Léon Mathot

Un favori du public: Léon Mathot

Léon Mathot est certainement à l’heure actuelle l’un des plus grands favoris du public français. Un journal ayant tout récemment organisé un référendum parmi ses lecteurs et lectrices pour savoir quel était leur artiste préféré, on vit Mathot arriver en tête avec une majorité écrasante, battant même Charlot, Douglas et autres seigneurs de l’écran.

Il est loin le jour où Mathot, échappé du théâtre Antoine, débutait chez Pathé comme modeste figurant.

C’était quelques années avant la guerre; Mathot, nez au vent, musant sur le Boulevard, rencontra par hasard son ami Lucien Nonguet, alors metteur en scène de films comiques chez Pathé:

— Tu devrais venir travailler avec moi, dit Nonguet, c’est fort intéressant!

Et comme Mathot hésitait devant l’inconnu de ce nouveau métier, son ami ajouta avec bonhomie, en lui frappant sur l’épaule.

— Tu t’amuseras énormément, tu verras, et puis tu gagneras de l’argent.

Mathot accepta. On tournait alors un film avec Grehan, plus connu sous le nom de “Gontran” et qui fut chez Pathé le prédécesseur de Max Linder, le héros de l Étroit Mousquetaire.

Après avoir couru pendant plusieurs centaines de mètres avec d’autres figurants, à la poursuite de Gontran, sous l’œil clignotant de l’appareil de prise de vues, Mathot, la scène terminée, se vit octroyer pour sa collaboration, la somme, fabuleuse pour l’époque, de 60 francs. Et la même opération se répéta le lendemain. Nonguet n’avait pas menti. c’était amusant et lucratif.

Mathot, définitivement conquis, se mit à étudier le nouvel art. Avec Andréani, il tourna alors une série de petits films : le Pont fatal, le Secret de l’Acier, les Rivaux d’Harlem où sa maîtrise commença à s’affirmer. Puis il travailla au Film d’art avec Abel Gance et réalisa quelques créations assez oubliées aujourd’hui dans Barberousse et les Gaz mortels. Charles Burguet lui fit ensuite
tourner avec Amiet et Huguette Duflos, Son Héros. Ce fut alors sa première collaboration avec le regretté Pouctal, collaboration qui devait être si utile à l’artiste, car c’est avec lui que, quelques années plus tard, Mathot créait le rôle d’Edmond Dantès dans Monte-Cristo.

L’apparition de Monte-Cristo marque les débuts de la grande popularité de Mathot. Le film eut un succès énorme, l’artiste y était d’ailleurs excellent.

On le vit ensuite dans Travail, d’après le roman d’Emile Zola, dans l’Ami Fritz, où il 0interpréta le rôle de Fritz Kobus, et enfin dans l’Empereur des Pauvres d’après le roman de Félicien Champsaur. René Leprince lui avaitconfié le rôle écrasant de Marc Anavan. Mathot en fit une création inoubliable et les divers aspects de l’artiste, ses expressions de physionomie, son allure mâle et fière, popularisés par l’affiche, la photo et l’écran, sont encore dans toutes les mémoires. .

Il paraîtra demain dans deux films nouveaux du même metteur en scène: Etre ou ne pas être et Jean d’Agrève.

La taille bien prise sous l’uniforme d’officier de marine, Mathot restera l’artiste naturel et vrai que les spectateurs et surtout les spectatrices aiment à voir sur l’écran.

“La condition essentielle d’une bonne interprétation, c’est la vérité, dit-il. Plus que le théâtre, le cinéma est dénué de traditions, il doit être inspiré par la vie même et en donner reflet fidèle. Il faut aussi que l’artiste indique d’emblée, par son aspect extérieur, la place et la fonction que l’auteur lui a déterminées dans son œuvre. Un jeune premier doit avoir la prestance et l’allure nécessaires à un personnage dont la destination est d’aimer et d’être aimé. Un artiste malingre, petit et laid, ne communiquerait point au public l’impression d’amour, quelque peine qu’il prit à peindre sa passion. Il n’y a de réalisation possible que si l’artiste correspond exactement au personnage qu’il interprète. Au metteur en scène, ensuite, de créer l’ambiance!”

Léon Maïhot est encore lié pour deux ans avec Pathé Consortium Cinéma par un contrat qui lui assure des appointements annuels de soixante mille francs. Ce chiffre n’est pas extraordinaire, cependant, il faut dire qu’il est tout à fait exceptionnel en France et que rares, très rares sont les artistes qui arrivent dans nos studios à gagner une pareille somme.

Mathot, qui est un grand travailleur, un artiste ayant consacré tous ses efforts au développement de son art, a donc été récompensé; il faut s’en réjouir. Aux Etats-Unis, les artistes de son rang sont tous millionnaires.

