Giuliano l’Apostata – Bernini Film 1919

Giuliano l'Apostata - Bernini Film, Roma 1919
Giuliano l’Apostata – Bernini Film, Roma 1919

L’Autore, rievocando la complicata figura di Giuliano l’Apostata, non ha voluto trar partito dalle opere poetiche illustri preesistenti: nel ricomporre l’immagine del folle eroe, del mistico a rovescio, così come balza dalla pagine che ci restano di lui, sottraendola ai troppi fulgori degli apologisti e ai spessi veli densi di ombre dei diminutori, egli ha piuttosto seguito l’ammaestramento di Gaetano Negri che sul Giuliano ci ha lasciato una delle opere più insigni che onorino gli studi storici italiani.

Attraverso una indagine logica e non partigiana, la nuova iconografia ci offre, perciò, un protagonista vivo e palpitante che per portare nell’anima, sin dal suo primo apparire, i germi dissolvitori di un dissidio etico ed estetico, ha tutti i segni peculiari dell’eroe tragico per eccellenza. Proteso con la fantasia verso il passato, ben entro il suo secolo per temperamento, pagano nel sogno e galileo inconsapevole nella realtà, inutile restitutore di vita a cose inclite ma morte e negatore di vita a cose nuove e vive, romano per aspirazione e bizantino per consuetudini, innamorato della bellezza e dalla bellezza spesso lontano per deformazioni filosofiche, poeta sempre anche nell’azione, e, in conseguenza, dell’azione non moderatore ma schiavo: ecco il Giuliano che Ugo Falena ha ritratto.

Ma se vivo è l’eroe tragico che ci offre la nuova visione, vive sono la tragedia storica e la tragedia umana nelle quali l’inutile eroe si dibatte. Da un lato, l’ultimo cozzo di due civiltà, l’una in trionfale ascesa. Dall’altro, accanto alle passioni sorelle, l’amore che urla le sue angosce e tende agguati fatali.

Due nomi di donna ricorrono frequenti vicino al nome di Giuliano: Eusebia, Elena. Due nomi e due lacune della storia. E, su quelle lacune, cumuli di dubbi, di ipotesi, di leggende, di accuse, di difese. Naturale che il drammaturgo prendesse la mano allo studioso. Che il poeta liberamente interpretasse i silenzi e colmasse le lacune della storia e che rivendicasse alla fantasia il diritto d’integrare — più vicino al vero di quel che si creda — le figure enigmatiche delle due donne imperiali. Che, cioè, le due incorporee eroine si tramutassero in due figure consistenti — persone eminentemente tragiche — e in stimoli potentissimi di poesia. Poiché se la vicenda passionale s’intreccia attorno ad esse, il dissidio spirituale che macera Giuliano bene in esse trova virtù di simboli. Non è pagana per istinto e per educazione la greca e raffinata Eusebia? Non è cristiana la pia e modesta Elena?

Dinnanzi a uno scenario che s’impernia sopra una figura storica universalmente nota e pur poco conosciuta negli avvenimenti della vita; che ha per sfondo quella Bisanzio costantiniana così fastosamente pittoresca e foscamente tragica; e che si snoda senza frammentarietà di movimenti, unito e serrato, tra le spire di un’azione quanto mai ricca di passione e d’interesse (caso quasi eccezionale nelle visioni storiche), la Bernini Film non ha badato a sacrifici. Essa ha tradotto in forme tangibili la magnifica figurazione, preoccupandosi, anzitutto, del criterio che un’industria artistica ha diritto, oltre che a vivere, ad imporsi, soltanto quando è essenzialmente arte. Ecco perché vicino al nome di Ugo Falena, ha voluto quelli di Luigi Mancinelli e di Duilio Cambellotti.

