Il Cinematografo a Milano 1896

Programma delle prime proiezione a Milano
Programma delle prime proiezione a Milano

Questo articolo è il primo di un’antologia di testi intorno al cinematografo apparsi sulla stampa periodica e deve molto, nel senso che è ispirato, ad un vecchio progetto di Maria Adriana Prolo, grande ricercatrice e storica del cinema, nonché fondatrice del Museo del Cinema di Torino, alla quale idealmente è dedicato. (A proposito, e questo è un invito, non un rimprovero, a quando una voce tutta per lei su Wikipedia?)

Iniziamo dunque con la rivista L’Attualità, Anno I Numero 1, Milano, 1° maggio 1896, direttore-editore, Carlo Aliprandi. Per non seguire il cattivo esempio di certi storici, vorrei aggiungere che questa e molte altre meraviglie simili le devo alla generosità e gentilezza di Luciano Michetti Ricci, al quale non finirò mai di ringraziare abbastanza.

L’entusiasta e visionario autore è Arnaldo De Mohr, scrittore ed editore milanese, nato nel 1875, che fonderà la ditta libraria: De Mohr Antongini e C. di Milano. Membro, per tre anni, del comitato direttivo dell’Associazione lombarda dei giornalisti, scrittore ed autore di commedie. Uno dei suoi romanzi, L’epilogo (1899), fu premiato al concorso della Società per la Pace.

L’immagine corrisponde al primo programma di proiezioni del Cinematografo Lumière, del quale si parla nell’articolo.

Da molte settimane al Teatro Milanese di Milano, accorre un pubblico numeroso ad ammirare il cinematografo, o per dirlo con una parola più facile, la fotografia animata; ed uscendo dalla sala la folla ha sulle labbra mille esclamazioni di meraviglia e di stupore.

E meraviglia e stupore più giustificati non conosciamo, perché davvero la nuova scoperta è qualche cosa di incredibile, di straordinario. Chi scrive, il quale segue con grande interesse tutti i nuovi passi della scienza e che per la scienza ha quasi una venerazione, dopo aver assistito alle prove di questo cinematografo, ebbe un istante di entusiasmo, di vero e grande entusiasmo, pensando alla potenzialità formidabile della intelligenza umana, pensando che l’avvenire è della scienza e che verrà giorno in cui essa saprà non solo spiegare tutti i misteri ed i fenomeni del cosmo, ma correggere la natura e creare ciò che essa non sa dare. La parola — cinematografo vuol dire precisamente, scrittura, disegno del movimento: e…. come tutte le parole difficili, deriva dal greco: kinedmos in greco significa appunto moto, movimento; e grafo, che come tutti sanno, vuoi dire scrivere. Quindi: scrivere il movimento: come fotografia vuol dire scrivere l’immagine, ecc.

Ed ora, benché sia assai difficile, tenteremo di spiegare in che consiste e che cosa sia questo cinematografo. Per la maggiore intelligenza del lettore, è d’uopo che egli risalga un poco nella sua vita e ricordi quel giocattolo, formato d’una stretta striscia di carta sul quale sono rappresentate le diverse pose che assumono successivamente un uomo che salta o che balla, un cane o un cavallo che corrono, e così via. Quella striscia posta in una scatola circolare, nella quale sono tagliate, ad una certa distanza l’un dall’altra, alcune strette fessure, e fatta girare rapidamente, da all’occhio che si appressa a queste fessure l’illusione dell’uomo o dell’animale rappresentato con le varie figure e delle quali però sempre una sola ma che pare in movimento, che sembra salti, balli, corra. Da questo apparecchio primitivo — che ha formato uno dei nostri più cari divertimenti — derivò poi il così detto cinematoscopio, che sarebbe il fratello maggiore del primo e il fratello minore di questo ultimo, maggiormente perfezionato, e che chiamano cinematografo.

Nel cinematoscopio, al movimento irregolare ed ai mezzi semplici e primitivi che si aveva nel giocattolo, venne sostituito il moto regolato e celere di un orologio elettrico, sostituendo anche ai disegni grossolani del giocattolo, delle fotografie le quali disposte in altri apparecchi più perfezionati dava una illusione; sufficientemente perfetta della vita reale, con la riproduzione di scene vere coi movimenti di uomini e di cose. Il cinematoscopio si poteva osservarlo qualche tempo fa in Galleria Vittorio Emanuele ed anche allora la scoperta aveva fatto rumore.

