Victor Sjöström ricorda Mauritz Stiller

Mauritz Stiller (Helsinki 17 luglio 1883 - Stoccolma 18 novembre 1928)
Mauritz Stiller (Helsinki 17 luglio 1883 – Stoccolma 18 novembre 1928)

Sono certo che né lui né io pensammo mai, in quei giorni lontani, che avremmo fatto qualche cosa degna di essere ricordata molti anni più tardi. Iniziammo a lavorare in un periodo fortunato per le nostre ambizioni e che ci dette l’opportunità di uscire dal campo delle vecchie idee predominanti a quel tempo e che era ritenuto esprimessero il gusto del pubblico. Avemmo anche la fortuna di lavorare per una casa di produzione il cui direttore, Charles Magnusson, era un uomo tanto saggio da capire che la migliore maniera di guidarci, Stiller e me, era quella di non guidarci affatto e di lasciarci fare tutto quello che volevamo e ritenevamo giusto.

In quale parte del mondo un regista lavora oggi in tali condizioni? Ma quelli erano tempi in cui il direttore della casa di produzione conosceva appena il titolo del film a cui stavamo lavorando. E il bilancio o le discussioni sul bilancio non esistevano affatto.

Quante volte mi sono chiesto: se ora Stiller ed io fossimo giovani o per lo meno dell’età che avevamo 25 o 30 anni fa, avremmo lo stesso spirito energico, avido di fare sempre qualcosa di diverso, di nuovo? Una cosa è certa: che non ci sarebbe mai permesso di realizzare il genere di film che noi volevamo e, in ogni caso, non ci sarebbe mai concessa quella libertà a cui eravamo abituati.

E un’altra domanda mi pongo spesso: saremmo capaci di competere con i grandi registi di adesso? Io non credo che potrei, Stiller sì. Sotto un certo aspetto era molto “moderno”. Aveva un acuto “senso dello spettacolo” che non mancherebbe di impressionare il pubblico anche oggi. Era tanto libero che modificava i soggetti per i suoi film come più gli piaceva. Quasi tutti i nostri film erano tratti da romanzi o da lavori teatrali e, mentre io avevo un timoroso rispetto per l’autore, pensando che egli dovesse conoscere perfettamente bene il significato del suo lavoro, Stiller era così moderno da permettersi qualsiasi cambiamento che potesse ottenere un effetto migliore, senza alcun riguardo per quello che l’autore aveva scritto.

Eravamo grandi amici. E il mio pensiero va a lui con profonda gratitudine ricordando quanto fu buono con me in un momento particolarmente critico della mia vita in cui ebbi molto bisogno di aiuto. Stiller era più giovane di me di quattro anni. Sono 25 anni ch’egli è morto, a soli 45 anni. Molto tempo è trascorso, ma il ricordo che serbo di lui è sempre vivo, tanto originale e insolita era la sua figura. Riuniva in sé diverse personalità. Non esitava mai a dire la verità ed esprimeva francamente alla gente quello che pensava.

Quando lavorava perdeva spesso la calma, non sapeva trattenersi e allora diceva cose che offendevano ma che erano anche terribilmente buffe. Per quanto non lo sembrassero alla povera vittima che ne era oggetto. Nessuno però gli serbava rancore perché era subito pronto a fare ammenda. Era un uomo retto e di gran cuore e io sono l’unico che possa assicurarlo. Ma basterebbe  parlare di lui con qualcuno degli antichi compagni di lavoro degli stabilimenti di Lidingö. Alcuni lavorano negli studi della Svensk Filmindustri di Rasunda, fuori Stoccolma, da molti anni; uno di loro presta la sua opera dal 1912. Gente del vecchio tempo! Se si parla con qualcuno di questi vecchi cari compagni di Mauritz Stiller, una luce si accende nei loro occhi e ne illumina il viso! E sorridono ricordando quei giorni lieti e tutte le sue stravaganze. Ve ne racconterò una ch’essi rammentano spesso fra loro. Venendo un giorno nello studio, trovò qualcosa nell’allestimento che non gli piaceva. L’operaio disse timidamente: “Ma io pensavo…”, ma fu immediatamente interrotto da Stiller: “Pensavo, pensavo! Voi non dovette pensare! Ci sono io per quello”. Pochi giorni dopo trovò ancora qualcosa che non gli andava e cominciò a gridare contro lo stesso operaio e come questi gli rispose: “Ma voi mi avete detto…”, Stiller urlò: “Ma non potete pensare anche voi qualche volta!”.