Luigi Mancinelli, l’insigne sinfonista nostro, che componendo pel Giuliano un poema vocale e strumentale per piccola orchestra (per piccola orchestra: cioè eseguibile in qualsiasi sala di proiezione) non soltanto ha arricchito il patrimonio musicale patrio di nuove pagine ispiratissime, ma ha consentito che l’arte cinematografica, indipendentemente della sua autonomia, ripetesse, e con maggior adesione tecnica tra schermo e orchestra, il nobile esperimento del poema sinfonico illustrato. Duilio Cambellotti, che con l’erudizione e la genialità del suo temperamento d’artista, ha permesso alla finzione di vivere in un’atmosfera di impressionante realtà storica.

La Poesia, la Musica, la Pittura, così, ancora una volta, si sono trovate unite con armonia squisita per il trionfo di un’opera d’arte.

La Bernini Film

Napoli, marzo 1921. Giuliano l’Apostata è una di quelle riproduzioni storiche che si riannodano alle più gloriose tradizioni dell’arte cinematografica italiana. Ricchezza di messa in scena, mirabile affiatamento di esecuzione, dovizia di particolari artistici, ampiezza di respiro nella trama come nella concezione del soggetto, novità di esecuzione, cura minuziosa dei dettagli ed efficacia pittorica nella parte tecnica fanno di questa film un modello artistico che merita di essere tenuto in altissima considerazione dagli studiosi dello sviluppo artistico della cinematografia.

La figura amletiana di Giuliano ci appare poderosamente sagomata nel contorno caratteristico e policromo di quel periodo storico in cui due civiltà si sovrappongono stridendo nel cozzo immane con bagliori di fiamma.

Se si dovesse fare una profonda dissertazione sulla figura filosofica di Giuliano, così come l’ha concepita Ugo Falena, si andrebbe a cozzar Dio sa contro quali paradossi estetici. Ma l’opera dello scrittore moderno vuol essere di poesia e dobbiamo accettarla semplicemente come tale. Evidentemente il poema muto è quanto mai suggestivo e non avrebbe potuto essere trattato con maggiore perizia.

In sostanza l’evocazione estetico-storica di Ugo Falena mostra le sue origini prettamente artistiche e riesce ad incatenare l’interesse del pubblico, anche quello di più modeste cognizioni, dalla prima all’ultima scena.

Il dissidio spirituale e sentimentale di Elena ed Eusebia dà, magari a scapito del significato storico, il tono drammatico alla vicenda. L’amore ingenera come sempre le più ardenti dispute passionali ed appassiona gli spettatori sino all’epilogo drammaticissimo. Tutto ciò, pur non alterando la linea sobriamente artistica del dramma, lo arricchisce di quell’interesse teatrale che è il segreto del successo per simili composizioni.

Duilio Cambellotti nei suoi figurini e nei suoi disegni si è mostrato artista impareggiabile. Non crediamo di scoprire all’ultim’ora questo esteta di buona fama: accettiamo semplicemente questa sua nuova fatica e l’apprezziamo sinceramente. Molto c’è di fantasia nelle sue figurazioni, ma sfidiamo il più dotto dei ricostruttori tedeschi a non dover ricorrere alla fantasia trattando un’epoca che ha lasciato delle traccie così confuse ed incerte. Ricordiamo infatti che Giuliano l’Apostata ha vissuto in un periodo turbinoso, rivoluzionario e, dal punto di vista delle arti, sufficientemente confusionario.

Il Graziosi nella parte di Giuliano si mostra attore efficace, sobrio e di buon temperamento. La Leonidoff nella parte di Eusebia ha trovato una simpaticissima linea estetica e vi si mantiene dal principio alla fine. La Malinverni è un’Elena fine, elegante, corretta, affascinante nel suo ruolo graziosissimo. Il Mascalchi, Marion May e Rina Calabria sono tutti a posto.

Le masse sono addestrate con notevole perizia e seguono il capriccio dell’inscenatore con prontezza. L’esecuzione tecnica è ottima.
(La Cine-Fono)

Beatrice Cenci – Pittaluga Film 1926

Beatrice Cenci 1926
Una scena del film

Torino, settembre 1926.

