vita esuberante, le labbra tumide, le mani ai fianchi, intenta a guardare dietro le spie della persiana alternava colla ripresa, da sotto in sopra, del vicolo ove stagliava la sagoma disperata di un Cristo enorme e trafitto in cima a delle scale più impervie dello stesso calvario. Nel Miracolo della Madonna di Pompei (Dora Film) è la stessa lancia che sembra traversare il cuore della Madre di Dio e della popolana genuflessa ai piedi dell’altare. In qualche altro film ecco infine affiorare la forza inventiva e magica della superstizione. Tutta una sagra di credenze e di simboli originata dalla paura e dalla ignoranza. Così in Aniello ‘a fede (Any Film) la intera scena della stregoneria rivelava una sintesi davvero potente di composizione, una fantasia ardita strana e selvaggia, specie nel quadro ove la fattucchiera con uno spicchio di cipolla e un capello unto prepara per Nannina il beveraggio che deve servire a renderle l’amore di Vincenzino. Ma pochi forse ricordano, per essere stato il film presto tolto di circolazione a seguito di controversie giudiziarie, il lugubre raduno di mendicanti nella grotta delle Fontanelle in A lava d’ ‘e Vergine una specie di Corte dei Miracoli che avrebbe senza dubbio sollecitato la fantasia visionaria a maniaca di Goya. A quest’epoca risale anche un documentario La fede di Napoli ove è espresso tutto ciò che di profondo e di agitato rivelano certe sue chiese della città vecchia, tra Foria, i Vergini, il Rettifilo, e la marina: con le loro facciate tumultuose oppresse in piazze anguste, le mura emergenti dalle tenebre degli angiporti, le fabbriche d’ogni sorta, addossate alle vette e culmini della mole sacra, in una dislocazione, obliqua, assurda e vertiginosa.

Neanche la Lombardo film riuscì a sottrarsi a questi influssi la cui tradizione rivelava la profonda anima partenopea, il suo grave pessimismo e la sua istintiva vivacità. Anzi in qualche sua produzione l’ombra della Spagna si allarga nella espressione anatomica del deforme. Così nel Miracolo di S. Gennaro rimane famosa la scena della paralitica, una specie di Teresa Raquin del Borgo S. Antonio che a un certo momento gettava via le grucce e correva al balcone osannando al simulacro della Vergine; mentre questa sembrava sostare un momento, tra gli incensi, nel tumulto della processione, quasi in atto di voler entrare attraverso il balcone aperto a benedire la miracolata. Una tale tendenza culmina sull’esempio del famoso Nano Rosso della Dora film realizzato sin dal 1917 da Elvira Notari — nei grandi film Lombardo, aventi come protagonista Gennarino il nano simpatico e popolarissimo, il quale apportava palesemente al film napoletano il senso del grottesco, proprio della grande arte spagnola, ove Velázquez tramandava accanto ai ritratti dei re e degli infanti, le sembianze dei nani famosi come Maria Barbola e Nicola Pertusato —  Gennarino sembrava appunto tolto a qualche « interno regale » di Velázquez per adempiere accanto alla bellezza esuberante di Leda Gys, in una serie di esibizioni ridicolmente patetiche, il medesimo ruolo istrionico e buffone. I film Lombardo, istintivi e spontanei con Leda Gys, animatrice instancabile, regina della festa a tutti i costi, potevano considerarsi sonori avanti lettera, più per il loro impasto chiassoso e festaiolo che per il dovizioso accompagnamento musicale loro apprestato.

Essi ebbero del resto un gran successo anche internazionale. L’ultima pellicola — già sonorizzata — fu Zappatore ove accanto ai soliti banchetti e cortei nuziali resta indimenticabile la immagine della piccola morta, esposta fra trofei di giocattoli, troppo tardi recati dalla madre dimentica, al suo capezzale deserto. Una situazione di feuilleton che per la forza malefica della espressione, evocava la musa derelitta di Charles Baudelaire. Gli influssi della grande arte spagnola nel film napoletano appaiono ancor più evidenti oggi che ci è consentito vedere gli originali film barcellonesi e sudamericani. La loro tipologia è accusatamente iberica. Non fosse altro che per quella folla di ameni protagonisti che animano quei film e che sembrano riattaccarsi alla vegeta dinastia di Lazzarillo da Tormes, e al brio vivace della realtà picaresca. Però la loro messinscena comporta pure tutta una collezione delle opposte immagini — della vita e della morte — in cui anche il film napoletano come s’è visto, eccelle. Certo il fiore dell’arte napoletana è tutto in questo profondo suo significato. Il quale è però offerto in immagini, slegate, lontane e quindi senza forza di contrasto. Ad esse è forse mancato il genio di un Eisenstein, l’Eisenstein di Lampi sul Messico per comporre attraverso il montaggio sicuro qualche interiore poema della morte, della voluttà, del sacrificio.

