Il cinema muto secondo Bruno Munari

Due futuristi, disegno di Bruno Munari
Disegno di Bruno Munari: Due futuristi escono dal cinema S. Carlo di Milano influenzati dal film Metropolis, Cinemalia luglio 1928

IL FILM FUTURISTA

RUMORI….. ODORI….. COLORI…..

Il cinematografo è l’arte dei nostri tempi che è riuscita a superare il teatro (troppo passatista) con una ampiezza di vedute che in un teatro è impossibile riprodurre (corse automobilistiche – voli di areoplani ecc.). Il cinematografo non ha però ancora raggiunto la perfetta sensazione di ciò che vuole rappresentare.

E’ stupido andare a vedere una pellicola dove si rappresenta una battaglia, dove ci sono bombe che scoppiano, soldati che gridano ecc, e non sentire alcun rumore!

Gli ultimi film presentati in Italia ci hanno tolto l’impressione di essere sordi.

Questa orchestrazione sincronizzata dei rumori, che aumenta l’efficacia di un film, fu da noi futurisi, anni or sono, predicata in un nostro manifesto deriso dal pubblico, forse lo stesso pubblico che oggi lo accetta (dimenticandosi che era una idea futurista) e sarà lo stesso pubblico che deriderà questo mio manifesto che, come tutte le idee futuriste verrà realizzato quando la sensibilità passatista, ancor troppo imbevuta di tradizionalismo, arriverà fra qualche anno a capire…

Però con l’orchestrazione sincronizzata non si ha ancora raggiunto la completa efficacia di un film.

Oltre la riproduzione dei rumori occorre la riproduzione degli odori e delle luci colorate.

Vedere una scena di ospedale, di guerra, ecc. e non sentire alcun odore, se non il profumo della nostra vicina, è così assurdo che non so come i passatisti (così terribilmente realisti) non vi abbiano ancora pensato.

Nei nuovi cinematografi occorrerà oltre all’impianto di aspirazione ed iniezione di aria calda (d’ inverno) e fredda (d’estate), come è già realizzato in molti cinematografi, fare uno speciale impianto elettrico per poter riprodurre i colori e le luci del film. Esempio: ad una scena di guerra occorrerà:

Rumori: bombe – mitraglia – fucileria – grida di soldati – rumore delle Tanks – motori d’aeroplani, ecc. — Odori: polvere pirica – panno da uniforme – odore di terra – benzina – legno e terra bruciata, ecc. — Colori: scoppi di luce rossa – violetta – bianca, ecc.

I RUMORI
saranno riprodotti dal meraviglioso rumorarmonium di Russolo con cui avremo in una scena di campagna: frusciatori, gorgogliatori, sibilatori ecc.; in una scena città : rombatori, fischiatori, tutto questo intonato in una continuità musicale. Verrà insomma riprodotto col massimo sincronismo ogni rumore della scena.

GLI ODORI
Basterà per questa realizzazione introdurre gli odori voluti dalla scena, nei ventilatori di iniezione dell’aria, la quale diventando odorosa passerà sulle teste degli spettatori per andare a introdursi nelle bocche aspiranti dalle quali passerà nelle tubazioni che la porteranno a disperdersi nell’atmosfera esterna.

Il pubblico avrà così la completa sensazione della scena e si immedesimerà nel film vivendolo.
(In Ferro e Fuoco vedevo l’infermeria e sentivo odore di mughetto, vedevo l’attrice che gridava e sentivo una sdolcinata musica di violini!).

I COLORI
Basterà applicare un piccolo impianto di luci colorate, che sarà il solo impianto che occorrerà in più nei moderni cinematografi.

Con la realizzazione di questo Manifesto Futurista e con le didascalie parolibere (come già cominciano a comparire: es. nella Grande Parata (uomini, cannoni cannoni uomini cannoni CANNONI…) si raggiungerà la piena efficacia di un film… e le proteste del pubblico arretrato.

B. MUNARI B. (da Cinemalia, luglio 1928)

La Compagnia dei Matti – Sasp 1928

la compagnia dei matti
La Compagnia dei Matti (1928)

Momi Tamberlan (Vasco Creti), Bortolo Cioci (Carlo Tedeschi), Piero Scavezza (Alex Bernard), sono i tre ultimi vecchi superstiti di un Club fondato al tempo della loro vita di studenti dal loro compagno Giuseppe Bardonazzi, un ricco quanto ameno caposcarico.

Il regolamento del Club stabiliva fra altro : « Non può essere socio del Club chi non ha fama di gaudente, ghiotto, ubriacone, spregiudicato e violento. Chi non può dimostrare di essersi ubriacato, di aver partecipato a tutte le feste, di essere incorso in una multa per schiamazzi notturni, di aver avuto clamorosi incidenti con pacifici cittadini almeno una volta ogni mese, non può far parte del Club».

