Comment elles sont venues à l’écran: Mme Renée Carl

Madame Renée Carl

Madame Renée Carl est aimée des metteurs en scène  parce qu’elle possède la compréhension rapide et profonde des choses de l’écran.

Elle sait tirer parti de toutes les situations.

— Avec elle, aucun rôle ne tombe, disait un metteur en scène qui eut fréquemment l’occasion de l’employer.

Et voici comment elle fit ses débuts au cinéma.

— Je jouais aux côtés de Gouget, nous dit-elle, dans un petit théâtre aujourd’hui disparu: Les Funambules. Une camarade dit un jour qu’elle était convoquée à la maison Gaumont « pour faire du cinéma ». C’était vague, car nous étions au début du nouvel art et l’on ne savait pas grand-chose de ce qu’on demandait aux artistes. Elle me parla pourtant avec enthousiasme de ses nouvelles occupations.
Je résolus de tenter une démarche, mais le lendemain soir dans ma loge, je vis entrer ma pauvre camarade dans un piteux état. Coup de « soleil électrique » sur les épaules, peau du visage pelée, yeux gonflés et brûlés, car à ce moment-là aucune précaution n’était prise dans les studios.
Et je me demande encore comment, ce soir-là, Léonie Richard put soutenir l’éclat de la rampe.
Mon enthousiasme fut, bien entendu, complètement refroidi. Un peu plus tard, pourtant, je me décidai, et au studio Gaumont où je me présentai, je fus reçue par Roméo Bosetti et Roméo  me fit passer dans le cabinet de M. Louis Feuillade qui — quelle chance! — avait précisément un rôle à m’offrir. Il essayait une série de comédies et je fus de la série. Puis vinrent les premiers drames et la grande mise en scène: L’Agonie, Byzance, Le fils de Locuste, Judith.
Je n’oublierai jamais la joie profonde que j’eus à évoquer ces personnages; jusque là j’avais été timide, mais je me livrai bientôt passionnément au cinéma et je creai les principaux rôles de M. Louis Feuillade jusqu’en 1914.
Depuis, je me suis surtout consacrée au professorat.
Il me fut également donné d’interpréter de nouveaux rôles, dans Rose de Nice, par exemple, avec M. Maurice Challiot et je vais avoir le délicat plaisir d’effectuer une sorte de rentrée à l’écran sous la direction de M. Marcel L’Herbier. Mon seul désir est de retrouver auprès du public la faveur qu’il m’a toujours témoignée et dont je lui garde une grande reconnaissance.

Quando facevo il mestiere

L'antica fiamma azione cinematografica di Luciano Zuccoli

Proprio quando la guerra imperversava, e il mercato estero andava ogni giorno restringendosi, io fui preso dalla fatale idea di fare del cinematografo per conto mio.

Il Belgio, l’Austria, la Germani, la Russia, i paesi balcanici non esistevano più, commercialmente; anche coi paesi scandinavi le comunicazioni erano difficili. Non comperavano che la Francia, l’Inghilterra, la Spagna, l’Egitto, il Sud America.

In tali condizioni, io cominciai la mia impresa. Scrissi due cinedrammi, li sceneggiai, li feci rappresentare col maggior lusso d’addobbo possibile. E avvenne ciò che doveva avvenire.

La vendita fu un disastro. Tra le altre iatture, mentre si stava terminando il secondo film, venne emanato il decreto che riduceva a proporzioni minime gli affissi e i manifesti; di maniera che non si potè fare intorno ai miei cinedrammi quella pubblicità vistosa che tutte le Case avevan fatto fino a quel giorno per le proprie opere.

La censura ci si mise di mezzo. In Agosto mi proibì il primo film, il quale non potè esser libero e commerciabile che in Novembre, debitamente ridotto secondo i gusti dei censori, cioè debitamente incretinito e fatto quasi incomprensibile dalla pudica precauzione di quegli impiegati del Ministero dell’Interno, i quali avevan giudicato che il mio film era « immorale e ripugnante ».

