Agrippina Cines – Cines 1911

Roma, 14 gennaio 1911. Dall’epoca nella quale la grande marca, romana si era tionfalmente imposta sui mercati cinematografici, col Macbeth, l’Adriana di Berteaux la Cenci, il Cid, e con altre eccellenti films, si è notato nella sua produzione, come un senso di stanchezza, tanto da far credere che i forti calori dell’estate romana avessero fiaccate le energie dei direttori e degli artisti. Ma da poco in qua, ecco di nuovo dei buoni lavori: molte scene comiche, piene di brio, un’ Anita Garibaldi, un Catilina (ottimo), una Polizia segreta, ed oggi un’ Agrippina che, per accuratezza di messa in scena, per ricercatezza di particolari e per ricostruzione di ambienti romani, è davvero una film insuperabile. Ogni costume, ogni mobile, ogni attrezzo, è stato pensato, studiato, preparato con fedeltà tale, da accontentare qualunque bisbetico critico in materia romana.
Enrico Guazzoni, da pochi anni datasi allo studio della Cinematografia, è stato il direttore scenico di questa grandiosa film: e preziosi collaboratori e consiglieri gli furono il conte Carlo Muccioli ed il cav. W. Rinaldi, due artisti, che nello studio degli usi e dei costumi di Roma antica, passarono molti anni della loro vita.
Se però il lavoro è veramente completo dal lato della messa in scena si presenta deboluccio per cuanto riguarda l’interpretazione dei vari personaggi.

Dirò subito che le parti di sfondo hanno avuto risalto per il merito degli artisti, ai quali furono sapientemente affidate.

La Signora Sturia è stata efficacissima nelle vesti di Locusta la fredda preparatrice di veleni, e buon compagno le fu il Dolfini attore che nella morte dello schiavo, il quale, prima di bere il veleno, ha intuita la disgraziata sua fine, ha saputo rendere evidentissimo lo spasimo straziante prodottogli dalla bevanda che Locusta gli porge, senza mai rasentare il ridicolo, nel quale sarebbe stato facilissimo cadere in una situazione simile: insieme a loro mi piace ricordare il Moltini (Aniceto). sobrio e corretto, specialmente dopo l’uccisione di Agrippina.
Ma le parti principali, a me sembra siano state mal distribuite. Agrippina fa del suo meglio, ma è troppo poco! e si che quella parte deve essere costata al direttore scenico, una fatica improba! All’occhio abituato non sfugge che quell’Agrippina si muove, ha scatti d’ira, atti di ribellione, solo perche così ha voluto il direttore: è tutta roba insegnata, appiccicata con grande pazienza: non c’è un momento in cui l’attrice, (giovane e bella, del resto, e molto ben messa) abbia sentito la parte: forse le ha nociuto la persuasione, che deve avere avuto, che rappresentare Agrippina, era un compito superiore alle proprie forze.

Nerone sbraccia troppo e medita troppo: gli altri non si fanno notare, né in bene né in male.

A me sembra che, data l’importanza del soggetto, data la spesa della messa in scena, maggior cura si sarebbe dovuta avere nel distribuire le parti di Nerone e di Agrippina, onde assicurare completo il successo alla pellicola.

Immagino che bella interpretazione avrebbe data Vittorio Rossi Pianelli alla parte di Nerone se, salvando le sue suscettibilità di direttore scenico, lo avessero pregato di accettare in parte, e che meravigliosa Agrippina sarebbe stata Maria Gasparini, la tragica prima donna della Cines. Se avesse dovuto essere lei la protagonista di questa pellicola!…

E credo di non essere il solo a pensarla cosi.

Il maldicente (La Vita Cinematografica, gennaio 1911)

Film restaurato dalla Cineteca del Friuli a partire da un nitrato donato dal Bundesarchiv/Filmarchiv di Coblenza. 300 m., 16′ (16 fps).

Nel sito della Cineteca del Friuli il film è del 1906.

Il poverello di Assisi – Cines 1911

il poverello di assisi
Una scena del film

«Nel 1911, in vista dell’Esposizione Internazionale di Torino, mi venne affidata la realizzazione del San Francesco. Pretesi subito di girare ad Assisi, fra lo scandalo dei finanziatori abituati a “farsi tutto in casa”. Ottenuto il “via”, partii per la città del Poverello che, nel caso specifico era impersonato da Emilio Ghione.

Ghione si era accinto all’impresa con entusiasmo immergendosi per vari giorni in astruse letture e rapandosi la testa a zero per poter aderire fisicamente al personaggio nella maggior misura possibile.

