Il Teatro del Silenzio (2)

 

Lyda Borelli
Lyda Borelli, foto Badodi

Fra le attrici di prosa che posano pel cinematografo abbiamo scelto la Borelli. È l’attrice che tutti vanno a vedere, della quale tutti s’interessano. Chi va per ammirare, chi per discutere, chi per criticare; ma tutti vanno.

La grazia di Maria Melato, secondo me, perde in cinematografia, come perde — e quanto! — la deliziosa Tina Di Lorenzo. In film non è più lei, non ha nemmeno più la sua affascinante eleganza; e risulta svisata la sua meravigliosa bellezza.

Mary Cleo Tarlarini vien dal caffè-concerto. È stata in cinematografia la prima “prima donna”, e fu proclamata “la grande tragica del silenzio”. Che bella figura, vero? Che fascino di sorriso. Ed è così sulla scena, e nella vita: simpaticissima.

La grazia birichina di Gigetta Morano ci viene dal teatro dialettale Piemontese. Chi non ha amato Gigetta, graziosa, birbacciona, vivace come una scolaretta in vacanza?

E chi non ricorda il fascino di Italia Manzini Almirante, splendida Sofonisba in Cabiria? Quanta dolce femminilità nei suoi atteggiamenti, allorché serra al seno la spaurita colomba e le dice: « Mia colomba diletta, sali qui al carro di Tanit e recale la tristezza del mio cuore segreto ».

E Amalia Chellini ci avvince colla sua vivacità, la Negri Pouget colla semplicità del gesto. L’Hesperia coll’inarrivabile eleganza, la Bertini colla bellezza insuperabile unita all’arte… Quante, quante ne vorrei passare sotto i vostri occhi attoniti. Tutte belle. Certamente le attrici cinematografiche devono esser belle, perché il trucco che in teatro fa molto, in cinematografia fa pochino. Poi, in teatro ci sono i lumi della ribalta che ingannano, e c’è l’aiuto della cipria e del rossetto. Molta cipria nell’arte del silenzio invece guasta, perché rende il viso spettrale, e il rossetto non farebbe altro che segnare due macchie nere sulle guance.

Perciò bisogna riconoscere la necessità della bellezza nelle attrici. Non però negli attori. Nella vita interessa l’uomo forte, dalla fisionomia marcata ed espressiva; invece le Case vogliono gli attori femminilmente belli, che sorridendo vi mostrino una fila di denti candidi, e portino il frak, come una cocotte indossa il suo abito da sera.

E succede così che vediamo dei primi attori, i quali invece di mostrarsi nel dolore, nell’ira, il viso sconvolto, ci mostrano una faccia inespressiva per non deturpare la bellezza dei loro lineamenti.

Dovrebbero capire le Case, che anche sulla scena ciò che è maschio dev’essere forte, non bello. Sarebbe in tal modo anche più evidente il contrasto colla grazia femminile.

Ma non tutti coloro che vengono dichiarati celebrità debbono ciò al loro valore artistico, e spesso, fra i più modesti, si trova la vera espressione dell’arte. Come si spiega ciò? Anzitutto dipende dalla cieca fortuna che spesso, in ogni cosa, disereda i meritevoli; poi la réclame, qui, come in qualunque ramo commerciale, compie i suoi miracoli. Un giornale esclusivamente cinematografico aveva, tempo fa, aperto un concorso per stabilire dai voti del pubblico, quale fosse la migliore fra le attrici nostre. Ed aveva soggiunto: « Non terremo conto di chi avrà meno di quattro voti, perché chi ha un voto solo, è il voto di lei, che ne ha due: lui e lei; tre: lui, lei e l’altro ». E quel giornale era convinto con ciò di aver eliminato il pericolo dell’auto-réclame. Come ne sarebbe dissuaso se, venendo con me a casa d’una prima donna, l’avesse trovata alle prese con 200 giornali, dei quali staccava il tagliando per l’arduo responso!

« Vedi, mi disse, resti fra noi: il giornale costa dieci centesimi al numero, duecento numeri fanno venti lire; non ti sembra una somma ben modesta per venir dichiarata “la prima fra  le attrici italiane”? ». E l’amica fece un gesto molto cinematografico, che voleva proprio dire: « Sono furba eh! ».

Ma più tardi, fra me e me, pensavo: « Io credo che il più furbo… sia il redattore del giornale. In fondo, gliele importerebbe poco stabilire quale sia l’attrice o l’attore più favorevolmente noti se ciò non… gli raddoppiasse la vendita ».

Ho continuata così una specie d’intervista con l’anonima amica prima donna.

