Ti presento un’attrice: Soava Gallone

Soava Gallone 1913
Soava Gallone 1913

Roma, Agosto 1913

Caro Gigi,

Qualche anno fa, quando io scrivevo per il teatro e Lyda Borelli, quasi ancora bambina, faceva l’attrice giovane in non so quale compagnia, e tutti dicevano che era soltanto bella, tu mi hai stampato, su questa Scena di Prosa, un articolo che ne prevedeva il successo e l’ascensione.

Sono stato allora così buon profeta da essere tentato di ricominciare. Per l’attrice, che presento a te ed ai tuoi lettori, questo precedente ad ogni modo deve valere come un augurio.

Ho scoperto Soava Gallone (la mia attrice è polacca d’origine e nel suo idioma significa gloria) durante il coraggioso esperimento di teatro a sezioni, che Lucio d’Ambra e Achille Vitti hanno fatto con tanta fortuna alla Sala Umberto qui a Roma.

La Sala Umberto è vicina al Sindacato dei Corrispondenti e, la sera, molti giornalisti vi si davano convegno e vi sono capitato anch’io, ad una prima di Anima allegra. Lola era la Gallone, che non conoscevo nemmeno di nome. Quando è entrata in scena, mi è sembrato che entrasse con lei come una ventata di allegria. E durante due atti — la commedia era stata ridotta a due atti — la piccola attrice ha personificato in sé mirabilmente la gioia di vivere, con la freschezza dei suoi testi, il riso dei suoi occhi e la vivacità della sua voce. Si comprendeva che le erano ignoti tutti i clichès della scena, e che recitava come viveva. Non recitava, anzi; diceva soltanto, ma tutto si vivificava ad ogni parola e si trasformava ad ogni suo atteggiamento. Gli spettatori, quando la Gallone ha descritto le nozze e le danze dei Gitani, hanno veduto così precisamente, che un grande applauso è scoppiato all’improvviso, e l’attrice s’è arrestata senza fiato, come atterrita da quell’espressione veemente di consenso.

Era la prima volta, credo, che la Gallone recitava al Teatro per tutti. Era stata anche all’Argentina, ma per supplire un’attrice giovane nell’Aigrette, diventata repertorio, e i critici non se ne erano accorti. All’Umberto ha replicato per tredici sere, mi dissero, Anima allegra, e con molto successo. Doveva aver lasciato nelle sere seguenti un po’ di quella timidezza, che l’aveva sorpresa la prima volta, dopo l’applauso e scena aperta, venuto a persuaderla che ella non viveva veramente la sua vita, ma ne rappresentava un’altra sopra una ribalta.

Ho risentito la Gallone nell’Amico di Praga. Aveva ancora un po’ di paura del pubblico, ma qui il panico le stava bene, come uno di quei vestiti che ella porta sulla scena, e nella vita, con tanta eleganza. C’era da domandarsi se lo smarrimento, che leggevamo nei suoi occhi, e sentivamo nella sua voce, fosse soltanto un artificio: voleva venir meno o mancava? I miei amici, che erano in teatro, critici e autori drammatici, o squisiti intenditori d’arte, come Primo Levi, convenivano, tutti, che si trattava d’un’azione riflessa, e la lodavamo.

La differenza fra la donna che vive e quella che recita consiste in questo, che la seconda sa già dove la commedia od il dramma andranno a finire, la prima si atteggia cioè secondo mille sentimenti diversi; la seconda invece è dominata da quello che deve avvenire, ed il suo movimento ci sembra perciò più diretto allo scopo scopo e più intenso. Prendiamo l’Amico: ma Renata della vita doveva sperare, entrando nella casa dell’amante defunto, di riavere le sue lettere. La Gallone come Renata sa invece che il marito le avrebbe aperte, e dal momento in cui appare in scena brividi mortali passano nel suo piccolo corpo, come scintille nelle notti di tempesta lungo i fili elettrici. Dall’inizio del dramma essa ne comunica così l’ansia a chi l’ascolta; ma non lo fa, sapendo di rappresentare, si bene illudendosi di vivere.