Il personaggio di Beatrice Cenci, figura viva della nostra storia lontana, già più di una volta aveva attirato l’attenzione di direttori artistici dello schermo, ai quali non sfuggiva la constatazione del grande lavoro che con essa protagonista  si sarebbe potuto ricavare. Ma anche quelli che, dopo molta esitazione e molto studio si erano accinti alla grande prova, sempre avevan poi piegato di fronte ad uno o l’altro ostacolo presentandosi improvvisamente dinanzi.

Luciano Doria, soggettista di grido e tra i migliori italiani, non ha invece esitato punto a trattare il difficile argomento allorquando la Pittaluga-Film gliene propose la sceneggiatura. Alacremente  studiando, in breve volger di tempo egli è riuscito ad approntare un copione dalle linee grandiose e che, pur presentando il fatto storico della vita di Beatrice Cenci, svaria in una infinità di particolari, i quali, anche se la storia non ricorda, certo non hanno potuto a meno di integrare l’esistenza travagliata della bella figlia del Cenci. Questo soggetto affidato alle cure di un direttore artistico sperimentato quale è il Conte Baldassarre Negroni e con protagonista la nostra bella Maria Jacobini, non poteva a meno di far prevedere la creazione di un nuovo lavoro, non solo degno del massimo rispetto, ma destinato certo a lasciare una impronta duratura nell’arengo cinematografico nostro ed internazionale, oltre che segnare poi in maniera  particolare una bella nuova vittoria per Maria Jacobini.

Ricostruite con attenzione massima e ricerca assoluta del particolare negli stabilimenti di Madonna di Campagna i quartieri popolari della Roma Papale del XVI Secolo, l’interpretazione vera e propria del soggetto ha richiesto quattro mesi ininterrotti di lavoro.

La ricostruzione e le scene sono opera pregevolissima di due noti scenografi italiani, di cui il primo già alla Pittaluga-Film da parecchi anni, Giulio Lombardozzi ed il secondo, Domenico Gaido, giuntovi in questi ultimi mesi appunto per la realizzazione di Beatrice Cenci a fianco del collega.

Dell’interpretazione del film, data la presenza nel complesso artistico di Maria Jacobini è quasi ovvio parlare, giacché la programmazione del film è già stata iniziata.

Ma anche gli attori, considerati ciascuno particolarmente a se, dicono alto il valore che può assumere un ruolo affidato alle loro cure.

Franz Sala, Raimondo Van Riel, Gemma De Santis, Maria De Valencia, Lillianne Lill, Caterina Collo, Ida Morus, Nino Beltramo, Celio Bucchi per non citare che i primi del lungo elenco, possiedono già tutti una spiccata personalità di fronte al pubblico, il quale quindi, con gli interpreti di Beatrice Cenci non si trova di fronte ad attori nuovi, bensì va incontro a cari amici, a figure già molto favorevolmente note della nostra arte muta.

Di Beatrice Cenci però, mentre si ottiene il giudizio italiano è già stata iniziata la vendita all’estero, ed esso (a parte la grande attrazione destata per la nuova grande interpretazione della regina delle dive del nostro schermo, Maria Jacobini), per il soggetto in se, molto rapidamente ha avuto un esito ottimo. La figura leggendaria della sfortunata figlia del Cenci, passata alla storia per la crudeltà del padre e per quanto di lei scrisse il grande Stendhal nel secolo scorso e più recentemente, in Italia, Corrado Ricci, non ha mancato di suscitare viva attenzione, tanto più poi che ancor oggi, a distanza di secoli, non si è certi nell’affermare che la dolorosa fanciulla abbia avuto veramente parte all’uccisione del suo perverso padre.

