Tell Your Story by Mary O’Hara

Mary O'Hara
Mary O’Hara

More on writing for the movies.

Los Angeles July 1922. As scenario writer to Rex Ingram, noted director, and adapter of  his two latest photoplays, “The Prisoner of  Zenda” and “Toilers of the Sea,” Mary O’Hara has climbed to a high place in the screen world. The secret of her success, she states, is contained in the words: “Tell your Story.”

Probably very continuity writer has some simple little recipe which helps him or her to get ready, set, go! A blank sheet of paper staring at one from the typewriter can be rather appalling when one realizes that it is only the first of a hundred or two blank sheets waiting to be filled up with good picture material.

My recipe is just this: Tell your story.

I have been asked so often how it is that I have mastered the trick of continuity writing in so short a time (for my first continuity, “The Last Card,” directed by Bayard Veiller, was made only a little over a year ago) that I have searched for the reason myself and have found it in my recipe, Tell your story.

I have always loved to tell stories. When I was ten I was telling stories to my nine year old sister. Many of them were serials that took six months or more to reach the end. Needless to say, it was always a happy end with the bride and groom at the altar, and the bride’s hair flowing in a cascade down the back of her satin gown. I usually, for good measure, threw in a pair of twins, born to them during their dignified walk back from the altar to the church door; twins because, if only one were bron, into which pair of arms, his or hers, should the infant drop on high? In fact, my sister and I had such heated discussions on this point that we finally settled upon twins as fairer – one for each.

In all this story telling, my greatest interest and my inspiration was my sister’s face; in scenario language, my “audience reaction.” If too many minutes passed without her eyes popping or her breath catching I would pile on the melodrama. When I thought she had giggled long enough I would try for tears.

I have never outgrown this habit of telling stories. Now I am telling them to the public with one eye on my typewriter as I compose ans the other eye, figuratively, on the face of the public, looking for its tears and laughter, its eyes popping, its breath catching.

To be a little more definite in describing my system – when I start a continuity, with the material well in mind, in imagination I place a listener in a chair opposite me. If my story is an adventuresome tale my listerner is a child. If it is a psychological drama my listener is an older person of average intelligence, for we all know that we would tell a story one way to an intellectual person and quite differently to one more simple minded.

Then I proceed to tell them the story. Introductions of characters, descriptions of time and place logically come first; then out of the characters and their relation to each other, the threads of the plot, and before I know it I am in full swing. The eye of my imaginary listener leads me on, I sense his interest or ennui, and above all, I am held to the neccessity of making the story clear – clear – clear.

Mary O’Hara (Photodramatist, July 1922)

La grande passione – Fert 1922

La grande passione Fert 1922
Carlo Benetti, Italia Almirante Manzini, Joaquin Carrasco

La trama: Maria (Italia Almirante Manzini), orfana dei genitori, vive con lo zio (Vittorio Pieri). La sua bellezza suscita l’invidia delle cugine, che la perseguitano e Maria è quasi costretta ad accettare la richiesta di matrimonio di Carli (Joaquin Carrasco), un ricco vedovo.

Non è l’amore, ma la serenità.

L’amore appare quando un altro uomo, Marcello (Carlo Benetti), cugino di Carli, comincia a corteggiarla.
Patrizio (André Habay), un amico, la mette in guardia inutilmente.

Maria, dopo essere stata abbandonata da Marcello, accetta l’amore sincero e disinteressato di Patrizio. Quando Marcello torna, vorrebbe riconquistare Maria, ma, sfidato a duello da Patrizio, viene ucciso. Carli nel frattempo è stato rovinato da Marcello. A questo punto Maria comprende che il suo dovere è di rimanere accanto al marito e, sacrificando il grande amore per Patrizio, ritorna con Carli.

Messa in scena di Mario Almirante; soggetto di Alessandro Varaldo, riduzione per il cinema di Mario Almirante; operatore Ubaldo Arata; scenografia Mario Gheduzzi.
Produzione Fert (Roma-Torino 1922).

Copia dalla Filmoteca de la UNAM (Mexico), didascalie spagnole, 35 mm. (1573 m.) 86′ a 16 f/s. Presentato al Cinema Ritrovato 2001.

Sansone – UCI 1922

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Elena Sangro in una scena del film

Messa in scena di Torello Rolli. Sogetto dal dramma Samson (1907) di Henri Bernstein, riduzione di Torello Rolli. Operatore: Arturo Buscengo. Scenografia: Alfredo Manzi. Interpreti: Angelo Ferrari (Jack Brachart), Enrico Scatizzi (Le Govain), Elena Sangro (Anne Marie d’Andeline)

La trama: E’ molto probabile che Jack Brachart abbandonato a sé stesso fin da ragazzo nell’ambiente basso, losco, corrotto dei moli di Marsiglia, avrebbe finito per essere uno dei tanti disgraziati che popolano i penitenziari del suo paese, se un giorno non avesse incontrato in un parco della grande città marittima una giovane signora elegantissima che scesa da un automobile comincia a passeggiare accompagnata da un gran cane levriere.

Jack, trasognato, la segue. La signora che si diverte agli sbalzi del cane si avvicina al ragazzo che le appare a un tratto dietro un albero. Ha un moto quasi di paura, si volge e si dirige verso il suo automobile. Nel movimento le è caduto un fiore, il monello lo raccoglie. Quella visione di bellezza parlò alla fantasia di Jack di un misterioso sogno di splendori verso il quale, da quel momento egli tese tutte le sue energie.

Facchino al porto, poi sorvegliante dei lavori: più tardi negoziante al Cairo, lo vediamo ora ancor giovane a Parigi regnare sovrano nei tumultuosi ambienti di Borsa. Egli ha lanciato sul mercato finanziario la gran società dei Rami Egiziani ; un affare serio, fondato su ottime basi che attira capitalisti e speculatori.