Qualche giorno dopo la Gallone ha interpretato una commedia di Cottini di cui non ricordo il titolo. Due ragazzi fuggiti di casa per sposarsi, e inseguiti dai parenti, si rifugiano presso uno zio prete, il quale li aiuta a eludere uno Sherlock Holmes da strapazzo. Teatro sì, forse, arte no. Ma che delicata miniatura ha fatto la mia attrice di una ragazzina fra ingenua e furbesca, un po’ Pamela e un po Colombina, che ama e che sa, ma che trema ancora d’innanzi alla vita che le si rivela! C’era in ogni suo gesto una grazie minuta, una novità di accenni e di passaggi, e un gusto dell’atteggiamento che mi hanno sorpreso, come per miracolo.

La signora Gallone, che traduce le commedie dei nostri autori in polacco e che ha fatto tenere per molti giorni il cartellone a Varsavia alla Buona figliuola di Sabatino Lopez, è una delle interpreti della Cines. Lavora tutto il giorno e non si può dunque credere che abbia trovato il tempo di studiare le parti con un amore che le altre attrici non possono sempre avere, oppresse come sono dalle necessità di far nuovo e di prendere la curiosità del pubblico con una nuova trama. Del resto, al Teatro per tutti, per forza di cose, le commedie si mettevano su con due prove.

Non si tratta dunque evidentemente di interpretazioni riuscite per eccezione, a furia di studiare di stento. C’è nella Gallone, oltre alla coltura, che l’aiuta ad osservare, un intuito ed una grande passione per il teatro, un’ardente passione che attira fuori dei fondi monocromi delle films, questa Tanagra giovinetta, alla ribalta, dove i suoi capelli fiammanti, il grigio dei suoi occhi, il pallore e le vampe del suo volto (la Gallone non si trucca mai) diventano mezzi di emozione, come certi colori scelti, ed opportunamente  accompagnati nelle tele di Böcklin e in quelle di Carena. La Gallone certo non è una istintiva, come quasi tutte le nostre attrici, ma il suo sforzo per recitare le sensazioni con gli elementi essenziali è favorito dal temperamento e non si scopre mai.

Ora se i critici l’hanno notata, pur nelle pochissime interpretazioni dell’Umberto, la Gallone passerà presto dai piccoli esprimenti al grande teatro e farà la sua strada. Lasciami l’orgoglio di averla presentata per la prima volta a te, mio buon Gigi, ed ai lettori della tua Scena, così cara alla mia memoria.

Voglimi bene. Tuo aff.mo.

Tullio Giordana

Demonios Il Genio del Male

Demonios Génie du Mal Eclectic Films Paris 1913
Immagine: Media History Digital Library – MoMa Library

Questo titolo misterioso — del quale dobbiamo riservare il mistero — promette al nostro pubblico indimenticabili istanti di angoscia, di stupefazione e di gioia. Sono avvenimenti strani ed impressionanti, un susseguirsi ininterrotto di prodezze inaudite, dalle quali scaturisce il genio satanico di questo bandito — uomo e demone — che terrorizza coloro che ha scelto come preda con apparizioni subitanee e terrificanti.

Non è forse l’uomo-Proteo per eccellenza questo Demonios che, dopo il furto dei gioielli di miss Simpson perviene ad eludere gli inseguimenti del più provetto, del più abile dei detective?

Le sue imprese hanno, veramente, del prodigioso…

Si attende alla porta di una camera dove si sospetta la sua venuta… Nessuno vi entra  e pur tuttavia gli oggetti di valore che vi si trovano, spariscono come per incanto. Di li a poco, senza nessuna precauzione apparente, egli si fa vedere apertamente da tutti…

Egli giuoca con il poliziotto e gli dà la caccia, come il gatto giuoca con il topolino… L’attira in un tranello, lo conduce sino al punto preciso da lui prefisso… L’altro gli è addosso: sta per agguantare al collo il bandito che sembra non possa più sfuggirli… Non è vero! Un colpo di scena imprevisto, inatteso, prodigioso, avviene… Ancora una volta Demonios trionfa e tiene a sua mercé colui che era così sicuro di catturarlo.