Malgrado la nostra sincera amicizia, non credo di essere riuscito a conoscerlo profondamente. E come me, nessun altro ci riuscì. Eppure la nostra amicizia divenne sempre più forte con il passare degli anni. E raggiunse il massimo negli ultimi giorni della sua vita.

Victor Sjöström

Presentazione della fotografia animata a Torino

 

Repas de bébé (Lumière 1895)
Repas de bébé (Lumière 1895)

Torino, 13 novembre 1896. Il Cinematografo Lumière, che ammiriamo attualmente a Torino, trae le sue origini, come tutti i confratelli di nome consimile, dall’antico zootropio e dal praesinoscopio che tutti ricordiamo, perché formarono la delizia dei nostri giovani anni; era quello un semplice giocattolo più o meno imperfetto.

Una scatola circolare a forma di roulette, girante su di un perno, metteva in movimento una striscia di carta, sulla quale era rozzamente disegnata e dipinta una figura nei vari atteggiamenti di una determinata azione; era, o un saltimbanco che faceva il salto mortale, o la cuoca che macinava il caffè, o la vecchia che batteva le parti più rotonde di un bambino. Guardando queste immagini di varie pose, e giranti, attraverso una fessura, si aveva l’illusione di un vero e proprio movimento della persona raffigurata. Questo semplice meccanismo che meravigliava le menti infantili, era basato sulla legge ottica della persistenza, per quanto brevissima, di un’immagine nella retina.

Il Cinematografo ed i suoi confratelli non sono, adunque, una scoperta recente, ma soltanto una sapiente applicazione di un principio conosciuto, col mezzo della fotografia, della luce, della meccanica. Alla rozza immagine del zootropio è sostituita la fotografia le cui impressioni, mercé le lenti, si ingrandisce, si ingrandiscono come nella lanterna magica, a volontà. Alla modesta lucornetta a pretrolio si è sostituita la vibrantissima luce elettrica, e al debole movimento del perno girante si è sostituito un meccanismo rapidissimo.

Grazie alla gentilezza del signor Calcina, rappresentante della Casa Lumière, e di un giovane operatore inviato dalla Casa stessa, abbiamo potuto esaminare da vicino l’apparecchio, che non tenteremo di descrivere tecnicamente, ma che in fondo è molto semplice.

Immaginate una scatola simile ad una macchina fotografica comune, ma senza il cosiddetto soffietto. L’obiettivo si apre e si chiude mercé un disco girante munito di aperture le quali passano con una misurata rapidità davanti all’obiettivo medesimo, soffermandosi un istante. Questo istante è perfettamente uguale a quello impiegato per ottenere una istantanea, e cioè è della durata infinitesimale di una cinquantesima parte di minuto secondo.

Sull’obiettivo si dirige un fascio intensissimo di luce elettrica, lampada ad arco, luce che, attraverso l’obiettivo, va ad irradiare uno schermo di tela bianca finissima sul quale noi vediamo ingrandite le immagini fotografiche.

Queste sono impresse su di una pellicola leggerissima, attaccata ad un nastro lungo 15 e più metri e largo tre centimetri. Il nastro è di collodio ed è trasparentissimo. Le piccole fotografie istantanee sul nastro sono collocate l’una dopo l’altra in senso perpendicolare, alla distanza fra di loro di tre millimetri. Esse sono fatte con lo stesso apparecchio e costituiscono così una serie di fotografie rapidissime e successive di una scena od azione.

I nostri movimenti, per quanto siano rapidi e continuativi, sono colti, si può dire, in ogni loro grado dalla velocissima macchina, la quale per un’azione della durata di un minuto fa progressivamente 900 immagini fotografiche.

È chiaro, a dunque, che il nastro di tutte queste fotografie successive, passando per perpendicolarmente fra il fascio di luce elettrica e l’obiettivo, riproduca sullo schermo, per trasparenza, le fotografie medesime. Ma è necessario che ogni fotografia si soffermi un istante (che è un cinquantesimo di secondo), ed in ciò sta il segreto o le legge ottica dell’affetto, ed in ciò sta pure il pregio del Cinematografo Lumière, il cui meccanismo, mosso da una semplice manovella, è perfetto.

Ed è per questa proiezione di immagini che passano sullo schermo bianco con la stessa successione è rapidità con cui furono fissate sulla pellicola fotografica, che possiamo rivedere come fosse vivo un momento già divorato dal tempo. La fotografia lo ha analizzato è perpetuato, l’occhio nostro mercé il Cinematografo, ce lo ripete sinterizzato.

Dopo ciò, non è forse prevedibile che le biblioteche storiche dell’avvenire, più che di volumi, si comporranno di fasci e gomitoli, e rocchetti di nastri cinematografici e di fonogrammi?