Ripeto: l’impresa fu un disastro. Salivano vertiginosamente i prezzi delle materie prime; poiché l’Italia, che è feconda di chiacchiere e scarsa di opere, sta ancora oggi sotto il giogo dell’importazione straniera, e ancora oggi non è riuscita a produrre la pellicola che le occorre per una delle sue più forti industrie, non c’è da stupire se dico che in quei giorni eravamo tiranneggiati, jugulati dalla Kodak: la quale non solo esigeva pagamenti anticipati, ma faceva le spedizioni a comodo suo, e talvolta ci lasciava senza pellicola. Mancavano gli uomini; non soltanto i macchinisti e i manovali, ma gli attori, chiamati alle armi. C’era una grande abbondanza di donne e di ragazze.

Se avessi scritto due cinedrammi per donne e ragazze sole, forse l’affare sarebbe andato meglio. Ma era ormai troppo tardi; le difficoltà crescevano via via, in ultimo non si poteva più lavorare che fino al tramonto del sole, perché la luce artificiale, in quelle scatole di vetro che sono i teatri cinematografici, dava riflessi nell’oscurità, i quali parevano fatti apposta per attirar gli sguardi degli aviatori nemici.

Sono stato dunque un martire della cinematografia. Ho imparato molte cose: innanzi tutto, sia guerra, sia pace, a non far più cinedrammi, e a non tentar più imprese per mio conto; poi, a veder la vita del cinematografo con occhi chiari e sereni, non attraverso le leggende e le chiacchiere dei profani, i pettegolezzi e le gonfiature dei curiosi.

Non ho mai udito un compratore chiedermi, altro che donne belle, addobbi lussuosi e ricche toilettes. (Per la Russia, quando comperava, anche qualche scena violenta e molti nudi; era il bolscevismo in embrione!).

Gli attori e il soggetto importavano poco. I films col protagonista uomo si vendono più difficilmente e a condizioni inferiori che i films col protagonista donna.

Le toilettes vanno innanzi ogni altra cosa. Bisogna chiedere ventimila lire di toilettes a un’attrice, alla quale si danno cinquemila lire per un film. Molte pellicce; molti abiti scollati.

Un’altra richiesta: scene d’insieme, in cui si veda una folla, possibilmente duecento persone in una grande sala, per una cena, per un ballo, per una qualsiasi festa. Ciò si spiega come talora siate chiamati dall’autore ad assistere a un ballo, che col cinedramma non ha nulla di comune, o che per l’azione è interamente inutile.

Ma ci sono i duecento cachets, in frack o in abito scollato, e le argentieri e i fiori sulle tavole e i candelabri e i valletti con calze di seta…

Poco pregiati gli esterni. Le stupende scene che vi offre il paesaggio, specialmente il paesaggio italiano, dai laghi del nord ai giardini di Firenze, dalle nevi dell’Abruzzo al sole di Napoli, dalle gole delle Alpi ai ridenti poggi toscani, dalle sterminate pianure delle Puglie ai deliziosi quadretti della Campania, le stupende scene del più variato paesaggio del mondo sono poco apprezzate in cinematografia.

Non so perché: forse non si prestano a una copiosa esposizione di abbigliamenti flagranti. Si preferisce il salotto, la sala da ballo, una scena a un ristorante famoso, un qualsiasi interno, insomma, con mobili antichi o pseudo-antichi o scompagnati.

Questa era situazione, questo il carattere del mercato quando lavoravo io, nel 1917. Le condizioni e i gusti sono mutati? Me lo diranno quelli del mestiere. Io non credo: non è passato molto tempo dal 1917: e i manifesti parlano chiaro, le fotografie chiarissimo, a giudicar da queste e da quelli, si direbbe che non è mutato nulla.