Il fondatore e finanziatore Bardonazzi era morto da molti anni, e il Club fregiato dalla divisa : « Se non son matti non li vogliamo », era ormai rappresentato dai tre vecchietti che vivevano della rendita di alcuni beni lasciati dall’amato fondatore: nel palazzo nobiliare già sede del Club si era installato Piero con un fido domestico, Sioria (Giuseppe Brignone) : Bortolo viveva in un modesto appartamentino con una domestica tiranna che gli incuteva una maledetta paura: Momi, trovandosi vedono con la figlia Ginetta (Liliana Migliori), affettuosa e semplice, era passato a seconde, nozze con Irma (Elena Lunda), donna giovane e capricciosa, a cui risaliva la causa dei molti guai che angustiavano la vita declinante del poveretto.

I tre « Matti » erano diventati ormai savi, se non altro per la buona ragione dell’età e dei relativi acciacchi. Occorre ora notare che in base al testamento Bardonazzi, se l’usufrutto dei beni andava ai tre superstiti, il diritto di proprietà era devoluto alla Congregazione di Carità del luogo che naturalmente aveva il massimo interesse a far decampare i tre vecchi.
Un bel giorno a Presidente della Congregazione viene nominato il giovane avvocato Giostra (Celio Bucchi), spirito innovatore ed energico: il quale, esaminati il testamento Bardonazzi e lo statuto del Club, non tardò a constatare che i tre vecchi, non essendo più matti, avevano ormai perduto ogni diritto di appartenenza al Club, con il che erano venuti a decadere automaticamente dalle rendite dei beni lasciati loro in usufrutto nella qualità di soci. In sostanza questo impeccabile ragionamento dell’avvocato Giostra significa per i tre vecchi una cosa sola: la fame.

Occorre quindi ad ogni costo fare i matti per conservare i diritti minacciati, ed allora comincia per i tre la più pietosa delle farse.

Eccoli andare in giro di notte, e intonare con voce catarrosa le canzoni giovanili, eccoli strappare come una volta i campanelli a corda delle vecchie case e darsi poi alla fuga colle gambe tremolanti, eccoli andare sulle giostre di carnevale con grande stupore dei paesani che ridono divertiti dalle stramberie dei tre infelici che trascinano nel lacrimevole gioco il dolore dei loro cuori stanchi: eppure bisogna bene… guadagnarsi il pane: e i tre vecchi entrano nel Caffè schiamazzando, si ribellano alle guardie, ne fanno di tutti i colori, finchè, una sera, inseguiti, scalando un muro, Piero si spezza una gamba: i due amici lo portano a braccia in farmacia, ma quivi incontrano l’Avv. Giostra e allora si fingono ubriachi, e Piero, soffocando i dolori atroci, canta e ride con gli altri.

Ma la «Compagnia dei matti» è destinata a scomparire. Piero muore serenamente rileggendo le ultime lettere di suo figlio caduto sul campo dell’onore: muore mentre i suoi amici, credendolo meno gravemente malato, fanno i preparativi per recarsi al veglione, complemento necessario alle loro gesta di matti per forza.

Frattanto in casa di Momi si prepara la tragedia che deve schiantare il cuore del poveretto, il cui amore per la moglie gli benda gli occhi sulla condotta di costei: Irma infatti lo tradisce con il Prof. Rosolillo (Vittorio De Sica) che Momi, inconscio della tresca, volentieri accoglie in casa intravvedendo un buon matrimonio per sua figlia.

Irma e Rosolillo hanno deciso di andare al veglione mascherato, conducendo con loro Ginetta per salvare le apparenze: ma la fanciulla che ha intuito la verità e che soffre profondamente per il contegno della matrigna, rifiuta l’invito e rimane a casa. Verso la mezzanotte quando Momi, vestito da Pierrot è in procinto di recarsi al teatro, ecco che si trova di fronte a Ginetta: ella non vuol dire al padre quale sia la vera ragione della sua presenza in casa, e scoppia in un pianto dirotto. Momi intuisce e vuol vedere una carta che la figlia ha frettolosamente nascosto al suo apparire: si tratta di una domanda per ottenere un impiego in una lontana città.