Dopo qualche giorno di permanenza ad Assisi, però, tutto il suo fervore religioso svanì come per incanto, sopraffatto dal demone del gioco. Gli abitanti della piccola cittadina ebbero così il curioso privilegio di vedere molto spesso il loro prediletto San Francesco accapigliarsi in furibonde partite di poker con gli altri interpreti del film.»
E. Guazzoni, (Film n. 26, 28 giugno 1941)

«Il poverello d’Assisi diretto da Enrico Guazzoni, interpretata da me, che ebbi la coscienza e lo scrupolo d’arte, di rimanere quattro mesi, tonsurato da frate, su soggetto creato dalla Nobildonna Contessa Salimei, ebbe l’onore di ottenere la seconda medaglia d’oro, all’Esposizione Cinematografica di Torino, nell’anno 1912 (sic 1911).

Dopo il Santo Francesco, fui definitivamente assunto, quale primo attore alla Cines a lire trecento mensili.»
Emilio Ghione (Memorie e Confessioni di Emilio Ghione (Za la Mort), 1928)

«E’ una delle meglio riuscite produzioni della egregia e quasi sempre impeccabile ditta romana. Un film così bene interpretato e riprodotto, che le ha fatto decretare un dei primi premi all’Esposizione di Torino.

L’argomento è di quelli che meglio si adattano a spettacoli cinematografici. Il bel trecento ha in sé tali elementi di poesia semplice ed umana, è cosi pieno di paesaggi e di sole che basti evocare anche soltanto con uno sforzo di fantasia quel tempo e le anime e le cose che esso produsse, perché il cuore attraversi tutta la gamma delle più dolci e pure sensazioni. E tutta l’anima del trecento è avvolta e palpita nel saio di Francesco d’Assisi, del più grande discepolo di Cristo che, come Paolo di Tarso, da Cristo non fu eletto: del dolce cantore di Frate Sole, del casto amante di Chiara Sciffi, del più puro giglio fiorito nei campi della carità umana. Tutta la vita e tutta la missione del poverello di Assisi son saturi di poesia, di colore, di semplicità. E son queste le qualità prime cui dovrebbe costantemente essere informata l’opera del produttore di pellicole. Dall’ira di Pietro Bernandone all’amore di Chiara, all’epilogo di una esistenza consacrata tutta alla dolce utopia cristiana, è una catena di anime belle e di ambienti meravigliosi. Non fosse per altro, la Cines avrebbe dovuto ottenere il gran premio soltanto per il gusto d’arte mostrato nella scelta dell’argomento. Ma qui, in questo Poverello di Assisi, tutto è magnifico, tutto è d’una freschezza e di una umanità davvero insolite e consolanti: la preparazione, la interpretazione, la riproduzione fotografica: tutto, tutto: persone e cose: paesaggi ed anime.

La Cines meriterebbe davvero di essere imitata almeno nella scelta delle donnnées da quasi tutte le altre case di produzione per cinematografo.»
Aniello Costagliola (Cinema, 10 gennaio 1912)

il poverello di assisi
Una scena del film

«… nel Francesco di Guazzoni l’autenticità va cercata negli accenti ‘riduttivi’ piuttosto che in quelli ‘espansivi’ e sinfonici. La vena dell’autore di Quo Vadis? Si annuncia intimistica e lirica. Ma, mentre la regia procede con pudore e nitore sulla strada del tableau, Ghione – costretto a sostenere lunghe pantomime edificanti per tutta la durata d’inquadrature statiche – fa appello a certa sua sensibilità vibratile: cfr. le scene della rinuncia ai beni materiali (sua nudità da personaggio di El Greco, macilenta e casta, ritrosa e umana), l’ambasceria in Oriente, l’udienza papale, l’ordinazione di Chiara, le tre stazioni della malattia, sempre più magro, più dolce, più intenso. Quando con sapienza iconografica e luministica, quando con cauta invenzione, Guazzoni situa intorno a Francesco gruppi di comparse ben disposte, giocando sul contrasto tra i costumi e sfruttando molto bene i crani rapati del Poverello e dei suoi confratelli. (Qualche brivido rosselliniano; più freschezza che non nella Cavani, di cui ‘sfora’ il puntiglio giovanneo). In Ghione s’apprezza, sopratutto, il gesto largo ma secco, e quella religiosità appena venata di patetismo che, al punto terminale del Fioretto, si chiude in sé come per meditarsi o scarta nel parlato. (Tipica la sequenza che mostra Francesco impegnato a convincere un ragazzo di liberare tre colombe bianche: ieratica in principio, troppo effusiva poi, ma conclusa – al volar delle colombe – dal sorriso pacato di Francesco, la cui bontà è razionale).»
Francesco Savio (Visione privata, Bulzoni 1972)

Spero che questi testi “pro-muovano” l’interesse verso questo film che dorme negli scaffali delle cineteche da molti, molti anni. Una copia dell’epoca (in nitrato) è al National Film and Television Archive di Londra. Nel 2008, una copia, con didascalie italiane, della Cineteca Nazionale fu proiettato nel festival Il Cinema Ritrovato 2008.