Luciano Zuccoli
Roma, Marzo 1919

Turbarono col silenzio le platee di tutto il mondo

Il cantante pazzo (era il titolo di uno dei primi film parlati, interpretato da Al Jolson) uccise le “stelle” del muto. I loro nomi sparirono dai cartelloni che per diversi anni avevano richiamato un pubblico più attento ma meno esigente; vennero licenziate le orchestrine che suonavano nascoste dietro lo schermo o in una buca ai piedi del palcoscenico e le attrici come la Bertini, la Gys, Hesperia, la Lepanto, la Menichelli, appassirono e cedettero il passo a bellezze meno vistose.

LA DIVINA FRANCESCA

Francesca Bertini può considerarsi la decana di queste donne che turbarono le platee col loro espressivo silenzio. La “divina Francesca”, ovverosia la napoletana Elena Vitiello, restò al centro delle cronache cinematografiche dal 1911 al 1920. Per i suoi tempi fu una donna moderna. Diventò quasi un personaggio da film parlato, nella cornice del cinema muto. Si muoveva con morbidezza, senza gli scatti caricati e i gesti meccanici che erano comuni a buona parte delle attrici della sua epoca; cosa eccezionale, poi, sapeva fare a meno di tendaggi e finestre, allorché doveva dimostrare con languidi e repentini movimenti di braccia la sua passione e la sua ira.

Già famosa, sposò il conte Cartier, col quale si trasferì a Parigi. Dopo la parentesi francese, durata diversi anni, tornò allo schermo con Odette. Il soggiorno in Francia aveva trasformato il suo linguaggio. Parlava un misto di italiano, di napoletano e di francese “petit negre”.

Snob di carattere, la Bertini era una strana solitaria, capace di restar chiusa nella propria camera d’albergo per delle giornate intere. Fra le “stelle del muto” fu l’unica che ebbe una buona amicizia con la Magnani. Anna apparteneva all’altra epoca, a quella creata dal Cantante pazzo. Gli scontri fra queste due donne, una romana e l’altra napoletana, dotate entrambe di un temperamento eccezionale, erano quasi sempre uno spettacolo. Sia la Bertini che la Magnani non si lesinavano le critiche, manifestate sempre con battute di spirito incalzanti e sottili.

Francesca fu senza dubbio una delle donne più corteggiate. Lo diceva lei stessa con quell’aria di superiorità romantica che era forse la sola tinta appassita nell’insieme dei suoi colori che resistevano al tempo. Oltre ad essere bella, la Bertini era anche spiritosa. Un giorno, nel “grill” dell’Ambasciatori, le si avvicinò, con mille moine, un giovane attore del cinema. Il ragazzo parlava in fretta, quasi senza prendere fiato, e ogni tanto esclamava: « Oh, la divina Francesca! ». Lei lo lasciò dire, poi, accompagnandolo con uno sguardo pieno di noia, esclamò: « Le pauvre! ».

Fra gli amici romani contava soprattutto i Visconti. A uno di essi, cugino del regista Luchino, regalò una foto con una dedica che si avvicinava molto alle didascalie dei suoi film: “Francesca per tutti, Elena per te”.

Lasciò l’Italia nel 1942 e se ne andò in Spagna dove tornò a fare anche del cinematografo. Oggi con molto coraggio e con considerevole successo, recita nei teatri spagnoli e interpreta un personaggio che non sembra del tutto intonato al suo carattere: la “signora dalle camelie”.

Le altre attrici sono rimaste quasi tutte a Roma e, in buona parte, sono sposate o vedove.

Lyda Borelli, moglie di Cini e madre del futuro marito di Merle Oberon, è a Venezia. Ha conservato, sebbene con qualche modifica, le acconciature di un tempo e non è raro vederla ancora vestita di veli a salice piangente, con un sottile e lungo bocchino fra le labbra. Carmen Boni vive invece sulla riviera francese, dove trascina giornate noiose e pesanti per le cure cui la sottopongono i medici. Pina Menichelli, ritiratasi del tutto dal cinema, si è rinchiusa nel mondo dei suoi ricordi e quando, di tanto in tanto, parla dei successi di allora, si ha l’impressione che il suo pensiero si abbandoni a gradite fughe nel tempo. Maria Jacobini, dopo aver vissuto gli ultimi anni all’Albergo Quirinale, ossessionata dalla solitudine e dall’abbandono, è morta.