Paris, Janvier 1923

Anna Fougez foto Sommariva

Intervista con Anna Fougez

Intervistare i ministri non è più una cosa tanto difficile come lo era qualche anno fa. Si può abbordare, per esempio, l’on. Meda quando è alle prese con qualche prediletta « bistecca » al ristorante Fagiano. Lo si può fare con facilità entrando in argomento a traverso una polemica…gastronomica.

Difficilissimo è poter parlare con quelle impertinentissime dive che corrono sulle bocche della più parte del pubblico, esaltate e discusse, come sulle instancabili labbra dei giornalisti, gli avvenimenti più interessanti della giornata.

L’intervista che regalo ai lettori è frutto di una mia rara pazienza.

Sono riuscito a scovare Anna Fougez, benché ella non si nasconda in un favoloso giardino incantato come le fate della favola, ma in un villino tutto grazia e gentilezza in fondo a via Alessandria, pochi giorni prima della sua partenza.

Il numero incalcolabile di sartine, di dattilografe, di ammiratori stilizzati e incaramellati sanno che il villino rossigno è l’esilio prediletto della cantatrice; sanno altresì che l’accesso è enormemente difficile.

Alla stessa maniera come tutti conosciamo il Quirinale senza, peraltro, poter parlare con la Regina prima di essere passato attraverso un manipolo di armati e una interminabile sequela di elegantissimi… burocratici.

Eppoi, dopo il furto patito, Anna Fougez è serrata da una duplice cintura di cancelli.

Nè più nè meno come Santa Chiara che ossequente alle ladronerie dei suoi tempi, costruì in bronzo le porte della sua casa.

Dopo un colloquio alquanto vivace, con una cameriera non più bella, a traverso la prima inferriata; il primo ad essere intervistato fui proprio io che dovetti non solo declinare le mie generalità ma accompagnarle di titoli immaginari per sostituire all’incredulo cicaleccio ancillare un qualche rispetto per la mia modestissima persona.

Avendo al mio attivo una discreta conoscenza della psicologia ancillare — oh, serve amorose, compagne delle mie passeggiate studentesche sotto i più scuri archi dell’antichità dell’Urbe — non durai molta fatica a farmi promettere che le soavi e rosee orecchie di Anna Fougez avrebbero ascoltato il mio nome e lo avrebbero ricordato se il tempo non avesse cancellato dalla sua memoria le cene che ella — dopo i trionfi del Trianon — veniva a consumare nel «bar» del «Tempo» tra uno stuolo di giornalisti ammiratori della sua gaiezza e del suo appetito.

Qui la memoria mi si vela. Anna Fougez non mi aveva dimenticato: ella che è così propensa all’ oblio!

All’antistrada aggiunsi una buona dose di anticamera in un salottino dorato dove spiccavano sul giallo delle pareti sette rose rosse come la sua bocca canora, da un’anfora tra etrusca e giapponese.

E proprio quando ero più assorto a considerare il gusto della Fougez — trillante in sordina — ella mi apparve tra le portiere di seta gialla con quel suo bellissimo viso di sfinge assai più bianco sulla nuova capigliatura bruna. Già! Anna Fougez non è più bionda.

I maligni dicono che la sostituzione del colore dei capelli è da ricercarsi nel suo prossimo matrimonio. Io che non sono maligno dico che ella ha voluto dare alla sua bellezza quel fascino che la natura — più che l’artificio — le aveva accordato.

Mi strinse la mano guardandomi — com’è suo costume — col capo retto e con le palpebre abbassate sulla lucentezza degli occhi.

E mi indicò la poltrona con lo stesso gesto misurato di chi faccia una non comune concessione.

Discorrendo divenne poi più cordiale.

— Avete abbandonato il « varietà?

— Tutt’altro. Ho parecchi contratti in corso per Roma, Napoli, Milano e Torino.

— E vi proponete?

— Di eseguire, oltre. al mio nuovo repertorio, un interessante numero di danze che avranno uno spiccato carattere di originalità.

E qui mi fece osservare un magnifico libro di non ricordo più quale autore. Riproduzioni di bassorilievi egizii, greci, romani. Un interminabile elenco di spliti, di guerrieri, di danzatrici.

— E traete da queste figure i motivi mimici per le vostre nuove danze?

— Non precisamente. Ma completo la preparazione necessaria con un certo corredo di classicità.

E mi sorprese la sua competenza in, una materia astrusa — almeno per me — come questa. Mi parlò del valore del ritmo musicale sulla danza intesa come espressione esteriore della educazione musicale del movimento. Un cumulo di cose che non vi so dire. Anche perché — mentre parlava — io ero assorto a mirarla per quella sua mentalità fisionomica che le farà vincere le ardue prove della scena muta verso la quale è portata dalla sua sensibilità squisita.