Per finire, vorrei vederlo per chiarire un piccolo dubbio…Ma chi è l’attrice che interpreta Santa Chiara? Italia Almirante Manzini? Fernanda Negri Pouget? Io il film non ho potuto vederlo, e le fotografie pubblicate nella rivista Immagine (Fascicolo 4, giugno settembre 1982) sono così piccole e “buie” che non si capisce niente. Nel citato fascicolo c’è una trascrizione delle didascalie a cura di Alfredo Baldi, secondo lui (e secondo Vittorio Martinelli nel famosi volumi di Bianco e Nero), l’interprete femminile è Italia Almirante Manzini. Secondo altre fonti più recenti, per esempio il Catalogo del Cinema Ritrovato, è Fernanda Negri Pouget, persino Martinelli aveva cambiato idea nel suo volume dedicato a Emilio Ghione. Magari alla fine scopriamo che si tratta di Gianna Terribili Gonzales…

Mafia e camorra nel cinema muto: Questa film non s’ha da fare

Una frase del presidente del consiglio Silvio Berlusconi a proposito dei film che hanno come argomento le storie di mafia mi serve di spunto per ricordare che stranamente nessuno ha mai scritto una storia di cinema italiano e mafia nell’era del cinema muto, e cioè dal 1895 al 1930. Sicuramente dopo questo post scoprirò che non è vero, ma per il momento non sono riuscita a trovare nessuna traccia. Dovrebbe essere una storia dove non si parlasse soltanto di film, ma di altri aspetti fondamentali come la gestione dei locali, le sale da gioco, ecc. Lascio e lancio qui la proposta per questo progetto.

Per quel che riguarda i soggetti, la filmografia non è molto ampia, nemmeno negli anni dove per una ragione o per l’altra la mafia compariva spesso nelle prime pagine della stampa quotidiana.

Uno dei primi titoli che ho trovato è La camorra napoletana, produzione Ambrosio del 1906, lo stesso anno del delitto Cuocolo a Torre del Greco (5 giugno 1906), ma l’argomento del film non ha niente a che vedere. Mi mancano dati per sapere come è stato accolto dalla critica e dal pubblico, ma qualche anno dopo, nel 1911, la stessa società Ambrosio di Torino presenta sugli schermi Nella camorra, interpreti Alberto Capozzi, Mary Cléo Tarlarini e Luigi Maggi, accolto dalla critica in questi termini:

“E’ con vero rincrescimento ch’io parlo di questa film della notissima Casa Torinese, la quale, se dal lato artistico ci ha presentato una pellicola finita a rispondente alla legge della tecnica, dal lato del soggetto e della moralità invece porge il fianco alla critica più acerba. Io non discuto il lavoro, che se di questo mi dovessi occupare, dovrei senza meno dire che non risponde al vero e che il tutto è completamente di nesso logico; io dico che di questi soggetti, mai e poi mai dovrebbe tentarsi la riproduzione in cinematografia, sia perché sono una deplorevole glorificazione delle brutture umane e della immoralità, che il pubblico tutto ormai vuole riscontrare in ogni creazione, sia perché da se stessi formano una collana di fatti obbrobriosi ed indegni dell’attenzione dell’artista e della gente chiamata a giudicare.

Purtroppo al di là delle Alpi l’eco delle nostre cronache cittadine ha una ripercussione dolorosa; perché a tanto voler aggiungere una prova così lampante e materiale del come avvengono presso di noi i delitti, e quali le cause che generano gli stessi nella bassa classe del popolo?

Camorra è, dunque, una pellicola destinata… al cestino, e ciò mi spiace dirlo, per la Casa Ambrosio che tanto ha fatto per la riuscita della film che, come dissi in principio, artisticamente vale…. e molto.” La recensione è firmata Carambolage (La Vita Cinematografica, Torino 15 marzo 1911)

Quella primavera del 1911, si apriva alla Corte d’Assise il Processo Cuocolo, seguito con molta attenzione dalla stampa e quindi dall’opinione pubblica. Il processo finì 12 mesi dopo, l’8 luglio 1912. Uno dei protagonisti di questo celebre processo fu Gennaro Abatemaggio. Non ho spazio per raccontare il retroscena del delitto ed il ruolo di Abatemaggio in questo processo (per sapere di più basta fare una ricerca su internet), ma è proprio di lui e del progetto di un film che parla questa cronaca del 1921, pubblicata nella rivista napoletana La Cine Fono:

“Alcune notti or sono mi venne a trovare, nella redazione di un quotidiano dove le necessità della vile borghesia mi costringono a vegliare, il famigerato «cucchieriello»: Gennaro Abatemaggio, l’eroe del processo Cuocolo, l’ex aiutante di battaglia, l’organizzatore di dimostrazioni fasciste, l’uomo della vivida intelligenza e dall’attività strana e straordinaria.
Non era per uno dei soliti fatti di cronaca ai quali è legato il suo nome che lo spingeva, ad ora inusitata, nella redazione di un giornale; Abatemaggio andava in cerca di un soggettista e lo cercava tra i miei colleghi.

