Attori che non parlano, di Nino Oxilia


Una scena di Cajus Julius Caesar, 1914

Una scena di Cajus Julius Caesar, 1914

Nino Oxilia, prima di diventare sceneggiatore e regista, era entrato giovanissimo alla Gazzetta di Torino come curatore della rubrica mondana Sans Souci. Non ho avuto occasione di leggere tutti i suoi articoli, e quindi non so se parlavano di cinema ma questo, pubblicato nella rivista La Lettura nel numero di agosto 1914, è una delle cronache più interessanti e divertenti sull’ambiente cinematografico ai tempi del muto che abbia mai letto. In certo senso, più che un articolo sembra la sceneggiatura per un documentario. Buona lettura!

Giulio Cesare ha solo più pochi minuti di vita. Per le vie dell’urbe passano al consueto grido dello schiavo premesso le lettighe tra l’inquieto muovere della folla, inconscia di quanto sta maturando nell’ombra.

Raccolti sotto la statua di Pompeo i congiurati attendono il divino vincitore delle Gallie e Bruto anima i timidi, esalta i facinorosi. Il tiranno deve cadere e cadrà. Cesare sta per entrare.

« Pronti! ». — «Aggiustate le pieghe alle toghe! Lei, nel secondo gruppo, si scompigli la discriminatura! Pronti! Pronti! ».

Si fischia e la macchina gira. Siamo in una fabbrica di films: in una qualunque delle tante fabbriche di films che pullulano ormai in tutte le città d’Italia. Intorno alla scena montata in cui si va svolgendo l’azione, è il caos: gente che va, gente che viene, gabbie di leoni, moschettieri sotto braccio a crestaine, romani che fumano la pipa, cavalli sellati all’americana, automobili che fanno manovra, travi che si abbattono, case che sorgono, incendi che divampano; e sopra questo formicolio di gente in corsa le voci più diverse in diversi idiomi, ordini gridati militarmente, strilli, sibili, richiami; qui si ride, là si muore, dappertutto si urla: è naturale; siamo nel mondo del cinematografo, cioè nel teatro del silenzio. Nessuno può farsi un’idea di quanto si gridi nel teatro del silenzio. E questa la prima cosa che colpisce un visitatore. Ma non è la sola.

Da che mondo è mondo nessun ambiente è mai stato più vario, nessuna industria ha mai riunito per lo stesso scopo energie più disparate — qui sono sarti e calzolai, qui falegnami e pittori, qui parrucchieri e meccanici, mobilieri e macchinisti, tappezzieri e chauffeurs e poi operai, artisti, impiegati, fotografi: Babele e la confusione delle lingue. È certo, quello del cinematografo, il mestiere più moderno del secolo ventesimo. Varie le professioni, varia la vita. Vita quasi sempre all’aria aperta sotto il sole, vita un po’ zingaresca e un po’ militare che da alle anime un’illusione d’arte e di libertà, di giovinezza e di gioia. — Ho detto arte. — Gli artisti di qui sono convenuti verso la nuova forma da tutte le altre forme d’arte. Attori di prosa, cantanti, danzatrici: l’esodo si è compiuto lentamente ma senza tregua: a questi profughi si sono uniti allievi di scuole di recitazione, acrobati, sportsmens, qualche raro aspirante senza passato d’arte o di teatro: hanno fraternizzato, gli elementi disparati hanno cozzato tra di loro, si sono fusi ed ecco che il teatro del silenzio ha avuto il suo nucleo di attori, omogeneo quanto lo può essere… un nucleo di attori. Ora vivono insieme sezionati nelle varie case: figli d’arte non ce n’è ancora o, se ce n’è, sono ancora troppo giovani per vantarsene.

Del resto, non se ne sente la mancanza. Anche nelle case cinematografiche ci si è venuti abbastanza rapidamente organizzando in modo molto simile al teatro di prosa. Anni sono le compagnie cinematografiche non esistevano: ogni casa aveva un certo numero di attori scritturati, cui venivano di volta in volta affidate le parti nei soggetti di questo o di quel direttore artistico. Ora invece in tutte le case più importanti e dirette con criteri di modernità esistono delle vere compagnie ben definite, ciascuna delle quali fa centro al suo metteur en scène o direttore artistico e solo in occasione di qualche soggetto di eccezionale importanza se ne rompe per qualche tempo la compagine. Ciò avviene del resto molto raramente.

Le compagnie cinematografiche meglio formate constano di abitudine di cinque o sei attori: primo attore, prima attrice, attor giovane, attrice giovane, caratterista e attrice madre; ad essi vanno aggiunti uno o due operatori fotografi e un generico che funge da segretario del direttore artistico.

I generici sono gli stessi per tutte le compagnie: le masse, le comparse insomma, sono prese, come in teatro, ogni volta che ce n’è bisogno, si chiamano « cachetistes » e percepiscono da cinque a dieci o dodici lire al giorno. Sono questi i veri coristi del cinematografo: nei grandi centri cinematografici come Torino e Roma si riesce all’occasione a radunarne qualche migliaio: niente di più difficile a fondere a dominare e ad animare ili queste masse, eppure anche tra esse, come tra i coristi di teatro, molto sovente si trova l’elemento prezioso che, educato e ben diretto, sarà domani apprezzato al suo giusto valore.

Una volta gli attori non conoscevano il il soggetto che interpretavano: oggi non è più così, almeno per la maggior parte dei casi. Prima di cominciare una pellicola, il direttore artistico raduna nel suo studio i suoi comici e legge o fa leggere dal segretario la trama del film che gli è stato affidato o che egli stesso ha scelto, quindi fa montare dal basso personale le scene e si principia il lavoro. Le scene non vengono mai eseguite nell’ordine cronologico: sarebbe impossibile di farlo: nessun teatro di prosa, nemmeno i più vasti, possono contenere montati contemporaneamente tutti gli interni necessari in un film : per ciò se si monta una parte soltanto e in ciascuno di essi si eseguiscono in vario ordine, che dipende dal criterio del direttore, i quadri che in esso si svolgono. Ogni quadro viene provato più volte prima di andare in macchina: il direttore spiega dettagliatamente la scena ai suoi attori e durante le prove ne corregge gesti, atteggiamenti, espressioni, e, a seconda del caso, anima o contiene questo o quel comico, gli suggerisce le battute essenziali, cerca di ottenere l’esatta inazione mimica affrettando rallentando l’azione.

Gli attori dal canto loro debbono montarsi per giungere alla giusta gradazione drammatica pur cercando di rimanere semplici nella ricerca degli effetti, né è facile compito.
(segue)

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Archivio del Cinema Muto - Silent Film Archive
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5 risposte a Attori che non parlano, di Nino Oxilia

  1. Marylu' ha detto:

    Grazie per questa perla sul cinema muto. Grazie davvero!

  2. luigi ha detto:

    Non ricordavo questo articolo di Oxilia, grazie.

  3. admin ha detto:

    Grazie per il commento e la visita!

  4. admin ha detto:

    Grazie a te! terza puntata domani.

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