Odette al Salone Margherita di Roma

Il programma della serata al Salone Margherita
Odette. Il programma della serata al Salone Margherita, gennaio 1916.

La serata del 10 Gennaio, corrente anno (1916), al Salone Margherita, organizzata dal Giornale d’Italia per i soldati feriti negli ospedali di Roma, ha segnato veramente, per un fedele e vigile cronista della mondanità romana, uno dei fasti della « stagione » corrente, della quale si è stampato troppo presto l’elogio funebre, e che, viceversa, minaccia a momenti di offuscare le sue sorelle degli anni scorsi.

Basterebbe, in verità, elencare qui i nomi più noti degli spettatori di iersera per dar un’idea dello splendore, che, a parer di tutti, renderanno memorabile la serata tra le feste cinematografiche e mondane congiunte ad uno scopo altissimo di carità. Ma, ahimè, il cronista è vittima, questa volta, dello specialissimo ambiente in cui la festa s’è svolta: tanto che parlar di « splendore » si può soltanto con un traslato, dal momento che i trionfi del cinematografo avvengono… all’oscuro. E il programma, iniziatesi alle 9.30 come s’era annunziato, era tanto vasto ed interessante da non consentire se non brevi, fugaci istanti luminosi d’intervallo: troppo fugaci per ammirare quanto meritavano e la bellezza e l’eleganza delle tante signore intervenute, per notare, nel libro d’oro della carità, i loro nomi. Se codesta degli spettacoli cinematografici, che assurgono ad importanza artistica e cronistica, avesse a diventare una consuetudine, il cronista si troverebbe in un bell’imbarazzo per adempiere, nelle tenebre, l’ufficio suo…

Splendori fra le tenebre.

Grande è stato il trionfo della bellezza e della bontà, onde l’avvenimento traeva il suo carattere peculiare. Bellezza, poiché cose e persone belle, nell’arte dello schermo bianco, così come nella sala magnifica, si accordavano in un’armonia suprema per far degna corona ad un’artista nostra bellissima, Francesca Bertini, nel momento in cui questa vedeva tradursi in realtà la sua commossa e geniale idea di solidarietà patriottica verso i valorosi fratelli nostri feriti, degenti negli ospedali di Roma. Bontà: che l’affluenza entusiastica e generosa del mirabile pubblico di iersera s’è tramutata — diciamolo sin d’ora — in un’opera benefica di considerevole efficacia, corrispondendo così pienamente all’aspettativa della organizzatrice gentile e del nostro giornale, fidente sempre nel non mai smentito slancio caritatevole degli italiani e dei romani.

Il Giornale d’Italia, allorché la signorina Francesca Bertini volle comunicargli il proposito della nobile ed opportuna iniziativa, non esitò un istante a prometterle tutto il suo appoggio: l’opera d’assistenza verso i feriti, da noi promossa, s’era rivelata tanto proficua da apparire quasi, e sopratutto moralmente, necessaria; e d’altra parte non potevamo dubitare che una festa ideata dalla Bertini non fosse, appunto, largamente apportatrice di nuove risorse per la nostra bella, ma inesauribile impresa. Oggi, mentre il successo più lusinghiero — finanziario e morale — ha arriso alla festa geniale, noi ringraziamo di gran cuore la piccola fata benefica, non tanto in nome nostro quanto delle centinaia di giovani eroi ignorati che attendono sui loro candidi lettucci la guarigione delle gloriose ferite e il conforto d’un gesto di fraterno amore.

Si è che « la piccola fata benefica » non è soltanto quella giovanissima attrice che, avvalendosi con un intuito eccezionale delle squisite doti personali onde natura l’ha prediletta, sta raggiungendo una vetta artistica eccelsa e, insieme, una celebrità mondiale; ma è, altresì, un’italiana dall’animo fiero e tenero, che reputa sua gioia il dedicare i riposi del suo lavoro, pur fervido e continuo, alle opere sussidiarie della guerra.