Il caso stesso, le forze della natura, tutte cose insomma contro le quali è impossibile lottare sembrano asservite alla sua volontà…

Si direbbe che questo essere fantastico comanda agli elementi stessi della natura.

Egli si adatta a tutte le circostanze, si serve di tutto a suo pro… Il suo spirito terribilmente vivo e vigile, concepisce nei momenti più tragici, la soluzione migliore, il partito da prendere…

Egli non esita… non tergiversa… Egli sa, semplicemente!… Ma come?… Mistero!… Ma non è tutto un mistero la sua esistenza che sembra soprannaturale per tutti gli elementi impenetrabili che la compongono e che sono tanti arcani offerti alla sagacità degli spettatori?

Con la forza dell’assimilazione e il reale talento di cui è dotato, Demonios, malfattore essenzialmente moderno, si serve delle ultime innovazioni della scienza e della industria.

Chi può vantarsi di sfuggire alle imprese criminali d’un briccone della potenza di colui del quale esponiamo lontanamente imprese e che sembra essere veramente il genio del male in carne ed ossa?

Di quale satanica potenza è dunque egli padrone? Nessuno lo sa? — Ma quello che si sa, invece, è ch’egli si manifesta all’improvviso con qualche aggressione brusca e misteriosa e conquista le sue vittime con la luce demoniaca de’ suoi occhi magnetici e fosforescenti.

Poiché Demonios aggiunge anche questa forza alle tante che già possiede: l’ipnotismo. Gli basta un’occhiata per giudicare le sue vittime. Egli indovina, istintivamente, l’impero che potrà avere su di esse e l’uomo più energico è pure incapace di resistergli, come l’uccellino rimane affascinato dalle pupille di fuoco dell’uccello da preda.

E come, disponendo di tale forze, non deve egli essere onnipotente?… Come non può esserlo soprattutto quanto possiede l’ausiliaria più preziosa, più scaltra, più fina; una donna che lo ama alla follia e che per lui è disposta a tutto, anche alle cose più inaudite, più insensate, più temerarie, pur di arrivare al fine nefasto?

Raccontare questa caccia all’uomo sarebbe impossibile…

Bisogna, per seguire chiaramente le straordinarie ed avvincenti peripezie, vederla scatenarsi, fantastica, tenebrosa, vertiginosa attraverso le campagne.

Sembra, quand’essa termina — e con quale tragico e angoscioso colpo di scena! — che Demonios, catturato alfine dal detective Nick Winter, sia definitivamente forzato ad abdicare e debba prepararsi a subire il castigo che si merita per le sue imprese malefiche.

Ma, che non sia così alle volte?

Demonios non si lascia prendere dalla sorte.

Il suo spirito prodigiosamente inventivo quando si tratta di fare del male, è fertile in trovate di ogni sorta…

Le apparenze sono oggi contro di lui… Che importa?

Le supposizioni più inverosimili, le più terribili congetture, sono permesse di fronte ad un simile furbone matricolato.

Dopo tutti gli orrori della lotta ch’egli ha dichiarata agli uomini ribelli ed agli elementi indomiti della natura, Demonios non si prenderà forse giuoco del nostro pianeta stesso, lanciandolo nel tempo, nello spazio, nel nulla, contro i mondi che popolano l’infinito?

Lì, sta il segreto del Genio del Male.

(titolo originale Démonios – Le Génie du Mal, Eclectic Films, Paris 1913, 995 metri circa)

Quo Vadis? à Paris

Quo Vadis? 1913

Quo Vadis? au Gaumont Palace
Du 28 mars au 3 avril 1913
Depuis bientôt deux ans, le Gaumont Palace, avec ses 6.000 places, aura connu la plus triomphale carrière qu’aient jamais enregistrée les annales du spectacle.

