Edna Purviance attrice in penombra

a dog's life
Edna Purviance, dog & Charlie Chaplin

Madrigale per Edna Purviance, nata il 21 ottobre 1895, l’anno del cinematografo…

I film invecchiano presto: come i giornali, più dei giornali. La loro esistenza breve è però straordinariamente intensa; così come le stelle e gli astri di questo incandescente e movimentato firmamento del celluloide hanno, nel più cospicuo numero di casi, una notorietà la cui risonanza è senza dubbio amplissima ma, tuttavia, inversamente proporzionata alla durata. Oh, come è bizzarro e variamente mutevole il gusto della folla che popola le buie platee! Film che sette, sei, cinque anni addietro furono popolari, e suscitarono l’entusiasmo di milioni di spettatori, oggi sono appena vagamente impressi nella memoria di quegli stessi pubblici allora osannanti; e pure un’ombra fitta d’oblio è scesa, col trascorrere veloce degli anni, a cancellare il ricordo di quegli interpreti, allora così amati e cari.

Ma non tutti i vecchi film escono senza scampo battuti dall’inevitabile lotta contro il procedere del tempo, contro i perfezionamenti tecnici, contro il variabile gusto delle folle; non tutti riescono a trasformarsi, nello spazio di qualche lustro, da lacrimosi drammi in esilaranti comiche gustabili con una certa compiacenza un poco perfida ed altrettanto irriverente e maligna. Alcuni resistono vittoriosamente: infantili nella tecnica, invecchiati nella fotografia, essi riescono tuttavia a dirci cose gentili.

E c’è sempre, in questi film, la stessa figura di donna: di tutti ella è puntuale eroina. Stella ormai da tempo offuscata, ella è di quelle che han visto il proprio nome dimenticato dal pubblico distratto e immemore. Ma sono noti, ancora e sempre, il suo volto, il suo gesto; la sua mite figura è ricordata e subito riconosciuta dagli umili e attenti spettatori che fissano le pupille sui brevi schermi dei cinema periferici, dove appunto queste vecchie pellicole ancora scorrono quotidianamente quali rapide e traballanti comiche finali, accompagnate dalla musichetta, più ronzante che melodiosa, del frettoloso e approssimativo accompagnamento grammofonico.

La calma bellezza di quel volto caro e gentile aureolato dai capelli biondi — e lunghi… —; il dolce sguardo di quei grandi e ben disegnati occhi; l’armoniosa grazia della sua persona, quantunque assai frustata dalle aberrazioni d’una moda oggi inconcepibile e ridicola, esercitano ancora su di ognuno una sicura attrattiva. Le prodezze insuperabili del protagonista di quelle vicende — Charlie Chaplin — non vietano che gli spettatori possano badare altresì alla mite eroina delle avventure stesse; a colei per la quale il mimo di genio compie gesta memorande in nome di Sua Altezza l’Amore. Perché è proprio di lei che parliamo; della più fedele compagna dì Charlot: di Edna Purviance. Ma oggi questo nome — Edna Purviance — chi lo conosce? Eppure esso fu assai divulgato un giorno, stampato accanto a quello dell’insigne Maestro in testa a decine e decine di film. Erano, allora, i tempi assai lontani e altrettanto duri nei quali il grande Chaplin ancor non aveva toccato il vertice di quella piramide sulla cui sommità sta scritto a caratteri indelebili un titolo che nessuno ignora e nessuno può dimenticare: La febbre dell’oro. Erano gli anni in cui l’attore ancora non era famoso come oggi e non potendo perciò, come oggi, concedersi il lusso di un paio d’anni di vacanza, dopo averne impiegati tre a fare un film in cui rimastica le trovate d’allora, era costretto a lavorare fulmineamente mandando fuori un soggetto al mese. Erano gli anni in cui dilaganti risate scuotevano il pubblico di due emisferi per la prima volta entusiasta alle gesta ineffabili di Charlot conte o avventuriero, emigrante o poliziotto, dentista o boxeur, usuraio o leone: brevi metraggi usciti dalla fantasia d’un talento cinematografico che, nella sua vena a quel tempo inesauribile, doveva di li a poco trovare i più raffinati e ponderati intrecci del Pellegrino e di Vita da cani: altre tappe d’un cammino ascensionale che culminò e s’arrestò con La febbre dell’oro. Erano gli anni in cui Charlot, non ancora divenuto il riccone sfondato, capitalista degli «United Artists», era anche lui un semplice scritturato di modeste case ormai scomparse, quali la Mutual e la Essanay.