Come ieri la vedemmo, nella luttuosa occasione del terremoto marsicano, prodigare la pietà del suo cuore in faticose e dispendiose opere di assistenza e di beneficenza, così oggi la vediamo passare dalle improvvisate corsie dell’ospedale di via Montebello all’attuazione d’un’ardita iniziativa. E Francesca Bertini, proseguendo ed impersonando la tradizione benefica dei nostri artisti — sempre primi negli slanci di patriottismo e di carità — ritrova ancora, fedelissima, la buona stella che illumina ormai di luce sfolgorante tutte le manifestazioni della sua vita artistica.

Ella trionfò infatti iersera come organizzatrice e come artista: non si saprebbe, anzi, quale proclamare maggiore dei suoi due trionfi… Figuratevi che, terminata la proiezione di Odette, tutta la sala, assolutamente gremita, non seppe resistere all’impulso istintivo e sorse in piedi, acclamando l’interprete valentissima, la quale assisteva da un palchetto e non poté esimersi dall’affacciarsi a ringraziare, evidentemente commossa d’una dimostrazione così insolita, nei regni del candido schermo.

Cronaca a parte….

Cronaca a parte, bisogna riconoscere che, in questa Odette, che costituisce il suo più recente e sino a iersera inedito lavoro, Francesca Bertini si manifesta ormai compiutamente nella maturità del suo vivo e versatile talento d’interprete: in questo dramma d’umanità dolorosa che l’estro teatrale d’un mago, Vittoriano Sardou, ha concepito e svolto con superiore efficacia artistica e con mirabile esperienza della scena, ella assume non soltanto atteggiamenti plastici di squisita armonia, quali si è troppo abituati a richiedere alle celebrità del cinematografo, ma esprime atteggiamenti psicologici profondi e sinceri, componendo veramente, innanzi all’anima meglio che innanzi agli occhi dello spettatore, la palpitante persona drammatica dell’eroina. E codesta è arte vera, che s’avvia in lei a divenir grande. Lasciamo pure che si discuta se il cinematografo è, o non, un’arte: certo, conviene proclamare, innanzi all’Odette, che gli interpreti al cinematografo possono essere, e sono, artisti.

Con la Bertini apparvero poi attori correttissimi e valenti tutti i suoi compagni di scena: primi fra gli altri Carlo Benetti, un Conte di Clermont Latour misurato ed elegante e mirabilmente espressivo, il De Antoni, il De Riso, il Ruffini.

Della messa in scena, sia come scelta di ambienti esterni che come arredamento e come fusione ed armonizzazione dei quadri, non sapremmo dir mai bene abbastanza: merita lode altissima il cav. De Liguoro, che il dramma ha inscenato con superiore abilità e perfetto buon gusto.

Il programma, iniziatesi piacevolmente con i primi quadri d’una commedia My Little Baby — nella quale Francesca Bertini apparve per la prima volta come interprete comica indiavolatissima, accanto all’insuperabile De Riso, terminava con la prima parte di un film nuovissimo — La Perla del Cinema — di cui il nome dell’autore Frank Bert, tradisce quello dell’interprete. Entrambe le primizie furono assai gustate e valsero a completare degnamente il magnifico spettacolo.

Il quale dunque può davvero considerarsi riuscitissimo: e desideriamo qui tabularne lode e riconoscenza, oltre che alla signorina Bertini, al cav. Iginio Marino, che con gesto signorilmente simpatico ed altamente meritorio, ha voluto mettere a gratuita disposizione il Salone Margherita per l’eccezionale serata, sobbarcandosi anche alle non lievi spese della serata, al barone Contestabile, concessionario delle films, il quale ha voluto cederle per la bella e patriottica impresa.

Una festa indimenticabile.

La serata è apparsa, più che uno spettacolo, addirittura un ricevimento: la sala era stata adornata con elegante buon busto, bei bouquets di fiorì erano stati posti nei palchetti, un ricco e finissimo libretto-programma era distribuito nella sala, a cura dell’egregio avv. Barattolo, proprietario della CAESAR-FILM, la giovane e florida Casa romana ove Odette è stata eseguita. Codesto libretto, del quale la copertina reca un disegno riuscitissimo, finemente artistico del Rondini, rimarrà a tutti come un ricordo assai gradito.

