Girotondo di undici lancieri – Lucio D’Ambra Film 1918


Lucio D'Ambra Film Roma

Roma, luglio 1918. Il grande avvenimento artistico e industriale di questa settimana è noto a tutti: la Lucio D’Ambra Film, soci Alfredo Fasola e Lucio D’Ambra si è costituita a Roma ed ha iniziato i suoi lavori inscenando: Girotondo d’undici lancieri, nuovissimo film di Lucio D’Ambra, inscenato dall’autore ed interpretato da Maria Corvin e da Romano Calò.

La Lucio D’Ambra Film… Il cinematografo è dunque un irresistibile seduttore. Potete essere degli insensibili e dei cinici, dei miscredenti tenaci e dei negatori aprioristici, ma se incominciate a considerare e valutare il cinematografo nei molteplici aspetti della sua iridescente e fantasmagorica costituzione finirete con l’essere persuasi che il diavolo non è poi tanto brutto come si dipinge: se le seduzioni artistiche non sono tali da conquistare le anime più refrattarie e ben difficile resistere a quelle seduzioni, diremo così, materiali, di cui il cinematografo è fastosamente prodigo.

Lucio D’Ambra ha incominciato per giuoco, ha ideato il suo primo film un po’ per curiosità e un po’ per passatempo ed ha poi finito coll’appassionarvisi al punto da concentrare quasi esclusivamente, al meno per il momento, la sua infaticabile operosità in questa nuovissima manifestazione d’arte.

La disgrazia e la fortuna di Lucio D’Ambra — disgrazia per la letteratura e fortuna per il cinematografo — debbono ricercarsi nel fatto di avere ideato un primo scenario con quella sensibilità di poeta, con quella raffinatezza di sentimento estetico, con quel fervore di fantasia che l’elegante, squisito, delizioso scrittore aveva così largamente profuso nei suoi romanzi e nelle sue commedie.

Nella grigia consuetudine della vecchia cinematografia fatta di riduzioni assurde e di orribili zibaldoni romantico passionali, il primo soggetto ideato da Lucio D’Ambra fu come la rivelazione di un mondo nuovo, di un più vasto e più luminoso orizzonte. da quel giorno, si può dire, l’industria cinematografica incominciò a percorrere le inesplorate vie delle sue più salde fortune. Il pubblico cominciò a comprendere che ben altre emozioni il cinematografo gli avrebbe riserbato e le case si convinsero che attraverso un rinnovamento ed una nobilitazione della loro attività non solo avrebbero potuto conquistare quella parte di pubblico intellettuale che fino allora non avevano dimostrato eccessive simpatie per il cinematografo, ma sarebbero riusciti e a risolvere in modo ideale il vecchio e imbarazzante dilemma di conciliare le ragioni dell’arte con quelle dell’industria.

Come conseguenza immediata pervennero a Lucio D’Ambra numerose e lusinghiere offerte da parte delle più note case: il simpatico scrittore non seppe resistere alla tentazione ed incominciò a sottrarre una parte del suo tempo alle predilette occupazioni di giornalista e di letterato per “ideare” e scrivere tutta quella serie di deliziosissimi films che rappresentano davvero il ciclo d’oro della cinematografia italiana.

Il merito maggiore di Lucio D’Ambra fu quello di considerare la cinematografia con gli occhi della realtà e non con quei pregiudizi teatrali in cui erano rimasti impigliati alcuni autori anche celebri che avevano scritto per il cinematografo dei soggetti pretenziosi di psicologia ma poveri d’inventiva e di genialità. Lucio D’Ambra vide il cinematografo con ben diverso spirito e ne compresse tutte le possibilità amplificative, tutte le risorse tecniche, tutti i particolari elementi. La sua fantasia, allora, si sbizzarrì in un giuoco inesauribile e stupendo: nella vicenda dei suoi scenari si compiacque creare delle difficoltà  che la tecnica cinematografica avrebbe poi dovuto risolvere. In ogni suo film rimase sempre fedele al concetto di fondere la fantasia con la realtà, la verità col sogno, la psicologia con l’estetica. Fu inesauribile nel creare situazioni e trovate di una squisita e deliziosa originalità. Ma questo giuoco di fantasia doveva perdere il commediografo e lo scrittore, Che, ahimè, le chiare, minuziose, dettagliate esposizioni di Lucio D’Ambra fecero sbarrare tanto d’occhi a quei direttori artistici e cui venne confidato l’onore di realizzare sullo schermo le idee dello scrittore. Certe trovate e certe situazioni parvero alla vecchia mentalità fossilizzata  di quei metteurs an scène come indecifrabili rompicapo, come rebus diabolici e paradossali. Così, qualche volta, quando il suo personale intervento non potè essere di valido ausilio, Lucio D’Ambra ebbe l’ingrata sorpresa di vedere amabilmente soppresse ed assai meno amabilmente divertite e falsate alcune delle situazioni più originali, caratteristiche ed interessanti dei suoi films. Allora Lucio D’Ambra, volente e dolente, passò del tutto il Rubicone e decise che i suoi lavori li avrebbe messo in scena da sé.

Nacque così una nuova casa, la Do-Re-Mi, che in un periodo assai breve di tempo fece conoscere al pubblico tre lavori che segnarono altrettanti successi per l’autore inscenatore: una tenue, squisita, delicata commedia: Le mogli e le arance; una commedia sentimentale di una incomparabile originalità: Napoleoncina; e un dramma, un dramma umano, avvincente e profondo: Ballerine. Altri due films, anch’essi drammatici, sono in procinto di chiedere al pubblico consacrazione di due nuovi successi: La commedia dal mio palco e Passa il dramma a Lilliput.

Non si può pensare a tanta fecondità senza rimanere meravigliati ed entusiasmati. Tanto più meravigliati in quanto, se tutti questi films sono intimamente collegati da un filo ideale che ne forma una splendida collana d’arte, differiscono profondamente l’uno dall’altro così nella esteriore linea estetica come nell’intimo contenuto spirituale. E non meno sostanzialmente, del resto, differiscono tutti gli altri films creati dalla fervida genialità di Lucio D’Ambra, dalle fantasiose avventure di Emir, Cavallo da Circo, alla profonda drammaticità di Cosetta, dalla vivace giocondità di Papà mio mi piaccion tutti! alla tragica efficacia di Carnevalesca. Così non si può pensare senza meraviglia all’operosità febbrile e tenace di Lucio D’Ambra specialmente da chi non ignora quale vita di fatiche fisiche e intellettuali, sia quella dell’inscenatore. nella complessa e fantasmagorica vita del cinematografo sono i direttori artistici quelli che assommano nella loro persona le più delicate incombenze, i più gravi oneri e responsabilità che raggiungono proporzioni allarmanti quando si tratta di portare dinanzi all’obiettivo opere irte di difficoltà artistiche e tecniche come quelle di Lucio D’Ambra.

Ma è soltanto con questo volontario sacrificio, con questa piena e cosciente dedizione di sé stesso alle opere cinematografiche che Lucio D’Ambra poteva vedere idealmente realizzate sulla vita dello schermo le gaie e doloranti creature della sua fantasia: è soltanto con il controllo diretto e immediato della sua raffinata sensibilità, del suo squisito buon gusto, del suo vivo ed inesauribile talento che i suoi scenari potevano assurgere a quella perfettibilità ideale consacrata da così eloquenti e significativi trionfi.
(segue…)

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