« Di quali requisiti bisogna disporre per assurgere alla celebrità? »

« Senti: bisogna avere la fortuna d’imboccare un proprietario che faccia della splendida réclame. Ammetti che domani la signora “Zero” si presenti ad un fabbricante di films e ch’egli, così di primo acchito, riconosca in lei del talento artistico… »

« Ma scusa, interruppi, come può, di primo acchito?  »

« È facilissimo. Necessita un enorme uccello del paradiso sul cappello, un vestito che ti veli… e ti sveli, e un buon numero di gioielli indosso. Il principale ne è entusiasta, specialmente se gli sorridi più del necessario, ti scrittura e ti fa una grande réclame.
La signora “Zero” vede il suo nome dovunque, sui giornali d’ambiente, sulle cantonate, nei cinematografi. Nessuno sa chi essa sia, ma domani, quando uscirà la prima film, se la signora ha delle belle toilettes, anche se il suo viso è stereotipato, non importa; la réclame l’ha presentata a colpi di gran cassa; il pubblico ne è intontito, e la giudica, come… vogliono fargliela giudicare ».

Una donna attrice cinematografica è senza dubbio la compagna ideale. Ma vi figurate che dolcezza; che vita paradisiaca! Una donna che non parla!

Se il cinematografo, invenzione meravigliosa non avesse altro pregio, avrebbe quello di ridurre la donna al silenzio.

“I fiori sono donne che non parlano”. L’ha detto un poeta; ed ecco dunque graziosissime attrici, ch’egli ha tributato un elogio a Voi: vi ha paragonato ai fiori. E la frase si potrebbe ora cambiare in quest’altra: “I fiori sono donne… attrici cinematografiche”.

Parlano cogli occhi però… Quante cose sanno dire senza l’aiuto della parola, quante occhiate piene d’odio o d’amore; quante promesse lusinghiere in un sorriso, quanto strazio in una piega amara della bocca, quante minacce in un corruscare delle ciglia… Vedete dunque che è impossibile far tacere le donne… non potendo far altro, parlano cogli occhi…

Segue…

Further Film Facts from America

May 1916

In previous articles we have discussed the broader issues and given past results and future possibilities for foreign films in America. In this article we will give you some facts and figures and discuss existing actualities in general.

About the first thing that a foreign film man would have to do in opening an American branch would be to advertise; speaking now of the present conditions here. Abroad a full page advertisement in the leading film journals will cost about 50 liras or ten dollars in American money. In America, the leading film journals charge dollars 75 for a page advertisement and the page is not only smaller than the foreign page but the advertisement is by no means so prominent and attractive. When we consider the number of pages which a big film concern takes at times, the tremendous expense is easily computed. Large releasing concerns here frequently take from 12 to 20 pages at a time and do this in three different film journals the same week, not mentioning smaller advertisements they take in minor publications. These concerns are supposed to get a ten per cent rebate from the dollars 75 per page price, but they no doubt get a rate of about dollars 60 per page and in one case at least of dollars 50 per page. Even at this latter price it will be seen that the weekly expense sometimes runs as high as dollars 3.000.

These advertisements are put in to attract the eye of the theatre manager or exhibitor. Naturally in the end he, as the consumer, pays the bill. The natural question suggests itself, why should there be such a vast difference between the advertising rates abroad and here? The foreign journals, generally speaking, are much better papers than the American ones. They use better material and reproduce better photographs. Admitting that labor may be much cheaper abroad, that in itself does not explain the difference. Summing it all up it would appear that there is a big field here for the foreign editor to start something new. The Americans are already making moves in this direction. One of the prominent film journals has started a separate edition in Spanish for the South American countries, while another has announced a Great Britain edition. Let a live Italian Editor come over here and put up a sort of International journal, with a schedule of advertising prices of not over dollars 25 per page with sufficient financial backing to stand a strain during the building to stand a strain during the building up period and there is not much doubt as to the result.

Another angle of interest is the salary end for artists and directors. It is rather difficult to give actual figures on these ends as no two cases are just alike. A few instances, however, will give a fair idea.

Directors, termed I believe in Italian as metteur en scène, are paid largely by reputation. When a new film concern starts in business they immediately arrange to get some director with a reputation away from some other concern and start bidding for his services. One case is of special interest. The director in question was a stage manager for a theatrical stock company in a large city and was paid a salary  of about dollars 75 per week. He was a competent man and well worth that money. About five years ago he went with a film concern which was a member of the trust and, while we have no information as to his salary there, we judge it was about dollars 100 per week. One of the large independent producing-releasing organizations, which has made a specialty of corralling all the stage plays and stars, they could gather, made a big bid for this director’s services and it is reputed he received dollars 350 per week from them. The salary is absurd, as the man is worth nothing like that amount to this concern or anyone else. He is undoubtedly a capable man but has had no great experience except in the making of ordinary stuff and, in the opinion of the writer, would never be capable of competing with Italian directors in the making of great films. And it was recently stated that another new concern had made an offer to this director to join their staff and name his own salary for a term of one year. In any event, he has left the dollars 350 per week place and is going with a new company which has announced the starting of  entire new city for the making of pictures. Such a concern cannot possibly be successful.