Roberto Paolella

La fine della fabbrica

L'abisso (1910)
L’abisso (1910)

La cinematografia deve alla fabbrica e non ad altro la sua rapida, meravigliosa e multiforme diffusione nel mondo.

Quando Pathé e Gaumont, tolto dalle mani degl’inventori il minuscolo oggetto rutilante, questo destinato a forme autonome di arte rappresentativa muta, con superiorità di intuito pratico raggrupparono in un sol organo manifatturiero l’opera del fotografo, dello scenografo e dell’attore, si compieva dunque il più grande fatto che registri la storia cinematografica.

Che cosa sarebbe mai stata invece la cinematografia se altrimenti di così altri uomini avessero operato?

Io non sono temerario affermando che se altrimenti fosse stato fatto a quest’ora la macchina di Marey non avrebbe raggiunto lo sviluppo portentoso avuto. Essa o costituirebbe il passatempo di qualche clinico brontolone o sarebbe alla dipendenza del teatro, se pure non sarebbe relegata, informe abbozzo incipiente, tra gli stracci e gli oggetti fuori uso.

Fusi mirabilmente gli elementi che la costituiscono, la cinematografia potette dunque non solo vivere e prosperare, ma resistere vittoriosamente all’imperversare di crisi economiche gravi fino ad oggi che uno di quegli elementi che la compongono, nuovo pericolo e più serio di cento crisi, tenta di soprevalere a dominare sugli altri.

Perché a che cosa si riduce in fondo il fenomeno dei lunghi films se non ad una maggiore valutazione che si crede doversi assegnare all’opera dell’attore! E che cosa dimostrano se non questo i casi di Asta Nielsen e di Madamigella Polaire che, nuove argonaute dell’arte mimica, elevandosi e con sé elevando l’opera dell’attore ad elemento superiore tra quelli che il cinematografo compongono, si sostituiscono alla fabbrica nella produzione di cinematografie?

Per fortuna oggi son due sole le audaci che hanno innalzato lo stendardo della ribellione, ma chi ci dice che questi casi sporadici non saranno seguiti subito da cento altri ancora e chi assicura che anche elementi artistici estranei al cinematografo non correranno sulle orme dei primi, allettati dai pingui emolumenti artificiosi?

Se ciò sarà, la fabbrica andrà in rovina e con essa decadrà anche la cinematografia.

È da supporsi infatti come assai probabile che l’attore e in speciale modo le attrici vorranno avere ben presto propri operatori: che farà dunque una fabbrica alla quale siano state tolte le cinematografie artificiali, e che sarà mai della cinematografia quando non fini generali e non tanto la ragione economica, ma fini unilaterali muoveranno attori ed attrici divenuti imprenditori?

Chiaro è dunque che noi siamo alla vigilia di una grande rivoluzione di mercato, che sovvertirà completamente le basi attuali della cinematografia.

Chi non vede ciò è cieco, e cieco e pazzo è colui che messo sull’avviso non provvede ai casi suoi di fronte al ciclone che si avanza.

Mezzo c’è di mettere argine al disastro vicino: ma tanto non vale accennarlo quando la gente della cinematografia, simile al vecchio andaluso delle rive del Guadalchivir di cui parla la leggenda catalana, preferisce sonnecchiare accosciata, sognando un miglioramento automatico della cinematografia che non mai verrà.

Alfredo Morvillo
(Cinema, 5 settembre 1911)

Rodolfi Film, Torino luglio 1917

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La Rodolfi Film è la nuova Casa dell’amico Rodolfi, che sorge a Torino con solide basi finanziarie e sotto i più lieti auspici, proponendosi di lanciare una produzione scelta ed accurata. E noi, che conosciamo l’abilità e l’amore per la nostra arte del notissimo amico, non dubitiamo della completa riuscita dei suoi propositi.

La produzione s’inizia nientemeno che con l’Amleto, interprete il grande Ruggero Ruggeri, che tanto entusiasmo ha saputo suscitare in teatro col poderoso lavoro Sakesperiano.

Basta soltanto l’annuncio per suscitare la più grande aspettativa e la maggiore fiducia.

I nostri migliori auguri, riservandoci di riparlare prestissimo.
(La Vita Cinematografica, Torino 22-30 Luglio 1917)