Un succès aussi considérable est dû, en partie, aux efforts constants de la direction pour satisfaire le public dans tout ce qu’il demande: salle confortable, parfaitement aérée, dégagements multiples, prix modiques, orchestre de premier ordre, projection impeccable, et surtout un choix de programmes incomparables, d’un caractère artistique incontestable et d un éclectisme parfait, malgré les multiples difficultés d’un renouvellement hebdomadaire.

C’est ainsi que le Gaumont Palace vient de s’assurer l’exclusivité des premières représentations sur Paris de Quo Vadis?, merveilleux film cinématographique, édité par les soins de la Société italienne Cinès.

Ces représentations, auxquelles la direction de l’Hippodrome s’est attachée à donner un véritable cachet de grand art, viendront consacrer à nouveau le prodigieux essor de la cinématographie.

Statistique intéressante: le coût total de cette œuvre d’art a dépassé 300.000 francs. Le privilège d’exploitation exclusive pour l’Amérique a été cédé contre 700.000 francs; pour l’Angleterre contre 250.000; et pour l’Allemagne contre 200.000. C’est sous-entendre l’importance des sacrifices que la direction du Gaumont-Palace a dû s’imposer pour s’assurer l’exclusivité sur Paris.

Par concession spéciale obtenue de MM. Enoch et Cie, éditeurs, Quo Vadis? sera présenté au Gaumont Palace avec une adaptation musicale tirée de la partition de M. Jean Nouguès, et soutenue par des chœurs et un orchestre de cent exécutants.

Quo Vadis? et Quo Vadis?
Paris, 5 avril 1913. Certains spectateurs familiers de nos salles cinématographiques et quelques exploitants de province nous demandent s’il existe une parenté entre les deux films semblablement intitulés Quo Vadis? et dont l’un passe au Gaumont Palace alors que l’autre est projeté à l’American Theater, Boulevard de Clichy.

Deux mots de réponse suffiront. Ces deux œuvres sont inspirés du même roman fameux de Sienkiewicz, Quo Vadis? 

L’un est édité — c’est le premier en date — par la Soc. du Film d’Art. L’autre est une œuvre due à la Cinès: c’est celui qui passe à l’Hippodrome Gaumont Palace.

Le premier est mis en location pat l’Agence Générale de la rue Grange-Batelière (Astaix, Kastor et Lallement), l’autre par la Maison Louis Aubert, rue Bicher, concessionnaire de la Soc. Cinès.

Quo Vadis?… contre Quo Vadis?
Paris, 12 avril 1913. La concurrence que l’on dit être la loi du commerce est une bien mauvaise conseillère et je serais curieux de savoir à qui elle profite. Quo Vadis? m’en apporte la preuve depuis quelques jours. Voici les faits.

Ainsi que je le disais la semaine dernière, il existe deux adaptations cinématographiques
du célèbre roman de Sienkiewicz. La première en date a été éditée par le Film d’Art le 3 septembre 1910, sous le titre Au temps des Premiers Chrétiens épisode tirée de Quo Vadis? et mesure 312 mètres. La seconde, œuvre de la Cinés, a paru le 28 mars dernier et mesure 2.480 mètres.

Aucune confusion n’est donc possible puisqu’il n’y a entre les deux films ni similitude de titre, ni égalité de métrage. Quant aux deux marques éditrices, elles sont assez connues des exploitants pour qu’il y ait même l’ombre d’un doute dans leur pensée sur la différence qui sépare les deux adaptations.

Or, pendant que le Quo Vadis? de la Cinés paraissait au Gaumont Palace, un établissement du boulevard de Clichy, l’American Theater présentait le Quo Vadis? du Film d’Art. Voilà toute l’affaire.

Un de nos amis me dit qu’on a voulu tromper les exploitants en cherchant à créer une équivoque. Est-ce bien sûr et peut-on admettre que les exploitants soient capables de prendre un film de 300 mètres pour un autre de 2.400? Je ne crois pas à pareille erreur.

Seul, le public a pu faire les frais de cette petite guerre. Encore faudrait-il accepter qu’il ne lise pas les journaux où la publicité fut si merveilleusement traitée et qu’il ne regarde pas les affiches apposées devant les cinémas.
(Ciné-Journal)