Another director, and by the way the best in America, was with one of the oldest companies for about 12 years. He resigned a few years ago to join a new concern and was reputed to be drawing a salary of over dollars 100.000 per year. The statement is absurd on the face of it, and yet it is generally accepted as true. It is safe to assume that his salary is about dollars 500 per week with a percentage of some sort on certain big films in the making and producing of which he is interested. The usual run of directors are probably getting from dollars 50 to dollars 100 per week and at that are enjoying far better positions and salary than they ever earned in the theatrical business.

Extras or supernumeraries receive all sorts of prices. In many cases they select a lot of unemployed men who are found in cheap hotels and similar places and give them one dollar per day; possibly a meal besides. They are most unsatisfactory from every standpoint . Higher grade concerns employ regular acting people and pay them from dollars 2 to dollars 5 per day. The ideal condition is to employ people on a weekly basis when a big production is to be made and pay them dollars 15 per week which is the usual scale for chorus and small grade people for big ensemble scenes in the theatres. This refers to people who can make up and who can be properly drilled and not to the common supers who receive 50 cents a performance in the theatres. People of the dollars 15 per week class could be drilled to really act and play the part properly as units in big scenes and equal those people who appear in similar scenes in Italy.

Salaries of actors in the pictures have been very much inflated not only in the press but in actual fact. Stars of course are in a class by themselves, but for dollars 50 per week fine people may be had to play any and all kinds of parts and for smaller and less important parts dollars 25 and 35 per week will get all one needs.

It is true that fabulous salaries have been paid theatrical stars but that is practically over now. They have been most unsatisfactory. They look old and unattractive before the camera; their camera acting is in most cases a great disappointment and their names have failed to draw anything like the money that they were expected to draw. It has been clearly demonstrated in alla cases that people who have worked for pictures for a long time and have any natural ability for camera acting, have in the long run been the best investment. The biggest and most successful films ever shown in America have had no stars’ names featured with them.

People like Charles Chaplin must not to be confused with theatrical stars above mentioned. Chaplin was an actor but an unknown one and all his popularity and prominence has come about through his screen or camera acting.

W. E. Heal

Il Teatro del Silenzio

teatro del silenzio
Mentre si gira nel teatro del silenzio

« A morte, a morte, a morte la strega! » Una torma di contadini irati, armati di falci e tridenti, inseguono una fanciulla pallida e lacera. Bellissima, ha nel volto un’infinita espressione di terrore. Corre, corre per sfuggire all’ira dei suoi inseguitori, finché esausta, spossata, s’abbandona presso il tabernacolo della Vergine, fidando che la plebaglia superstiziosa non vorrà toglierla dal sacro asilo. E i contadini armati lanciano ancora il loro grido « a morte » mentre il direttore di scena dà il segnale che l’azione è finita.

Siamo nel cortile d’uno stabilimento cinematografico: « il teatro del silenzio ».

Sentite come strillano tutti? Il metteur en scène, l’operatore, la prima donna che chiama disperatamente il parrucchiere, perché all’ora di lavorare, le sue trecce d’oro non sono pronte; il primo attore che risponde ai richiami del metteur en scène facendo sentire la sua voce lontana, ma sonora, dal camerino sotto il teatro: « Non è ancora pronto, la mezza barba solo; aspettino un po’ Dio bonino…».

Ma entriamo dunque nel teatro di posa, vi farò da guida. Badate che si entra nell’assurdo, e anzitutto vi parrà assurdo che questo si chiami « il teatro del silenzio » mentre tutti vi fanno un baccano assordante.

Tutto è possibile in cinematografo. Così, può capitarvi di vedere Jago filare dolcemente con Desdemona, mentre Otello impassibile fuma vicino a loro una sigaretta.

E guardate laggiù… camminano sotto braccio una ciociara e una regina, e più in là un Romano del buon tempo antico discorre molto amichevolmente con un cavallerizzo moderno; ma guardate, guardate presso quella finestra: Cecco Beppe accende la sigaretta a un baldo bersagliere. Ecco questo è troppo!

Ma che fischi fanno i colleghi a quel disgraziato che interpreta la poco simpatica parte di Imperatore forcaiuolo!