Allora tutta l’atroce situazione si presenta chiara allo spirito di Momi: la miseria, i debiti, l’abbandono della figlia, la moglie che…no, questo no, sarebbe terribile!
Come pazzo Momi corre al veglione ove sgomenta e quasi presaga Ginetta lo segue. La festa ferve in tutta la sua follia, e l’orgia a cui Momi assiste colpisce fortemente il suo spirito: ma egli non si ferma e cerca febbrilmente nei saloni, nei corridoi, nei palchi, passando come lo spettro dell’ansia in mezzo al tripudio del carnevale: ed infine, ahimè, scopre in un palchetto sua moglie fra le braccia del professore. Le mani convulse di Momi afferrano la colpevole alla gola, ma le forze gli vengono meno ed egli rompe in un riso colvulso cadendo nelle braccia di sua figlia e di Bortolo che erano sopraggiunti.

I due colpevoli fuggono, ma ben presto il loro insano amore svanisce nel nulla, mentre Momi delira, inchiodato in letto da una violenta crisi che lo lascia in preda ad una dolce, triste pazzia.

L’Avv. Giostra, colpito dalla tragedia da lui stesso inconsciamente causata, si sente quasi colpevole e cerca di riparare almeno in parte all’uragano che ha scatenato: così si occupa di far ricoverare Momi in un sanatorio perchè vi riceva le cure più affettuose, e intanto prodiga tutto il possibile conforto a Ginetta dalla cui grazia gentile poco a poco si sente conquiso.
Così quando la ragione di Momi ritorna sana una grande gioia le si prepara: il buon vecchietto entrerà presto in una nuova casa ove fiorirà intorno a lui l’idillio di due giovani cuori.

Edizione Pittaluga 1928

Direzione artistica di Mario Almirante; Operatore: Massimo Terzano; Scenografia su disegni del Prof. Giulio Boetto.
Soggetto dalla commedia di Gino Rocca Se no i xe mati no li volemo (1926), riduzione di Camillo Bruto Bonzi.
Film restaurato dalla Fondazione Cineteca Italiana (Milano) e la Cineteca di Bologna. 3200 m. 116′ a 24 f/s.

Storia di una piccola parigina – Nero Film 1928

Questo non è un film italiano ma… quasi. Quando fu presentato due anni fa alle Giornate del Cinema di Pordenone, Lenny Borger scrisse che “fu uno dei primi (e più eleganti) esempi di quello che oggi potrebbe essere definito un europudding muto”, e cioè una equipe italo-tedesco-francese (la vicenda si svolge tra Parigi e Londra), che lavora per una produzione franco-tedesca. Ma quel che conta, scusatemi se lo metto in risalto, è la regia di Augusto Genina… ormai tutti sanno che io per questo signore ho un debole, e l’interpretazione spumeggiante di Carmen Boni.
Visto che non riesco a smuovere niente nelle burocratiche sfere degli archivi italiani, proviamo con i francesi. La copia è della Cinémathèque Française. Il titolo francese è: Totte et sa chance, quello tedesco: Der Sprung ins Glück, in italiano: Storia di una piccola parigina.
A Pordenone abbiamo visto il film con didascalie francesi, vi regalo la versione originale italiana:

Storia di una piccola parigina
Carmen Boni (Totte) e Andrè Roanne (Renato Gavart) in una scena del film