Il delatore della camorra napoletana aveva architettato un piano strabiliante. Con la sua parlantina più che partenopea lo illustrava ampiamente. Egli avrebbe ricostruito per una casa cinematografica tutto il processo Cuocolo. E chi avrebbe potuto farlo meglio di lui, il vero protagonista dell’oscura e pur clamorosa tragedia? Né sarebbe mancato il concorso del maresciallo Capezzuti, straordinario tipo di Sherlok Holmes, ridotto dal fato a disimpegnare le mansioni di impiegato d’ordine negli uffici di una società di navigazione.

Sarà un affare sicuro, diceva «Gennariniello», con gli occhi brillanti per la visione dei guadagni straordinarii.

Ed infatti l’affare si presentava molto bene dal punto di vista finanziario. Ci pensate, il processo Cuocolo tenne desta a suo tempo l’attenzione di tutto il mondo civile. Coloro che vedono Napoli avvolta in un nembo azzurro profumato d’aranci, ebbero la sensazione che il nembo si fosse diradato per dare al mondo lo spettacolo del verminaio. Era come il levarsi di un magnifico drappo funerario della carogna putrefatta della vecchia città tirrena.

La film avrebbe nociuto fortemente al buon nome di Napoli, ma ciò non preoccupava eccessivamente Abatemaggio, né i suoi finanziatori; essi si preoccupavano unicamente di lanciare sul mercato una film che avrebbe attirato la morbosità dei pubblici più differenti.

Io pensavo che il processo Cuocolo in film avrebbe portato all’estero tutta la vergogna del nostro passato e non volli nascondere il mio pensiero.

Che volete, quando si è offerta in terra straniera la propria esistenza nel nome di Napoli, non si può subire con moderna filosofia il vilipendio della città azzurra. Saranno i rimasugli d’un idealismo sorpassato, ma non me ne posso liberare d’un fiato.

Esortai perciò Abatemaggio a desistere dalla sua idea. Gli dissi che egli avrebbe dovuto dimenticare la tragedia che ebbe il suo fosco epilogo a Viterbo. Gli ricordai il suo recente passato di soldato valoroso, la sua medaglia d’argento, la sua promozione per merito di guerra, la sua ferita gloriosa che purificava l’orribile sfregio che gli deturpava il viso e gli dissi che tanto onore sarebbe stato distrutto dalla speculazione cinematografica ch’egli si proponeva…

Abatemaggio si commosse ma non rispose.

Dopo un paio d’ore che Abatemaggio aveva lasciato la redazione del giornale fui chiamato al telefono. La questura mi avvisava gentilmente che il Commissario Polito era andata ad arrestare Abatemaggio contro il quale era stato spiccato un mandato di cattura per truffa, ma che il famoso protagonista del processo Cuocolo, per non subire l’obbrobrio delle manette si era fatto esplodere un colpo di rivoltella in direzione del cuore. Le condizioni del ferito erano gravissime.

Benché l’abitudine professionale mi faccia restare indifferente dinanzi ai più atroci fattacci, la notizia del suicidio di Abatemaggio mi lasciò un’impressione profonda.

Pensate: Due ore innanzi quell’uomo esuberante di vita e di volontà mi parlava dei suoi progetti ed ascoltava con un senso di tristezza le mie esortazioni che certo non incoraggiavano il proposito di quanto lo avrebbe condotto ad una nuova celebrità: quella cinematografica. Ed in due ore, nella notte fredda e tranquilla, quell’uomo aveva vissuto il suo dramma terribile, la sua anima deformata dall’ambiente in cui era stata costretta a passare la giovinezza, aveva ispirato intensamente la redenzione. Ora si preparava a ricostruire freddamente la tragedia ch’egli aveva vissuto spasmodicamente, senza sentirsi affogare dal fango che affiorava nel ricordo. Ma un vecchio reato reclamava la sua vendetta. Ed Abatemaggio che aveva la sicurezza di essere completamente redento non seppe resistere alla Nemesi umana. E tentò di spezzarsi il cuore.

Ora «o’ cucchieriello» langue, fra gli spasimi dell’emottisi, nel letto n. 70 dell’ospedale dei Pellegrini.

La film del Processo Cuocolo è così stata rimandata, forse, definitivamente.

Sarà un’attrazione di meno per la prossima stagione cinematografica, ma Napoli non subirà l’onta di una nuova diffamazione.”