La figura di Beatrice, che viene presentata nel film interpretato da Maria Jacobini, ha assunto un aspetto di martire, quello cioè che pare più attendibile fra le due versioni storiche, ed accertante l’innocenza della donna, mentre in tutto il lavoro e poi il susseguirsi ininterrotto delle passioni torturanti e delle speranze vane nel domani di una donna dalla bellezza fatale.
(da Films Pittaluga)

Salambò, Aubert – Sascha Films 1924

Rolla Norman (Matho) in Salambò (1924)
Rolla Norman (Matho) in Salambò di Pierre Marodon (1924)

« C’était à Mégara, faubourg de Carthage, dans les jardins d’Hamilcar. Les soldats qu’il avait commandés en Sicilie se donnaient un grand festin pour célébrer le jour anniversaire de la bataille d’Eryx et, comme le maître était absent et qu’ils se trouvaient nombreux, ils mangeaient et ils buvaient en pleine liberté…»

Ainsi commence le roman célèbre de Gustave Flaubert, ainsi débute l’adaptation cinématographique que Pierre Marodon a tirée de l’ouvrage, film qui voit pour la première fois les feux de… l’écran, ce vendredi, sous la coupole de notre théâtre national de l’Opéra.
(Cinémagazine, 23 Octobre 1925)

La leggenda del velo sacro della dea Tanit e di Salambò figlia di Amilcare, narrata da Gustave Flaubert nel celebre romanzo, aveva già attirato l’attenzione dei “cinematografisti” italiani dieci anni prima. Infatti, la prima versione cinematografica di Salambò girata dalla Pasquali & C. di Torino in seguito ad un accordo con l’americana Photodrama & C. di Chicago è del 1914: messa in scena di Domenico Gaido, principali interpreti Suzanne De Labroy, Mario Guaita-Ausonia, Cristina Ruspoli, Egidio Candiani. Questa versione è disponibile in dvd.

Per ragioni tecnico-economiche la versione del 1924, una coproduzione Aubert-Sascha Films, è stata girata a Vienna, benché buona parte delle scenografie siano state costruite a Parigi e quindi trasportate in Austria. Il regista Pierre Marodon, intervistato da Jean De Mirbel di Cinémagazine, afferma di aver assoldato per la realizzazione del lavoro fino a diecimila comparse per volta:

Parlando della lavorazione, egli ha confessato pure di aver adoperato molto spesso persino dodici operatori contemporaneamente, riuscendo così, fra l’altro, a fotografare anche magnifiche scene di cariche di cavalleria e di masse enormi superiori di molto a tutte quelle fin qui impiegate.

Per la battaglia, per esempio, ha girato 3000 metri di pellicola, dei quali, dopo laboriosa scelta, soltanto 250 sono stati conservati nel montaggio definitivo. Per le scene di massa sono stati adoperati 3500 equipaggiamenti completi, 2000 lance e giavellotti, centinaia di macchine da guerra appositamente costruite ed una infinità di oggetti guerreschi d’ogni sorta. Durante lo svolgersi dell’azione poi, il verismo ha voluto anche innestarsi nella finzione: una quarantina di “combattenti” vennero realmente feriti. Più impressionante per la sua maestosità, per la sua grandezza e per la sua fedeltà nella riproduzione le costruzioni del palazzo di Amilcare. La superficie che esso ricopriva è press’a poco quella di Piazza della Concordia a Parigi, l’edificio delle quattro grandi terrazze riunite per mezzo di grandiose scale monumentali, s’elevava per ben quaranta metri dal suolo. E volendo, si potrebbe continuare in questa documentazione varia ma interessante sulla grandiosità del film.

L’interpretazione del personaggio principale (Salambò) è stata affidata da Pierre Marodon ad una giovane artista francese che fino a ieri aveva lavorato solo in America: Jeanne de Balzac ma che, pur giungendo nuova presso di noi, saprà senz’altro conquistarsi le più grandi simpatie del pubblico italiano per la sincerità e per la bellezza della sua arte superiore, senza contare poi che il suo stesso cognome (Balzac) ricorda l’autore di quella Commedia umana, dal successo mondiale tanto nel campo letterario che in quello cinematografico, e non può a meno di destare una viva curiosità allorquando si sappia che esso non è uno pseudonimo e come l’attrice sia davvero imparentata per parte di sua madre al grande scrittore francese.
(da Films Pittaluga)

Il film, come il romanzo, inizia nei giardini di Amilcare a Megara, sobborgo di Cartagine, nel 250 avanti Cristo:

Il generalissimo cartaginese, scontento di non esser stato sostenuto nella sua lotta contro Roma, è scomparso dopo aver rinviato a Cartagine i suoi famosi mercenari, vincitori delle legioni dell’Urbe, i quali, per celebrare l’anniversario della battaglia di Erya hanno organizzato un grande festino nei giardini del loro capo.