Ma dal cinematoscopio al cinematografo che passo gigantesco! Pure il risultato meraviglioso lo si deve alla semplice applicazione della proiezione. Cosa molto facile…. ma che rammenta la famosa storiella dell’uovo di Colombo. E tutto il merito della nuova scoperta lo si deve ai fratelli Augusto e Luigi Lumière di Lione i noti fabbricatori delle lastre fotografiche che portano il loro nome e sono le più rapide.

Dalla proiezione applicata al cinematoscopio si ebbe l’ingrandimento della scena fotografata e la possibilità, che essa possa essere veduta contemporaneamente da un numero infinito di persone. Vantaggi questi notevolissimi, poiché anche, con l’ingrandimento fotografico, la rappresentazione del reale è più evidente e più efficace.

Prima di incominciare le prove, nella sala del teatro, viene distribuito un foglio, in cui, per maggior intelligenza degli spettatori, è spiegato per sommi capi il processo di questa fotografia animata. Con l’aiuto di esso cerchiamo di spiegare al lettore questo processo.

Le scene animate sono fotografate su di una striscia pellicolare che si svolge verticalmente in una scatola chiusa, munita di un obbiettivo successivamente aperto e chiuso, mentre la striscia si ferma o continua a svolgersi. Mediante un meccanismo preciso, la fascia pellicolare, sulla quale si fotografano le immagini, si svolge con movimenti successivi, separati da punti d’arresto.

Questa striscia passa dunque da una massima velocità ad un’immobilità assoluta, e si trova rischiarata per tutto il tempo che la prova è in riposo, vale a dire i due terzi del tempo totale.

Le diverse prove ottenute così ad intervalli di un quindicesimo di secondo sono rigorosamente simili; vale a dire che, se si sovrappongono due immagini qualunque, le parti rappresentanti soggetti immobili coincidono esattamente, mentre che le altre parti hanno posizioni la cui differenza rappresenta il movimento effettuatesi nell’acqua, negli esseri viventi, ecc., al momento in cui si ottennero le singole prove.

Il numero delle prove essendo di 15 per minuto secondo, una scena di un minuto comprende dunque 900 fotografie ed occupa una striscia lunga 18 metri e larga tre centimetri.

Così mentre col cinematoscopio si possono riprodurre soltanto piccole scene, con pochi personaggi, che si muovono in uno spazio necessariamente molto ristretto, il cinematografo può rappresentare scene complicate, varie e di grande estensione, come strade affollate, stazioni coi treni in arrivo, stabilimenti durante il lavoro, ecc., ecc. Così abbiamo assistito allo sbarco dei fotografi per il Congresso di Lione; al passaggio di un carro mascherato, con relativo seguito di folla, in una via di Nizza, durante il Carnevale; all’arrivo di un treno in stazione con relativa uscita dei viaggiatori; ai bagni di mare, coi bagnanti che si tuffano, spruzzando intorno l’acqua, e le onde che si accavallano; ad una partita a carte; al lavoro, degli operai nello stabilimento Lumière; all’uscita degli operai dallo stabilimento Lumière, mentre un grosso cane passa di corsa, due biciclettisti appaiono e scompaiono rapidamente, e una elegante carrozza passa lungo la strada, scomparendo in un nugolo di polvere….

Nè più né meno!

Ripetiamo: qualche cosa di meraviglioso, che lascia stupiti, pensosi, impressionati.

Ora si parla — e pare anzi cosa fatta — della scoperta della fotografia a colori. C’è tutto. Pensate.

Unite la fotografia a colori alla fotografia animata: date ai vestiti, alle faccie, agli occhi, alle cose, il loro colore naturale: fate muovere queste cose e questi personaggi col cinematografo; date agli esseri umani la voce naturale e alle bestie il loro linguaggio, per mezzo del fonografo Edison : riproducete tutto insieme, e si avrà la vita continuata. I nostri poveri morti potranno rivivere davanti a noi. Potremo udire il suono della loro voce, averli sempre vicini anche se il destino ce li avrà rubati, potremo assistere a scene avvenute a mille chilometri di distanza; potremo vedere – in modo reale – costumi, personaggi, avvenimenti. Stando seduti in poltrona in Italia, ci sarà dato d’ascoltare un discorso tenuto una settimana prima alla Camera francese; vedere l’oratore, osservare la sua faccia, i moti della sua bocca, dei suoi occhi, i movimenti del suo corpo, i gesti delle sue braccia, e ascoltare la sua voce e udire ciò che ha detto!