Vorremmo ora rammentar qualche nome: ma riusciremo a darne almeno una piccola parte, fra quelli della moltitudine presente? Vedemmo: la principessa Giustiniani-Bandini, la contessa Bruschi-Falgari, la contessa Revedin, la duchessa Torlonia, la marchesa Di Bagno, la marchesa Fausta Cappelli, la marchesa ed il marchese Terzi di Sissa, donna Maria Mazzoleni, donna Anna e donna Lucia Branca, la duchessa e il duca d’Aquara Caracciolo, Lady Tosti, la signora Luzzatti, madame Falkenberg, madame Goldschsmith, la signora Barattolo, la signora Ripamonti, la signora Colombo, e poi il Sindaco don Prospero Colonna, il Prefetto comm. Aphel, il principe di Belmonte, il senatore Talamo, il principe di Candriano Caracciolo, don Giuseppe Giustiniani-Bandini, don Ettore Carafa d’Andria, don Giulio Torlonia, il principe Marcantonio Colonna, il marchese Di Rudini, il conte Greppi, il maggiore marchese Coppola, don Ignazio Sanust di Teulada, don Clemente Aldobrandini, il signor Giulio Middleton, Trilussa, il maestro Tosti, lo scultore Cataldi, l’on. Paparo, il comm. Liberati, il barone Contestabile, il signor Torre e famiglia, l’avv. Barattolo, l’ing. Fabrizi, il cav. Peroni, l’avv. Lo Savio, ecc.

Abbiamo fatto cenno della CAESAR-FILM, presso la quale Odette — così come La Perla del Cinema e My Little Baby — sono state messe in scena e sono edite. Iersera, quando a guisa di saluto e di suggello la immagine equestre di Giulio Cesare appariva sullo schermo a terminar le proiezioni, il pubblico ebbe ancora una volta ad associare il nome della prospera e feconda Casa romana a quello di avvenimenti cinematografici di primissimo ordine. Il CAESAR trionfatore è stato davvero, ed è sempre più, romanamente augurale per l’ardita impresa dell’avv. Giuseppe Barattolo, ormai assurta fra le importanti d’Italia.

Il Barattolo, che l’industria cinematografica ha saputo sperimentare con florida e crescente fortuna, ha impresso ai prodotti della sua Casa il carattere d’una superiore artisticità: un film della CAESAR offre ormai per la valentia degli interpreti — dei quali è regina la Bertini — per lo sfarzo e l’insuperabile buon gusto della messa in scena, i pregi d’una riproduzione teatrale eccezionalissima e si vale, al tempo stesso, di tutte le più geniali risorse dell’arte cinematografica, libera, vasta, sconfinata.

Con Odette, dopo la Signora dalle Camelie che sta compiendo all’estero un giro trionfale, la CAESAR-FILM prosegue il suo programma di grandi interpretazioni teatrali: basta conoscerne i punti salienti per aver un’idea dell’importanza e dell’organicità dei propositi onde il Barattolo è animato e coi quali è destinato senza dubbio a riuscire, data la collaborazione artistica ed i mezzi tecnici di cui dispone: FedoraFernandaFerreol, di Sardou; Anima redenta e L’Alba (Goffredo Mameli), due nuovissime films, musicate dal Leoncavallo, Don Pietro Caruso e La fine dell’amore, di Bracco, Anima allegra dei Quintero, i Transatlantici, di Abele Hermant…

Vi è di che formare il repertorio più attraente per una Compagnia drammatica di prim’ordine ; che dire poi delle interpretazioni che di tali lavori saprà dare Francesca Bertini, l’artista versatile per eccellenza e destinata ad attingere le più alte vette della fama?
(Il Giornale d’Italia)

Il Cavaliere della Neve – Star Film 1912

Il Cavaliere della Neve
Il Cavaliere della Neve

Numero del catalogo Pathé 4202 – Produzione Star Film – Geo. Méliès , Paris – 400 metri circa.

Il Cavaliere della Neve. Fantasia fiabesca.

Ugo, il Barone crudele, è indispettito che il Re Majolic voglia fidanzare la figlia Azzurrina al conte Gualtiero, detto Cavaliere della Neve. Deciso a vendicarsi, Ugo il Crudele chiede l’aiuto del mago Alcofribas, e vende la sua anima al demonio Belfegor affinché egli impedisca il matrimonio della principessa.