Ad un tratto, l’enorme massa scura del palazzo di Amilcare si rischiara e sulla più alta delle quattro terrazze che formano i quattro piani della costruzione, collegate fra di loro da una grande scala, appare una donna.

È Salambò, la figlia di Amilcare.

Lentamente discende le tre più alte scalinate, si arresta sull’ultima terrazza e, a testa china, guarda i soldati. Dietro a lei da ogni lato, due lunghe file di uomini: sono i sacerdoti eunuchi del tempio di Tanit.

L’apparizione improvvisa attira gli sguardi dei soldati, ma fra tutti, due uomini contemplano la scena con maggiore intensità: sono Matho, capitano libico dalla statura colossale e dai corti e neri capelli crespi, e Narr’ Havas, giovane capo numida.

Salambò intanto, getta uno sguardo intorno per scegliere quello che tra i soldati meno le dispiacerà, ed il suo sguardo si arresta sopra Matho. Avvicinandosi a lui, riempie di vino una coppa e gliela offre. Il barbaro, lusingato, sta per bere, ma Narr’ Havas con un gesto violento e improvviso lancia un giavellotto e inchioda al tavolo il braccio che reggeva la coppa. Scoppia una lite violenta, durante la quale Salambò sparisce.

Due giorni dopo i mercenari, lasciata la villa di Amilcare, installano il loro campo davanti a Sicea. Matho, trovandosi di fronte Narr’ Havas vorrebbe ucciderlo ma questi lo calma dicendo che al suo atto di due giorni prima era stato spinto dall’ubriachezza.

I giorni passano senza che giungano notizie da Cartagine, mentre Matho è perseguitato dal ricordo di Salambò. Ecco però che un giorno arriva un uomo ferito raccontando come 330 frombolieri siano stati sorpresi e sterminati dai cartaginesi. Furiosi i mercenari decidono di tornare a Cartagine e Matho, folle di gioia, li precede seguito da Spendius, schiavo greco liberato la notte del festino al palazzo di Amilcare. E allora Spendius dice a Matho:

— Nel santuario di Tanit vi è un velo sacro che avvolge la statua della dea. La leggenda vuole sia caduto dal cielo e Cartagine è potente perché lo possiede. Sotto pena di morte è proibito toccarlo o soltanto guardarlo. Ma tu vieni con me: ti impossesserai del velo e sarai più forte di Cartagine.

Matho accetta e riesce a carpire il velo. E subito dice:

— E se andassi da colei che non posso dimenticare? Non ho più paura della sua bellezza. Che potrebbe contro di me or che sono il più forte degli uomini?

Spendius cerca di trattenerlo, ma Mathos corre verso la camera di Salambò e la sveglia.

— Cosa vuoi? — chiede lei.

— Guarda: è il velo della dea — risponde Matho. — Sono andato a cercarlo per te nel tempio… Ti amo!

Apprendendo il sacrilegio la principessa si spaventa e chiama gli schiavi che accorrono e vorrebbero uccidere Matho, ma poi, come obbedendo a una forza più potente della sua volontà, lo salva…

Per vedere il film, che segue abbastanza fedelmente il racconto di Flaubert, s’impone una visita agli Archives Françaises du Film (Bois d’Arcy; CNC à la BnF ; Postes de consultation multimédia INA/CNC). Prima o dopo il film, vi consiglio la visione di Carnet de notes autour de Salammbô, cortometraggio girato (sicuramente) dal direttore della fotografia Léonce-Henri Burel nel corso delle riprese.

Buona visione!