Pare una cosa assurda, impossibile; pare un sogno di mattoide, e invece… invece si verrà ad avere tutto questo e forse in un tempo relativamente breve.

Chi scrive si augura, e lo augura a tutti voi, lettori e lettrici, di poter assistere a questo risultato meraviglioso della scienza, per poter dire con la superbia dell’uomo che si sente davvero il re, il padrone, il despota della creazione: la scienza, fatta vassalla dell’uomo, ha vinto, ha superato la natura!

E chiudiamo esortando i nostri lettori milanesi ad assistere alle prove del cinematografo. Il prezzo è mite — mezza lira — e si è ad usura compensati dallo spettacolo meraviglioso. (a.d.m.)

L’avventurosa storia di Giuseppe Filippi

Sophia Loren e Filippi
Sophia Loren e Giuseppe Filippi

La vita del piemontese Giuseppe Filippi, uno dei primi operatori Lumière, merita un film, e non soltanto per il fatto di essere uno dei pionieri più dimenticati e contestati nella storia del cinema delle origini.

Nato a Montanera, Cuneo il 25 novembre 1864, andò giovanissimo a fare l’impiegato presso la Posta Centrale di Milano. Come molti altri pionieri del cinematografo, la prima passione fu per la fotografia. Nelle sue memorie racconta che come ufficiale di posta, era incaricato di pagare i diritti d’autore musicali a Giuseppe Verdi, il quale si fermava spesso a chiacchierare di fotografia col giovane impiegato.

Nel numero di ottobre del 1895, la Rivista Scientifico Artistica di Fotografia pubblicò un articolo sulla presentazione del cinematografo Lumière nella sede della Revue Générale des Sciences (11 luglio 1895). Dopo averlo letto, Filippi si mise in contatto con Vittorio Calcina, contitolare della ditta Calcina e C., rappresentante generale per l’Italia dell’organizzazione Lumière, e gli fece vedere i suoi lavori come fotografo, quindi Calcina scrisse ai Lumière e Filippi fu invitato a raggiungere la ditta in Francia. Non ci pensò due volte, chiese un permesso nel suo lavoro alla Posta Centrale, e partì per la Francia.

Tornò in Italia con uno degli apparecchi di ripresa e proiezione destinati alla ditta Calcina e C. e girò alcuni dei primi film italiani proiettati al Grand Cafè dei Boulevard des Capucines, come I Bagni di Diana (1896), titolo francese Bains a Milan, Bains de Diane (locandina pubblicata a pagina 39 nel volume Le Cinéma des origines – Les frères Lumière et leurs opérateurs, Ed. Champ Vallon 1985). A proposito di questa locandina, in una nota al programma si legge testualmente che per gli ultimi due filmati del programma, e cioè La démolition d’un mur e Bains à Milan: “Les deux tableaux seront passées a l’envers”. Sempre secondo Filippi, è stato lui a proporre questo tipo di proiezione ai Lumière. Sara vero? Molti altri affermano la stessa cosa. Ma il vero problema è che Giuseppe Filippi ha dovuto aspettare dal 1939 a pochi anni fa per leggere frasi come queste:

« Esemplare è, a questo proposito, l’esperienza italiana del già nominato Giuseppe Filippi, primo realizzatore per i Lumière, di riprese nel nostro paese, a Milano (marzo/aprile 1896): dalla seconda metà del 1897 si mette in proprio, acquistando dai suoi committenti l’apparecchio che ha imparato a far funzionare e utilizzandolo per realizzare film e per organizzare proiezioni nei teatri di tutta Italia, È uno dei primi a muoversi in questa direzione. »
(Cinema Italiano delle origini – Gli ambulanti, Aldo Bernardini, La Cineteca del Friuli 2001)

Nello stesso libro, si riconosce che Filippi è stato l’operatore delle prime proiezioni organizzate da Calcina & C. a Milano, Circolo Fotografico Lombardo, marzo 1896.