Belfegor si mette subito all’opera trasportando Azzurrina in un paese lontano, nella grotta dei Dannati.

Anche il conte Gualtiero, chiede aiuto ad Alcofribas per salvare Azzurrina, e il Genio del Bene gli dà, come talismano, una rosa, che l’aiuterà a vincere le difficoltà della sua impresa…

Dopo infinite peripezie, il coraggioso Cavaliere della Neve riconduce in patria la principessa Azzurrina, e il loro matrimonio viene celebrato con gran pompa, mentre Ugo il Crudele, divenuto preda del demonio Belfegor, precipita negli abissi infernali.

Il Cavaliere della Neve
Il Cavaliere della Neve

Napoléon d’Abel Gance vu par Jean Arroy

Saint-Just à la tribune (Abel Gance)
Napoléon vu par Abel Gance (1927), Saint-Just à la tribune (Abel Gance)

Paris, novembre 1927.

Napoléon a été présenté seulement devant quelques privilégiés — 20.000 spectateurs ont pu voir le film au cours des dix premières représentations à l’Opéra — et déjà il fait couler d’intarissables flots d’encre et remue sérieusement l’opinion. Aucun film n’a jamais suscité en si peu de temps autant de commentaires écrits ou parlés. C’est assez pour préjuger qu’il s’agit là d’une œuvre exceptionnelle. C’est la réaction violente dont la cinématographie française avait vraiment besoin pour sortir de l’apathie où elle stagne depuis longtemps. Mais alors que certains qui ont placé leurs plus grands espoirs en la volonté novatrice d’Abel Gance, affirment un enthousiasme pleinement justifié, d’autres, qui pour la plupart n’avaient jamais manifesté tant d’intérêt et de dévouement à la cause cinématographique, s’emparent de l’occasion et engagent un débat passionné, qu’ils  s’efforcent d’amener sur un terrain très éloigné de celui où se dresse le Temple de la Musique Lumineuse.

Ne trouvant pas de prise qui compromette la valeur cinématographique de l’œuvre, la seule qui compte, ils cherchent à faire dévier la discussion sur le terrain politique. Je n’insiste pas sur la perfidie du proc?dé imaginé par des professionnels que gêne terriblement la suprématie d’un tel créateur d’images, mais j’en signale l’adresse et aussi la facilité. Les vieux routiniers de la procédure juridique me comprendront. Il est à regretter que certains critiques intelligents, qui vantent par ailleurs les vertus cinégraphiques de l’œuvre, soient tombés dans ce piège.

Ainsi, ne trouvant pas de griefs valables contre le poète qui a animé cette grandiose symphonie d’images, s’en prennent-ils à Abel Gance en l’accusant d’impérialisme de tendance. On lui prête des intentions politiques qu’il n’a jamais eues, parce que de toutes ses préoccupations d’artiste la politique est sûrement la plus lointaine. Mais c’est éminemment français que de vouloir épingler la cocarde d’un parti sur toutes choses, et naturellement celle dont on affuble le film ne peut être taillée dans un drapeau rouge.

Je ne me crois pas qualifié pour répondre à ces accusations. Un tel film se défend par lui-même et n’a pas de meilleur juge que le public qui comprend mieux l’histoire que tels historiens et la complique moins. Mais si le film exprime indirectement une idée poltique, je vais m’efforcer de le définir ici, telle que j’ai cru la percevoir. Je ne suis ni assez bonapartiste, ni trop français pour qu’on m’accuse, je pense, des mêmes intentions.

Napoléon n’a jamais été pour Gance qu’un prétexte à inventer des images. Après J’Accuse, après La Roue, il lui fallait trouver un sujet de proportions telles qu’il lui permette d’exprimer simultanément et de fondre en un alliage très dense les tendances essentielles de ces deux créations antérieures, tout en les amplifiant, en les poussant plus avant. D’une part, sujet simple et grandiose, universel aussi, dans le ton des grandes légendes populaires et des chansons de geste.

Jean Arroy