Al Cinema Modernissimo (Roma), dal 6 gennaio 1920.
Questa mastodontica pellicola è terminata domenica sera. È un lavoro in quattro serie (La X di un delitto, La mano guantata, Le quaranta lame e La sedia elettrica) che sarebbe certamente un bel lavoro di avventure senza la megalomania di Emilio Ghione. In tutti i modi è una pellicola molto commerciale e di rendimento certo.
Noi non possiamo essere nemici di un genere particolare, né amici di un altro. Guardiamo la pellicola dal punto di vista industriale, e siccome la cinematografia ha un pubblico vasto che gusta il genere d’avventura, passionale, poliziesco, storico, comico ecc., noi chiediamo solo che una pellicola d’avventura sia una bella pellicola di avventura, che un film storico sia un film storico ben fatto e così via. Non possiamo e non vogliamo giudicare in base ai nostri gusti personali di cui il pubblico è libero di infischiarsi.
E diciamo subito che l’ultima fatica di Emilio Ghione sarebbe stata una bellissima cosa di genere Ghione, se il popolare attore non avesse commesso l’imperdonabile errore di parlar troppo dei fatti suoi.
Difatti La X di un delitto, interpretata dalla Sambucini e da Ghione è un’avventura che capita a… Ghione e alla Sambucini, e l’azione — almeno nel primo episodio — si svolge alla Itala Film. Abbiamo perciò agio di ammirare il buen retiro di Emilio Ghione e di Kally Sambucini, la loro intimità e tante altre cose che non ci premono, prima perché non si tratta, in fin dei conti, dei casi di un presidente di repubblica, e poi perché il fatto ci viene raccontato dall’eroe, e niente urta di più quanto il sentir parlare l’eroe delle proprie avventure.
A tutto ciò si aggiunge l’inconveniente che è inseparabile ai racconti in prima persona singolare: la megalomania in cui facilmente e involontariamente si cade. E i megalomani, anche involontari, sono le persone più noiose della terra.
Se il protagonista e la protagonista non si chiamassero Emilio Ghione e Kally Sambucini, ma fossero due qualsiasi attori cinematografici la cui parte fosse sostenuta appunto dai due valorosi artisti, la pellicola sarebbe interessantissima, perché è ben congegnata, ben tagliata, ben sceneggiata, ben condotta.
Quegli otto imbecilli che fanno gli spasimanti sono forse un po’ dambriani, ma lo stesso gustosissimi, di una comicità intima che veramente diverte. La loro congiura e gli effetti che sorte, le bastonate dirette a Ghione e ricevute da un altro, il commento sobrio e nello stesso tempo comicissimo che Ghione fa all’equivoco, costringono al sorriso anche chi s’è stufato di vedere Ghione come prende il caffè, la Sambucini come prende il bagno, e tutti e due come vanno d’accordo.
Immaginate Kean, interpretato dal povero Ferruccio Garavaglia, in cui Ferruccio, invece di chiamarsi Kean avesse voluto chiamarsi col suo nome e cognome e far suoi i casi del grande attore inglese. Avrebbe provocato un uragano di fischi, con tutto che il dramma regge, ancora adesso, magnificamente bene.
Se Emilio Ghione volesse prendere coraggiosamente le forbici in mano, cambiare tutte le scritte in cui si parla di lui, e far capitare l’avventura ad un attore qualunque, avrà fatta una bella film d’avventura che, almeno nel primo episodio, il solo che abbiamo veduto, potrà reggere il confronto con le migliori pellicole del genere.
Premettiamo: non siamo d’accordo con la Censura, quindi continuiamo a chiamare L’Innamorata col suo vero titolo: L’Orizzontale. Prima visione a Roma, Corso Cinema Teatro, 9 aprile 1920.