Jack diventa l’idolo di tutti quelli che si arricchiscono seguendo i suoi consigli; e poiché in fondo egli è rimasto sempre l’antico facchino del porto di Marsiglia, violento, ardito, ancora un po’ rozzo, ora che ha conquistato la ricchezza, vuole ad ogni costo imporsi alla grande Società. Fa domanda di essere ammesso in uno dei più aristocratici circoli parigini. Il marchese d’Andeline, presidente del circolo resta stordito dall’audacia di questo pervenu: i Soci dividono le sue idee ma quando si fu al punto di votare, come tutti gli erano contrari, fu naturalmente eletto all’unanimità, meno un voto. L’unica palla nera era stata data da un certo Conte Le Govain un giovane cinico e beffardo, rovinato completamente che fino allora aveva vissuto alle spalle della sua amante, Grace Rikfords, che qualche anno addietro, al Cairo era stata l’amante di Jack Brachart e si era arricchita seguendone i consigli nelle sue speculazioni finanziarie. L’ideale di Grace era di sposare Le Govain, però ora pensava di abbandonarla perché egli guidato da Jack aveva guadagnato delle forti somme nei « Rami Egiziani ».

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Una scena del film

Ammesso al circolo Jack è presentato in casa del Marchese d’Andeline dove vede Ann Marie l’unica figlia del marchese, e se ne innamora perdutamente perché essa somiglia in una maniera straordinaria alla giovane signora che egli da ragazzo aveva veduto in un parco di Marsiglia. La famiglia d’Andeline è sul punto della rovina. Brachart la salverà se gli sarà concessa la mano di Ann Marie. Questa si ribella violentemente all’idea di sposare quell’uomo ch’essa disprezza, il suo ideale è Le Govain che da gran tempo la corteggia: ma alla fine cede davanti alle preghiere, ai pianti di sua madre che la scongiura di salvare la famiglia dalla miseria. Ann Marie sposa Brachart, ma gli dice che non l’ama e che non sarà mai in realtà sua moglie. Jack accetta il patto, saprà ben egli domare quella donna altiera e sprezzante: Ann però è ferma nel suo proposito e fin dalla prima notte scaccia Jack dalla sua stanza.

Passa qualche tempo. Brachart soffre, ma grazie al suo orgoglio egli si mantiene apparentemente calmo. Le Govain continua insistentemente nella sua opera di seduzione. Ann resiste, ma sapendo un giorno che Brachart deve partire per Londra, si rifiuta di seguirlo, ed acconsente di recarsi quella notte da Le Govain.

Grace Rikfords presa da una violenta gelosia, persuade Brachart di fingere di partire, e di tornare in casa la notte. Le Govain credendo di aver vinto la resistenza di Ann, vuoi far pompa della sua conquista, e la conduce in un ritrovo al Caffè di Parigi fra un gruppo dei suoi amici, delle loro amanti fra le quali Grace. Ann, che si trova in mezzo ad una orgia ributtante, si svincola violentemente dalle braccia di Le Govain, si ferisce ad una mano volendolo colpire con un bicchiere che si spezza, e sconvolta, discinta, disperata torna in casa, dove trova Brachart che la costringe a confessare da dove ritorna ed indovina che il traditore è Le Govain.

Tutta la sua natura violenta, brutale, si risveglia: la sua vendetta sarà terribile. Egli disprezza le false idee dei galantuomini come Le Govain sull’onore. Non si batterà ma ridurrà il suo nemico alla miseria, lo costringerà rovinandolo a sposare Grace Rikfords la donna che era stata la sua amante. Egli chiama il suo segretario e gli ordina di vendere in Borsa in quel giorno quelle azioni che non devono valer più nulla.

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Una scena del film

Ritiratesi all’Hotel Ritz, egli chiama a se Le Govain: gli getta alla faccia tutti gli insulti che può suggerirgli il suo furore: rifiuta di battersi con lui: minaccia di ucciderlo se egli tenta di fuggire, e lo tiene inchiodato sotto la sua violenza fino a che giunge la notizia ufficiale dell’immenso crak di Borsa. I « Rami egiziani » non valgono più nulla. Le Govain è rovinato. « Va ora » gli grida Brachart « hai voluto prendermi mia moglie: va, e sposa ora, se non vuoi morire di fame, Grace Rikfords che è stata la mia amante e l’amante di tutti».

Per schiacciare il suo nemico, Brachart si era rovinato. Egli fa fronte ai suoi impegni, e sì ritrova povero come quando era sui moli di Marsiglia.

Tutti l’abbandonano: ma Ann comprende che soltanto un amore sublime ha potuto spingere suo marito ad un atto così pazzamente eroico. Come Sansone per annientare i suoi nemici, egli aveva sacrificato se stesso.
Ann è fiera di essere amata in quella maniera, il suo cuore è commosso e dice a suo marito che vuoi stringerla fra le braccia: « Aspetta… non voler essere sempre il più forte! Ti amavo… m’intendi?».
Brachart le afferra la mano, gliela accarezza con un gesto umile e dolce e poi gliela bacia lungamente appassionatamente.

Ritrovati 1200 m. alla Cineteca Nazionale (The Lumière Project) nel 1995, forse prima. Secondo il visto di censura, la lunghezza originale era di 1735 m. Comunque, la pellicola ritrovata alla Cineteca Nazionale mi sembra abbastanza lunga per un restauro.
Come molti sanno, D’Annunzio dedicò a Elena Sangro un Carmen votivum dal titolo “Alla piacente”, tenendo conto del tempo che il film aspetta un restauro ritrovati restaurati invisibili dedica a questo film della Sangro un “Alla pazienza”.