Prima di questo volume, il saggio più completo e documentato lo scrisse Livio Luppi nel catalogo Cinema Italiano Muto 1905-1916 (XXVII Mostra Internazionale del Nuovo Cinema). Vediamo cosa dice Luppi in questo saggio:

« Non si sa cosa fece Filippi nei primi anni del ‘900, ma la sua parabola ormai si stava esaurendo; ad un certo momento egli emigrò. È lui stesso a farne menzione nella solita lettera scritta a Palmieri: “Sempre in qualità di primo pioniere del Cinema, emigrai in Sud America dove nel 1904 offrii in un teatro di Buenos Aires un primo saggio, sia pure empirico, di cinematografia parlata; voglio dire, un film sincronizzato con un fonografo da me posto dietro lo schermo”. Sempre nel 1904 Filippi era presente anche in Brasile; è Pery Ribas in Il cinema in Brasile fino al 1920 contenuto nel libro Il cinema brasiliano di AA.VV., Silva, Genova 1961 a scrivere che: “Di passaggio a Pelotas, (Filippi) filmò e proiettò Vista da Uniao Gaucha, primo documento cinematografico del Centro tradizionalista ancora esistente nella città-principessa”. Dopo queste ultime succinte note riguardanti Giuseppe Filippi nel periodo posteriore al 1900 non si hanno altre notizie circa la sua attività cinematografica. Al momento non si sa se sia stata proseguita o se sia stata sostituita con un’altra. Ritornò in Italia e nel maggio 1915 e sposò a Torino Matilde Pessione. »

Prima di spiegare cosa fece Filippi, bisogna chiarire che “la solita lettera a Palmieri”, è una lettera a Eugenio Ferdinando Palmieri pubblicata, secondo la bibliografia che accompagna il saggio, nel volume La Piazza, a cura di Roberto Leydi, collana del Gallo Grande, Milano 1959. La lettera di Filippi a Palmieri è del 1940.

Dunque, cosa fece Giuseppe Filippi nei primi anni del ‘900 dopo Argentina e Brasile? Innanzitutto bisogna aggiungere la Martinica nel 1902, giusto durante l’eruzione del vulcano Monte Pelée. Di questo evento, e delle conseguenze, Filippi gira sette pellicole e realizza diversi servizi fotografici pubblicati dai Lumière nella rivista France Illustration. Girovaga per le Antille, fotografa e riprende con il suo cinematografo Lumière il re Berhanzin, della dinastia Dahomey, esiliato dalla Francia in Nuova Guinea a Fort de France. Verso il 1910, ritorna in Italia, e precisamente a Torino:

« Nei magnifici locali, occupati sino a poco tempo fa dal rinomatissimo Ristorante della Meridiana, sarà inaugurato verso i primi di aprile un aristocratico cinematografo di proprietà dei sigg. Filippi e Gastaldi, due esperti e noti cinematografisti. La sala di proiezioni non è molto ampia, conterà circa 250 posti a sedere e ad essa si accede da tre ambienti di aspetto distinto, per le diverse categorie di posti, il tutto arredato con lusso e buon gusto; per la stagione estiva, specialmente, funzioneranno potenti ventilatori ed aspiratori e vi sarà un grazioso giardinetto, nel cortile, perché il pubblico possa godere un po’ di refrigerio. »
(La Vita Cinematografica, 15 marzo 1912)

Di Giuseppe Filippi, esercente del Cinema Meridiana alla galleria Geisser (galleria Natta), angolo via Roma, proprietari Filippi e Gastaldi sembra che non si è accorto nessuno, o quasi, perché la notizia è stata pubblicata nel volume Una città al cinema – Cent’anni di Sale Cinematografiche a Torino 1895-1995 (Fondazione Cassa di Risparmio di Torino 1996). Ma ci sono molte altre fonti sull’attività di Giuseppe Filippi a Torino fino al 1920, data del suo ritorno in Francia. Nell’archivio del Museo del Cinema di Torino, secondo il volume Tracce (Museo Nazionale del Cinema – Il castoro 2007), ci sono appunto le “tracce” della sala La Meridiana. Ma nemmeno una parola su Giuseppe Filippi pioniere piemontese. Non è un rimprovero, Tracce è un magnifico lavoro. Altre tracce su Filippi nell’archivio del Museo del Cinema sono nel Fondo Prolo, corrispondenza, Questione Calcina-Filippi 1951-1982 (Nero su Bianco, Regione Piemonte 1997).

Dopo il 1920, Giuseppe Filippi si prende una lunga vacanza sulla Costa Azzurra grazie ai suoi risparmi. Ritorna in Italia nel 1939, una parte della sua fortuna non c’è più, la guerra farà il resto. Negli anni ’50, la situazione economica si fa critica. Grazie a Giulio Andreotti, arrivano 50.000 lire dal Fondo della Cinematografia Nazionale. Filippi muore a Torino il 3 giugno 1956.

E adesso, provate a cercare nelle storie del cinema… Propongo, se non un film, un libro, o meglio, che il cinema Massimo di Torino, sede delle proiezioni del Museo del Cinema, venga ribattezzato Sala Giuseppe Filippi.