LA PIÙ CELEBRE MESSALINA

Rina De Liguoro abita ai Parioli, in una casa che rassomiglia un po’ alle abitazioni dei “divi” di Hollywood. Veste di nero per un lutto recente; da cinque mesi ha perduto la figlia Regana, interprete del film Santa Caterina da Siena. In quella pellicola, anche la De Liguoro volle tornare al cinematografo e lo fece con molta disinvoltura. restò un po’ perplessa davanti ai riflettori, ma fu cosa da poco. Il suo viso non è gran che cambiato. Ha sempre gli occhi espressivi e fondi e un’aria assorta, estatica. Il salotto dove riceve è una specie di museo. Sui mobili ci sono fotografie della figlia; di suo conserva un “olio” di Gastone Lavrielle, che la ritrae in un abito da sera verde. Nel ritratto porta i capelli gonfi e crespi e in mano, con gesto prezioso, tiene un ventaglio di piume di struzzo.

Prima di essere attrice, Rina De Liguoro (figlia di un ufficiale dei bersaglieri) fu musicista. Si diplomò in pianoforte al conservatorio di Napoli e a Napoli, appunto, andava ad ammirare i film della Bertini, che venivano proiettati al Salone Margherita. La “divina” trionfava in Odette, Assunta Spina e Fedora.

Rina divenne “stella” per caso; era già moglie del figlio del regista della Bertini, quando seppe che Guazzoni cercava un’interprete per la sua colossale Messalina. Molte aspiranti erano state bocciate. La De Liguoro, dopo aver assistito ad alcune scene del film, decise di tentare. Il dott. Barattolo l’accompagnò in automobile agli “studi”, col costume indosso; è facile immaginare lo stupore dei tecnici allorché videro scendere dalla macchina una donna acconciata in maniera così insolita. I resti della famosa acconciatura, che le ricordano un personaggio dal quale non può più staccarsi, sono ancora in mostra su alcune consolle del salotto.

In quella casa il cinema era diventato una malattia; alcuni giornali, infatti, parlando dei De Liguoro, li chiamano “la famiglia Barrymore italiana”. Nel 1929 Rina andò in America chiamata da Cecil B. De Mille. Arrivò, però, con sei mesi di ritardo; il “parlato” aveva già dato il colpo di grazia al “muto”. Nonostante questo contrattempo, trovò modo di lavorare e di interpretare alcune parti per la Fox accanto ai due comici Stan Laurel e Oliver Hardy. In America provò anche alcune emozioni, tipiche di quel paese; venne, infatti, assalita dai gangsters che volevano a tutti i costi duecentomila dollari, e un’altra volta fuggì a un’imboscata per puro miracolo.

La perdita della figlia ha trasformato la sua vita in volontaria clausura. Esce solo per recarsi al cimitero. In casa legge molto, specialmente le vite dei santi e romanzi che non la costringano a pensare. Dopo aver meditato di uccidersi, questa donna che sembra vivere nel vuoto, ha deciso di rinchiudersi in un convento, ma fino ad oggi non ha ricevuto alcuna risposta dalla madre superiora alla quale si è rivolta. Racconta tutto ciò lasciando cadere indietro ogni tanto la testa e battendo gli occhi indolenti con le ciglia lunghe  e bruscamente voltate all’insù. Poi si alza e accostandosi nuovamente alla consolle sulla quale sono collocati i resti del suo costume, esclama con aria rattristata:

« Quando anch’io morirò, vorrò che mi vestano come all’epoca del mio più grande successo: da Messalina ».