Una cocotte d’alto bordo, una “Orizzontale”, dopo aver fatto strage di cuori e di milioni, s’urta in un uomo duro e sdegnoso e se ne incapriccia appunto perché è orso. L’orso resiste e s’impunta, la femmina insiste, adopera tutti i mezzi per arrivare a lui, gli seduce un amico che è quasi un fratello, trascinandolo alla rovina e alla morte. Finalmente l’orso si trova al cospetto della femmina: questa è già diventata una donna perché il desiderio s’è trasformato in amore ed in passione: l’orso diventa un uomo dinanzi a questo amore che scopre ed al quale non credeva. E la passione di entrambi divampa e brucia.
Lui soffre della più terribile delle gelosie: quella irrimediabile del passato che nemmeno Dio può distruggere. Lei soffre della sofferenza del suo amante: ed ogni accenno, ogni allusione, ogni incontro fortuito è sorgente di nuovi schianti, di nuove ferite all’amor proprio di quest’uomo che evidentemente non ha mai dovuto avere una donna. I puri sono molte volte più restii al perdono ed all’oblio verso le impure: essi, senza confessarlo apertamente, soffrono del rimorso d’aver vissuto invano per un certo tempo, durante il quale colei a cui si è portata una verginità di cuore, e spesso anche di corpo, non ha perduta una sola gioia, non s’è privata d’un solo bacio, non ha rinunziato ad una sola esperienza. È terribile: e all’angoscia espressa dalla frase dannunziana: “Perché non possiamo noi far morire un essere amato e quindi risuscitarlo vergine di corpo e di anima?” si aggiunga un’altra angoscia inespressa: il rimpianto di non aver vissuto, di non aver amato, di non aver goduto… E si ripensa con accoramento a tutti i baci non dati, e il naturale involontario astio contro la donna che ci ha preso — non si è fatta prendere: siamo noi la sua conquista, non lei la nostra — è vinto, e non domo, solo dalla nostra bontà, se ne abbiamo…
Ma perdonatemi, o Italia Almirante. Voi leggete e vi seccate e avete ragione. Io ogni tanto casco nelle malinconie psicologiche come se me ne intendessi.
La passione per Mara Flores comincia ad essere per Franco Arnaldi rovinosa come fu per l’amico, il povero Carlo Valdieri, immolatosi alla sua passione ed alla sua onestà. Egli non s’occupa più dei suoi lavori, non va più all’officina, si batte in duello…
La mamma e la sorella di Franco, Orietta, che sono andate in campagna in cerca di pace per il cuore della giovane, spezzato dal suicidio di Carlo, suo fidanzato, ritornano. La mamma è avvertita dell’imminente rovina del figlio, Orietta guarda con odio la donna fatale che dopo averle ucciso il fidanzato le strappa anche il fratello, e Mara, di fronte a questa imminente rovina, di fronte al dolore della madre di Franco, trova nella sua inesausta passione la forza di strapparsi l’uomo adorato e di restituirlo al lavoro. Ma il suo gran cuore di amante non resiste: e Mara si immola afferrandosi in due poli d’una dinamo, nell’officina di Franco, sull’altare sacro della fatica.
Questo lo scheletro del soggetto.
E cominciamo con un appunto: il soggetto dell’Innamorata è solamente un buon soggetto, tecnicamente concepito e magistralmente inquadrato. Ma non è un capolavoro, non è una novità, e di Augusto Genina non ha altro che la grande indiscussa padronanza scenica. È un soggetto che potrebbe essere paragonato a certi lavori di Dario Niccodemi, il gran tecnico maneggiatore del teatro di prosa: la tecnica conduce il pubblico compatto all’applauso e magari all’entusiasmo: il contenuto della commedia presta il fianco alla critica.
Nell’elenco tecnico ed artistico troviamo: Italia Almirante Manzini (Mara Flores), Annibale Betrone (Franco Arnaldi), Alberto Collo (Carlo Valderi), Alfonso Cassini, Alfredo Martinelli, messa in scena di Gennaro Righelli, operatore Ubaldo Arata, produzione Fert.