Nel teatro si lavora. Ecco il richiamo del metteur en scène: un fischio. Sicuro, in cinematografo si entra in scena facendosi fischiare. Infatti, un comico teatrale che desiderava intraprendere la carriera cinematografica, diceva a un amico metteur en scène: « Caro mio, preferisco farmi fischiare da te, che applaudire dal pubblico ».

Quanti attori hanno lasciate le scene, per arruolarsi alla nuova forma d’arte? Moltissimi, specialmente negli ultimi anni, che furono per i cinematografisti una vera risorsa. La vita dell’artista cinematografico presenta economicamente dei vantaggi su quella del teatro; primo fra tutti, un più lauto guadagno, poi la possibilità di formarsi una casa propria, di restare fermi in una città senza girovagare eternamente, rappresentando la soluzione del problema del moto perpetuo.

Così, buona parte degli attori cinematografici vengono dal teatro di prosa, sia italiano che dialettale.

Poi vi sono gli allievi delle scuole di recitazione, i dilettanti; quelli che hanno un tempo calcate le scene dei caffè-concerto; qualche altro era mimo. Abbiamo pure qualche attore lirico… a corto di voce, cavallerizzi, clown di circhi equestri. Questi ultimi, in generale, interpretano comiche à cascades. Una nuova grande famiglia perciò, fatta di disertori.

Poi abbiamo l’attore… rivelazione. Quello che ha sempre fatto la comparsa, ed essendosi fatto notare per la sua cura speciale nell’indossare i costumi, è stato poi adibito a partecipare di scorcio, e s’è man mano affermato.

Fra gli attori-rivelazione va messo Pagano, il meraviglioso Maciste della Cabiria, umile lavoratore del porto, scritturato dall’Itala solo per eseguire questa film. Lo ricordate legato alla mola, mentre riposa carico delle catene che lo avvincono al suo supplizio?

Pareva pur di bronzo il suo corpo atletico, nell’immobilità del sonno. Egli che non fu mai attore, ci ha dato un Maciste rozzo, impacciato, quale voleva il divino Poeta. Era nella sua natura. Ma ora potrà darci veramente delle nuove interpretazioni artistiche quest’uomo che ha suscitato per un’ora l’entusiasmo della folla, che fu quasi portato in trionfo a Milano? Quest’uomo che vede programmati i suoi lavori, a fianco di quelli del nostro maggior attore: Ermete Zacconi? Appoggiato dal pubblico che l’ha un giorno amato e giudicato con l’aiuto dei suoi splendidi requisiti fisici, e quello di una facile, istintiva comicità che m’è parso notare in lui, continuerà la via della nuova arte, o alla fine della parabola, tornerà alla sua vita modesta?

È arduo profetizzare, come è difficile pronosticare l’avvenire del cinematografo; il quale potrà assurgere ad insperate altezze, o cadere a seconda della via che prenderà.

Già a rispetto della produzione di due anni fa, quella d’oggi è in decadenza. Non più soggetti umani possibili.

O siamo costretti ad assistere a un’azione storica, che rappresenta le vicende di un popolo, mentre ci si aggirano intorno delle figure meschine, che ci raccontano una storia, la quale, sia pur forte, sia pur interessante, perde, s’impicciolisce di fronte alla visione tragica del cozzar delle armi; oppure dobbiamo digerirci le films sensazionali, quelle dove tutto scappa, tutto s’insegue; le biciclette dietro le automobili, le automobili dietro ai trams, gli aeroplani dietro ai treni… e il pubblico che vorrebbe correre fuori della porta d’uscita… Il pubblico fine, naturalmente, non il popolino, perché quest’ultimo anzi tributa il successo a questo genere di lavori: ed è la causa prima della decadenza del cinematografo.

Perché, come abbiamo il teatro per ogni sorta di pubblico, non possiamo avere il cinematografo, per i diversi gusti? Lasciamo lo Zibaldone per chi lo ama, e si faccia della poesia, della psicologia per chi sa apprezzare.

Invece, purtroppo, negli ultimi anni ci siamo informati al gusto dei peggiori, solo perché rappresentano essi la maggioranza, finanziariamente convien accontentarli. Ma a cosa condurrà questo? Non metterà presto la parola fine?

Se ci si provasse invece a dare un’impronta d’arte al cinematografo, sarebbe cosa altamente educativa. Bisognerebbe anzitutto scegliere soggetti morali e umani, e poi curare oltre che l’ambiente, l’eleganza, la bellezza; insomma tutto ciò che è apparenza; il sentimento. E verità soprattutto. Verità nell’esporre i tumulti delle passioni, verità nel portare sullo schermo la storia, la visione delle cose d’altri tempi.

Verità di sentimenti, fedeltà di ricostruzione, nesso logico e coerenza; solo con ciò si potrà far arrivare « l’arte del silenzio » molto in alto.

Segue…