Soava Gallone, moglie del noto regista, fa tutt’altra vita. Rimasta nel mondo del cinematografo, al seguito del marito, che è in piena attività, riceve nel salone del Grand Hotel dove abita. Nata in Polonia, venne in Italia per un viaggio di piacere. Sposò Carmine Gallone a Sorrento; insieme si trasferirono poi a Roma e presero in affitto un modesto appartamentino ammobiliato, in Piazza di Spagna. Entrò nel cinema spinta da attori e produttori. A differenza delle altri attrici non conserva né ritagli di giornale, né fotografie. È certa che il lavoro di allora era assai più difficile di quello di oggi. La mancanza della voce richiedeva particolari doti interpretative e un’emotività che le “stars” di oggi possono anche non avere. Il “muto” non conosceva il trucco della controfigura; interpretare un personaggio poteva essere quindi un’impresa non sempre facile e spesso rischiosissima. Con un sorriso un po’ tiepido e con un accento leggermente straniero, Soava Gallone racconta come girò una scena di tempesta in mare, legata a una zattera, frustata dalla pioggia e dalle onde. Un’altra volte, sulle montagne d’Abruzzo, dovette camminare per ore e ore, in mezzo alla neve, con le scarpe logore e le vesti stracciate. A un certo punto, per non morire di freddo e per poter continuare il lavoro, fu costretta a legarsi alla vita due bottiglie d’acqua calda. Oggi è molto amica di Marta Eggerth che sta interpretando alcuni film musicali, diretti da Gallone.

IL PITONE DI HESPERIA

Lontana dai quartieri del centro, nella stessa strada dove abita Anna Magnani, in via Amba Aradam, c’è un’altra “diva” del muto; la contessa Negroni, conosciuta in arte col nome di Hesperia. Per questa attrice i ricordi sono un po’ più sbiaditi e lontani. Perduto l’aspetto di donna fatale, divenuti color della nebbia con delle striature gialle, i suoi capelli, Hesperia, un po’ angustiata dal mal di cuore, lancia ogni tanto delle occhiate tiepide ai vari ritratti che ha appesi alle pareti. Ha le mani un po’ ruvide e il passo pesante; conserva però una espressione morbida che il piccolo naso all’insù rende ancor giovanile. Vive modestamente, in un appartamento arredato senza pretese ed esce di casa solo quando c’è il sole.

Legge parecchio, soprattutto romanzi di Luciana Peverelli. Si dedicò al cinematografo prima del matrimonio ma fin da bambina mostrò inclinazione per l’arte. Passò dalla Filodrammatica di Forlì allo schermo in un balzo solo e vide subito la sua immagine, circondata da aureole di stelle, sulle prime pagine delle riviste del cinema. In concorrenza con la Bertini, fece La signora dalla camelie in soli diciotto giorni di pose. Fu un film girato di nascosto e che uscì di sorpresa. Il successo fu enorme; perfino Ruggeri, che non la conosceva, le mandò una lettera di congratulazioni. Il primo lavoro a lungo metraggio, 1400 metri circa, fu Fra uomini e belve, girato per la “Cines” nel porto di Anzio, in collaborazione con una casa inglese. Il nome d’arte se lo trovò da sola; glielo suggerì la lettura del libro Il giardino delle Esperidi, ma per renderlo più esotico vi aggiunse un’acca aspirata. Anche Hesperia, parlando dell’arte di ieri, dice pressapoco quello che sostiene la Gallone. Ai suoi tempi bisognava vivere il personaggio con un’intensità spesso dolorosa. Era indispensabile anzitutto esser belle, altrimenti eleganti. Secondo questa “stella del muto” il verismo di oggi è semplicemente una burla. Già allora essa non usava trucco e non voleva riflettori. I rischi erano enormi e di rado gli spettatori si rendevano conto che al termine di quelle pellicole che mettevano il brivido, l’interprete era spesso costretta a starsene a letto per una polmonite e per la slogatura di una gamba o di un braccio. In occasione delle riprese di Fra uomini e belve, Hesperia ricorda, ad esempio, di aver lavorato con un pitone di trenta chili, preso in affitto al Giardino Zoologico. Il serpente, abituato alla libertà, quando venne riportato non volle sapere della gabbia e scappò, mettendo a soqquadro tutta Roma.

Ruggero Gilardi, Roma 1949