Ci pare di non aver dimenticato nessuno nell’elenco dei nomi… E invece ne abbiamo dimenticato due: Maria Gaudenzi e Franz Sala. E questa nostra cura di ricordare i nomi di tutti nasce non dalla preoccupazione di scontentare qualcuno ma dalla grata sorpresa di vedere un film italiano, interpretato da un’attrice che avrebbe tutti i titoli e le qualità per diveggiare e che, viceversa, non diveggia, e intorno alla quale sei altri artisti di valore si muovono e vivono liberamente, senza essere e senza sentirsi soffocati dalla diva.
Un miracolo.
Italia Almirante Manzini ha saputo essere tre volte differente nell’interpretazione del personaggio di Mara, senza per questo spostarne nemmeno per un istante il carattere drammatico. Mara Flores è troppo Margherita Gauthier: ma questa identità è imputabile solamente a Genina. La Manzini è riuscita a perfezionare il carattere della cortigiana di Dumas in modo da far sentire certe sfumature così intensamente che per una certa categoria più colta di spettatori, i titoli — le didascalie — erano superflui.
Dopo che essa ha il primo incontro con l’orso nello stabilimento ed è trattata con cortese fermezza, la Manzini, guidando l’automobile, ha un mover di ciglia, un lampo negli occhi, una frase: si sente che dice: Quanto mi piace! con l’accento di Frou-Frou nel primo atto della Duchessa del Bal Tabarin. Il titolo non c’è: l’ha soppresso la Censura — del che mi congratulo con Anastasia che a furia di sciocchezze finisce per imbroccarne qualcuna — ma è inutile. Italia Almirante Manzini la si sente parlare. Ed egualmente la si sente parlare e respirare nella sua agonia, vanamente confortata dal buon principe, la classica figura del sopravvissuto, magnificamente resa da Alfonso Cassini. Quando Franco viene a chiamarla perché Carlo è moribondo, non c’è nessun titolo che spieghi che Mara guarda e pensa a Franco e non a Carlo: eppure si vede, si intuisce, si sente…
Mille altri particolari potrei ricordare, ci sarebbe da riempire parecchie colonne..
Annibale Betrone è stato una sorpresa. Gli attori del teatro di prosa non possono di colpo venire in cinematografia. Betrone invece ha recitato come se avesse fatto sempre l’attore muto. Alberto Collo è stato come sempre sobrio, efficace, corretto, coscienziosissimo. Alfonso Cassini è semplicemente eccellente: il suo personaggio ci pare così preciso che non lo sapremo immaginare reso da altri… questo è proprio un attore perfetto. Maria Gaudenzi è stata graziosissima: è un’attrice di brillante avvenire. Franz Sala e Alfredo Martinelli hanno agito in tre o quattro scene: e mentre fa onore a due artisti come loro, adattarsi a parti che non avrebbero avuto significato se interpretate da altri, fa onore alla Fert che non ha esitato a impegnare due autentici artisti per parti che possono — nella cinematografia a scartamento ridotto — passare inosservate benissimo.
Gennaro Righelli. Non lo si vede nel film (No: lo si vede. Fa il cachet quando Franco ritorna dal duello), ma lo si indovina. Tutta la condotta scenica del film rivela il gran direttore. Credo sia un errore chiamare metteurs en scène questi che sono dei Direttori Artistici. Mettere in scena che cosa? I mobili? Le decorazioni? Ordinare gli ambienti? Quando non si tratta di qualcosa di eccezionale a quelle cose lì può badare anche lo scenografo, salvo l’occhiata finale del Direttore. Ma il direttore artistico si vede principalmente nel modo come conduce la sceneggiatura, nei particolari dell’azione, nello sfruttamento tutto teatrale di certe situazioni, nell’attaccatura.