«Totte, manicure, carina, graziosissima, deve sostituire una vecchia ed occhialuta compagna presso i suoi clienti.
— Tutti uomini? — domanda la ragazza ala signora Rivolt.
Sfido, con quel naso da bulldog!
Totte incomincia il suo servizio. Gente serissima? La poverina è costretta di piantarne in asso di clienti! Ma fra essi ne capita uno il signor Renato Gavart, che piace anche a lei. Giovane, bello e di uno chic da sedurre perfino una mummia.
Renato ha un’amante che lo adora, almeno lui crede. Una sera dopo il teatro, giunge in casa del giovinotto il segretario di suo padre, il più ricco fabbricante di stuzzicadenti.
— Che c’è di nuovo, signor Laysel?
— Suo padre mi ha incaricato di consegnarle questa lettera urgente. Potrà leggerla domani, ma
io dovevo consegnargliela questa sera stessa…
Caro figlio,
Voi dovete partire immediatamente alla volta di New York per sposare la signorina Ester Von Krab, proprietaria di tutte le pescherie di perle della Sonda. Obbedite.
Vostro padre.
— Ah! sono rovinato! — esclama Renato. Mio padre vuol darmi moglie. Dovrò dare un addio alla vita!
Un’idea! L’amante di Renato è fertile d’idee:
— Di’ a tuo padre che sei ammogliato. Intanto ci sposiamo noi.
— Eh?
— Stupido! Un matrimonio per burla, s’intende. A Londra, in tre giorni, si può essere marito e moglie: in tre settimane tornare liberi.
— Ammirevole! Domani andremo a Londra.
Ma l’indomani. Renato scopre che la sua geniale consigliatrice lo inganna con un mostruoso figuro, e la mette alla porta. Però non abbandona il proposito di effettuare il matrimonio provvisorio. E pensa a Totte, così carina, così leggiadra.
Il domestico annuncia:
— La manicure.
— Buon giorno signorina Totte.
— Buon giorno, signore.
— Permette che io le faccia una confidenza?
— Si figuri…
— Sono innamorato di lei.
— Il signore vuole scherzare…
— Vuole sposarmi?
— Il signore vuole prendermi in giro…
— Se mi trova un marito possibile, partiremo subito per Londra, e ci sposeremo.
— Ma allora è proprio vero?
— Verissimo!
— Sarò sua moglie? Ma lei mi vorrà un po’ di bene? Io sono sola al mondo… Non avrò che lei…
E si sposarono a Londra dove si può essere marito e moglie in tre giorni, e tornar liberi in tre settimane. Poi tornarono a Parigi. Ma Renato non ha punto voglia di abbandonare la piccola parigina, che è la più deliziosa delle parigine.
Papa Gavart scopre il brigantesco tranello di suo figlio. Furente, corre a Parigi col suo segretario, il bonaccione Laysel, e riesce a separare i due coniugi.
Totte, quella mattina, dormiva ancora, quando fu svegliata bruscamente dal domestico.
— Il signor Laysel desidera parlarle.
Intanto, con suo grande stupore, Totte constata che il marito è scomparso.
— È partito per l’America, signora — la informa il candido Laysel. — No, non s’impensierisca… Il padre del signor Renato intende aggiustare le cose da gran signore. Questo appartamento, da oggi è suo…
Ma Totte gli scaraventa addosso tutto quel che le capita sotto mano. E Laysel se la batte.
In verità, Renato non era ancora partito, ma stava por partire per l’America. Lo accompagna il buon Laysel. che assiste al suo imbarco.
— Buon viaggio, buon viaggio, stimatissimo signor Renato…
Renato s’era imbarcato, aveva cambiato i suoi abiti con quelli di un marinaio ed era… tornato a terra.
Il miope Laysel aveva dunque salutato un falso Renato Gavart. Felicissimo di aver eseguito a puntino gli ordini del principale, Laysel si prepara a partire per Parigi.
Totte, intanto, per distrarsi. aveva seguito una sua sbrigliata amica, ex manicure anch’essa, agli stipendi di un infrollito vecchio milionario, in un tabarin di Montmartre, dove fa conoscenza di un omone brizzolato e quadrato, presentatosi col nome di Bouville.
Ma la folle gazzarra del tabarin acuisce invece la tristezza dell’abbandonata sposina. Totte prova una nausea insopportabile per tutta quella gente che si fabbrica l’allegria col jazz e con lo sciampagna.
— Voglio andar via! Voglio andar via!
Il quadrato Bouville la segue, e si offre di accompagnarla a casa. La vezzosa parigina lo interessa.
In auto, Totte si sfoga col brizzolato cavaliere.
— Voi troverete strano ch’io non abbia potuto resistere in quell’ambiente equivoco, non è vero? Ebbene voglio raccontarvi tutto di me. Voi mi sembrate una brava persona…
E Totte narra la sua storia di piccola e povera parigina. Ma quando ella nomina suo marito, Renato Gavart, il quadrato signore si scuote.
— Vi giuro, signore. — continua la sposina abbandonata — che gli ho voluto e gli voglio un bene grande, grande come tutto l’amore che c’è nel mondo. Voi siete commosso, signore… Si vede che avete un cuore. Non è così quel… mammalucco di suo padre.
Ma, intanto, Totte è giunta a casa sua, e vi entra con Bouville, il quale scorge, con sua grande sorpresa, abbandonati su di una grande poltrona del salotto, un soprabito, un paio di guanti e un bastone. Da sotto la tenda sbucano le scarpe di un uomo nascosto…
Corpo di uno stuzzicadente! Sollevando la tenda, Bouville che non è altri che papa Gavert. scopre Renato, suo figlio.
Totte sopraggiunge, e non vi so dire come rimane.
— Figlio mio, conosco la signora da due ore soltanto, ma ho già per lei la stima più illimitata. Tientela cara… Il suo cuore vale tutti i milioni della terra.
Poco dopo, giungeva il pacifico Laysel in casa dei Gavart.
— Ebbene, mio caro Laysel, come è andata? — gli domanda il principale.
— Tutto benissimo! A quest’ora vostro figlio naviga in pieno Oceano Atlantico verso l’America!
Ma gli sposini fanno capolino…
Laysel crede di sognare. Poverello, è proprio destinato a non imbroccarne una!»