Questo può sembrare un paradosso, ma coloro che non conobbero né la fotografia, né l’elettricità, né la moltiplicazione del moto, non avrebbero forse trovata paradossale l’idea di questo stesso Cinematografo?

G. Ferrari
(La Stampa)

Hesperia: Noi attrici del silenzio

Hesperia 1916
Hesperia 1916

La cinematografia è un arte? Quali rapporti fra il cinematografo ed il teatro?

Per molto tempo non s’è potuta aprire una rivista cinematografica senza che una delle due su riportate frasi vi saltasse agli occhi, scritta con caratteri cubitali, come titolo di testa di un articolo di almeno cinque colonne.

Ora, finalmente, dopo che autori ed attori celebri hanno data l’opera loro al cinematografo, grazie a Dio, siamo d’accordo. Anche il cinematografo è una forma d’arte.

Io veramente ho sempre pensato, anche quando la cinematografia non aveva raggiunta la forma più organica d’oggi, che un posticino, magari piccolo, fra le manifestazioni d’arte, le spettava. Sì, perché cinematografia e teatro sono due forme d’arte rappresentativa che, pur rimanendo assai distinte fra loro, tendono allo stesso scopo, e cioè alla rappresentazione di un brano di vita reale, l’una con l’ausilio della parola, l’altra con la visione successiva di situazioni. Il teatro ha la parola, ma stretto nell’ambientazione, non può rappresentare al pubblico che una parte del dramma, ed è obbligato a servirsi appunto della parola per raccontare tutto quello che non può rappresentare: la cinematografia manca della parola, ma sconfinata nell’ambientazione può svolgere in una serie infinita di quadri e di scene successive tutta un’azione in tutte le sue situazioni ed in tutti i suoi dettagli.

Ho letto, tempo addietro, non ricordo più in quale rivista, le impressioni provate da una delle maggiori attrici del nostro teatro, posando per la prima volta in uno scenario cinematografico. Comprendo benissimo come essa dicesse di aver sentito la mancanza di qualche cosa, come dicesse di esserle sembrato di fare un’interpretazione a metà, di non aver potuto immedesimare completamente il tipo del personaggio da rappresentare. Lo capisco benissimo, perché abituata ad ottenere i migliori effetti con la dizione, con l’inflessione della voce, le erano mancate le migliori risorse della sua grande arte.

Noi attrici del silenzio, mentre interpretiamo i nostri tipi, non sentiamo questa mancanza.

Abituate a esprimere i nostri sentimenti col gioco della nostra maschera facciale, questo sopra ogni altro curiamo, e facciamo tesoro di ogni piccola mossa della nostra persona, di ogni posa, ed anche di una migliore o peggiore esposizione alla luce.

Per questo si dice da qualcuno che lavoriamo meccanicamente. Non è vero.

Non è vero che si lavora meccanicamente, si sente, avanti all’obiettivo, si sente come, e forse più, che avanti alla platea gremita.

Bisogna abituare il cervello ad una ginnastica speciale, bisogna abituare i muscoli ad obbedire istantaneamente alla volontà, bisogna sentire la parte, immedesimarsi nella scena che si rappresenta, montarsi a freddo, non fingendo ma sentendo realmente il dolore e la gioia e dall’uno passare all’altra quasi istantaneamente.

Occorre perciò uno studio paziente ed accurato dello scenario cinematografico, bisogna far suo il tipo da rappresentare, intonare a quello tutto, dalle acconciature, dalle toilettes alle movenze, il modo di camminare, di gestire e mantenere il tipo per venti giorni, un mese, il tempo che dura la messa in scena di un film.

Un’attrice cinematografica non può darsi il lusso di preferire un dato genere di soggetti. Il gusto del pubblico cinematografico è così variabile ! E gli industriali hanno tanta fretta di seguire il gusto del pubblico !

Mentre oggi si domandano alle case cinematografiche dei films sensazionali, domani saranno ricercati i soggetti passionali o sentimentali; mentre oggi sono messi al bando i soggetti storici, domani forse essi torneranno a formare la delizia dei frequentatori del cinema. Bisogna acconciarsi a quello, come si suol dire fra noi, che il mercato richiede.

Detesto i soggetti di avventura o sensazionali, e poco simpatizzo coi soggetti storici. Preferisco i soggetti moderni d’ambiente chic, specialmente quelli semplici, di vita reale, e vado matta per quei soggetti che pur ricamati su una trama sentimentale o passionale, sono trattati in forma brillante, magari… con una punta comica.

Hesperia (Olga Mambelli)