Per esempio: Betrone e Sala debbono fare un duello. Il duello è alla pistola, con la quale non si scherza. Betrone esce e non si sa più niente. Mara corre in cerca di lui e non lo trova. Va dal principe, esce col buon vecchio, corre a casa di Franco. (Intanto un quadro già ci fa vedere una automobile che arriva e dalla quale scendono i duellanti). A casa di Franco è arrivata la mamma e Orietta. La mamma trova sulla scrivania di Franco una lettera a lei indirizzata: “A mia madre in caso di morte”. Trova un’altra lettera in cui le parlano delle pazzie del figlio. Arriva Mara. Avviene una lunga scena fra Mara, la mamma, Orietta, il principe. Mara vede un ritratto di Carlo morto e per sovrapposizione vede prima Betrone con la pistola in pugno, poi Sala mentre punta l’arma… Il pubblico è sui carboni accessi: Ma questo duello dunque!… come va a finire. Finalmente arriva una carrozza chiusa. Ne scende Betrone. Sospiro di soddisfazione del pubblico: È salvo… Ma no: ecco un’altra ansia; qualche cosa biancheggia sul braccio di Betrone. E’ dunque ferito? Non è ferito. Ha il gilet bianco. E Righelli, il buon Righelli, si piglia gioco del pubblico per un buon quarto d’ora…
A Film Actress who is also a Singer, Authoress and Poetess.
Doris Kenyon was born in Syracuse, and is the daughter of Dr. James B. Kenyon, noted poet and author, the family moving to New York City while she was still a little girl. At a very early age, it was discovered that she was the possessor of a remarkably fine contralto voice, and at the age of fourteen years she was engaged as principal soloist at Grace Presbyterian Church, in Brooklyn. She remained there one year, after which she went as soloist to the Bushwick Avenue Church.
It was while singing in the Bushwick Avenue Church that Victor Herbert heard her, and was attracted by the extraordinary quality of her voice, her youthful beauty, and her animated personality. He had written and was about to produce Princess Pat, and offered Miss Kenyon a part in it, which she accepted. Miss Kenyon remained with the Princess Pat company throughout the season, but towards the close of the engagement she received a very flattering offer to appear on the screen as co-star with Alice Brady in The Rack.
Then followed a long list of successful engagements on the screen, co-starring with, among others, George Beban, Holbrook Blinn, Lew Fields, Robert Warwick, and Frank McIntyre. Later she was elevated to independent stardom, first by World Film Corporation, and later by Famous Players.
Doris Kenyon has a devoted admirer in Ada Patterson, the famous newspaper and magazine writer.
Here is one of the stories that Ada Patterson likes to tell of Doris Kenyon’s public début. She was then seventeen years old, and, as a member of Eleanor Painter’s company in Princess Pat, had a scene with Sam Hardy, the comedian. A couple of nights after the opening Hardy, looking out after the audience, turned to Miss Kenyon in a confidential aside and whispered, “See that couple in the second row seats on the left? They are talking about us. He is a motion picture man. One of us is going to hear from him. I think it will be you.”
The very next day the prophecy of the comedian came true. Miss Kenyon was summoned to the office of a film company and offered a year’s contract. It took four conferences and a lot of persuasion to induce Miss Kenyon to become interested in pictures. When she did finally consent, she declared that it would be only for a while. “Some day I shall return to the stage,” she said.
Before Miss Kenyon was nineteen years old, Theodore C. Deitrich became her manager, and, with the youthful girl as his star and partner, organised a firm for the express purpose of starring Miss Kenyon in pictures at the head of her own company. Many times she desired to return to the stage, and last summer Mr. Dietrich completed an arrangement with A. H. Woods whereby Miss Kenyon will appear on the stage, at the same time making pictures, the first of which, The Bandbox, has just been completed.
Miss Kenyon inherited her musical talent from her mother, who is an extremely clever pianist. In addition to her vocal talent, Miss Kenyon is also a pianist and a violinist. From her father she inherited marked literary talent, and is the author of a large number of poems which have appeared in leading magazines.
Miss Kenyon is an expert marksman, can drive her own car, and is a splendid tennis and golf player. She is five feet six inches tall, and has blue-grey eyes and light brown hair.