E fu così che venimmo al sodo.

— E che fate per il Cinematografo?

— Ho un contratto per cinque films di cui due son finite di già. E conto di lavorare ancora. Forse tutta la mia attività sarà assorbita dall’arte muta dove io intendo portare delle innovazioni di indole strettamente artistica.

— Cioè?

— Su questo permettetemi il riserbo più assoluto. È un mio progetto che, per ora, nel lavoro già fatto non ho nemmeno attuato. Lo farò, quando mi sarà lasciata un po’ più di libertà dagli impegni già assunti.

Espressi il desiderio di visitare la sua graziosa casa ed ella non fu aliena dall’accontentarmi.

Lo studio mobiliato con una gentile severità mi piacque assai.

Mi misi a guardare i libri.

Erano, naturalmente, i prediletti.

E la agilissima Fougez — che mano mano mi trattava con maggiore cordialità — mi parlò dei libri suoi con un così affettuoso accento come di bambini.

— Quale fra tutti i prediletti, prediligete?

Mi porse la « Vita degli Insetti » del Fabre. Non dimenticherò il caldo accento di passione col quale mi parlò dei piccoli esseri che vivono « come se fossero uomini ».

Deprecò gli uomini per le farfalle, esaltò gli scarabei e le libellule.

E credo che ella ami più gli animali che gli uomini, animali anch’essi.

Non so perciò come s’è regolata nella scelta, poiché — io non ci credo — si dice che si sposerà. Guardai che il libro era stato offerto da « un pastore provinciale » e pensai che fra gli uomini, che l’agile cantatrice spesso irride, egli era stato certo il meglio quotato per aver dato un consiglio così meravigliosamente eseguito.

Roma, novembre 1922.

Il filo d'Arianna

Il filo d’Arianna

Il poeta Ugo Selmi e sua moglie Hermia vivono da un tempo felici in perfetta comunità di spirito e di sensazioni squisite. Non una nube, non un malinteso fra loro. Senonché un giorno… all’orizzonte di questa duplice felicità, passa una donna. È una violinista russa, perversa e strana. Il poeta ne è colpito, cede alle lusinghe dell’intrusa e, dimentico di tutto, fugge con lei.

Hermia tocca il vertice del dolore. Pure una voce nell’anima le dice di sperare e di attendere.

Passa del tempo. Dopo una serie di viaggi e di vita febbrile Ugo si stanca dell’amante e il fascino di Hermia, la sua donna nobile e fiera, lo riprende. Torna a Roma e s’accorge che Hermia mena una vita elegantissima e apparentemente spensierata. Ne soffre. Ed ella, vedendolo soffrire, segretamente ne gode non per malvagità di donna ma perché nel suo cuore ella ancora lo ama.

— Saprò riprenderlo! — dice a se stessa.

E infatti comincia a scrivere al poeta, che in quei giorni ha avuto un grande successo artistico, delle lettere ardenti di ammirazione, firmandosi « Arianna ». Per Ugo quelle lettere sono il magico filo che lo trarranno fuori dal labirinto. Egli ignora che Arianna ed Hermia siano la stessa donna. Seguita ad ignorarlo per lungo tempo, durante il quale Hermia gli appare sempre più ostile ed estranea mentre l’altra sempre più docile, affettuosa.

Un giorno finalmente il tormentoso enigma si scioglie e, dopo un inseguimento fantastico in un parco meraviglioso, Ugo si trova Hermia, la sua fedele, buona e appassionata moglie, tra le braccia, la stringe freneticamente. Questa volta egli non la lascerà più, mai più.

Messa in scena di Mario Caserini, soggetto Renato Baldani, fotografia Renato Cartoni. Interpreti: Vera Vergani, Nerio Bernardi, Lyda Nelidoff, Margherita Donadoni, Gherardo Peña. Produzione/Distribuzione Cines – Unione Cinematografica Italiana.

« Anche qui una moglie trascurata da un fatuo marito, riesce a portarlo a casa, tessendo, come la mitica Arianna, un filo di seduzione nel quale l’uomo si troverà piacevolmente catturato. La coppia Vergani-Bernardi, affiatatissima, funziona con molta efficacia. Una larga parte del film viene girata sul lago di Como, che funge da sfondo a questa commedia di bisticci e di ripicche. « Difetti ve ne sono — riferisce Vittorio Berlé su La vita cinematografica, 30.1.1923 — anzi, talora sono troppo appariscenti perché il pubblico non li possa notare. Ma in complesso, il lavoro piace. Per una volta tanto, abbiamo una reale esposizione di vita e non… le solite panzane, soffuse qua e là d’un sentimento che il più delle volte vuol essere poesia » (Vittorio Martinelli, Vera Vergani un’attrice friulana nel cinema muto, Griffithiana 32-33 settembre 1988)