Ebbene Edna Purviance fu la sua indivisibile compagna d’arte di quegli anni spesso cosi difficili e così prodighi di amarezze: compagna indivisibile, appassionata e modesta, fedele e buona come nessuna delle successive seppe esserlo mai. Nessuna di queste, non la Georgia Hale di Febbre dell’oro, non la Merna Kennedy de Il circo, non la Virginia Cherrill di Luci della città, non la Paulette Goddard di Tempi moderni, seppe cosi degnamente e cosi giustamente stare accanto a Charlot come Edna Purviance, attrice della penombra, appena sfiorata dal riverbero d’una grande stella abbagliante, accanto alla quale — e non era cosa facile — ella seppe tuttavia far brillare e notare il raggio della propria luce.

Semplice ed umana, accanto alla semplicità umanissima, deformata dalla impagabile vena caricaturale, del Maestro fu Edna Purviance in tutti i ruoli nei quali la vedemmo e ancor oggi con tanto piacere la rivediamo. Come dimenticare fra questi la piccola profuga abbandonata e sperduta di Charlot emigrante, la consolatrice trepida e innamorata del manigoldo di buon cuore protagonista de Il pellegrino, o la dolente figuretta della cantante in Vita da cani? E come non ricordare la sua magistrale e toccante interpretazione in quel film — Una donna di Parigi ove il suo insigne maestro volle lasciare, finalmente, che lei sola brillasse di propria luce ed egli si ritirò nell’ombra: regista e soggettista soltanto (ma quale regista e quale soggettista!) d’un « classico dello schermo » che fra le cose chapliniane è certo fra le più memorande?

Eppure, chissà perché, la gentile Edna dopo questa commovente interpretazione drammatica volle pressoché abbandonare il suo pubblico che allora l’amava e oggi l’ha quasi dimenticata. Da Hollywood si trasferì in Francia ove girò un film, L’educazione di un Principe, del quale ella era l’unica perla. E mentre Charlot per ogni film si prodigava in ansiose ricerche di attrici che si piegassero docilmente alle talvolta bizzarre volontà del suo nevrastenico temperamento di regista sommo ma incontentabile, Edna Purviance, che mai lo contraddisse e sempre pacatamente ne sopportò le sfuriate, anche se eccessive ed ingiuste, si dissolveva nell’ombra. Un giorno si riparlò di lei per una malattia che parve dovesse metterne in pericolo la vita, poi attorno al suo nome ripiombarono il silenzio e l’oblio.

E se oggi, per molti, per troppi, questo suo nome è quello di una ignota, per noi invece sarà sempre quello di una attrice che ci è infinitamente cara e alla quale dolce e gentile va talvolta il nostro ricordo di spettatori memori e riconoscenti. Perché è attraverso i primi film interpretati da Charlot e da lei che imparammo a conoscere e ad amare il cinematografo. Per questo oggi la ricordiamo, per questo possiamo dire, parafrasando il leopardiano canto per Aspasia :

« Torna dianzi al mio pensier talora il tuo sembiante, Edna… »

Achille Valdata

Buon compleanno!

Tutto quello che volete sapere su Edna Purviance Nevada’s Silent Movie Star, nel sito di Linda Wada, in inglese, e nella versione francese, tradotto da Dominique Dugros.

Gustavo Serena 5 ottobre 1882

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Francesca Bertini e Gustavo Serena in Assunta Spina 1915

Nato a Napoli il 5 ottobre 1882 (secondo altre fonti 1881), era destinato, per volere della sua famiglia, alla carriera militare: “Fortunatamente, per me e sicuramente per l’esercito, la fortuna mi spinse sul palcoscenico”. Era il 1899.

Serena non ricordava quando e dove incontrò il “cinematografo” per la prima volta. Il cinema era considerato un divertimento popolare, una moda, in ogni caso non era “una cosa seria”. Si raccontava in giro di qualche prestigioso interprete internazionale del teatro di prosa che “si era dato al cinematografo”, ma erano casi isolati. E poi i risultati… una “roba” che non valeva niente!

Infatti, il teatro di prosa non aveva rivali, e non aveva paura del cinematografo. Dal 1899 al 1911, Serena fa parte di numerose, importanti, compagnie. Nel frattempo, lo spettacolo cinematografico cresce, e nel 1909 scoppia la rivoluzione: Ugo Falena, personaggio di spicco del teatro di prosa italiano, si è dato al cinematografo:

La prima Casa in Italia a intuire che dovessero adoperarsi i comici della scena di prosa, fu la Film d’Arte Italiana di cui era direttore Ugo Falena. Ma che fatica a persuadere i primi sacerdoti! Vi era tutta una tradizione da abbattere, vi era tutta una strada nuova da percorrere!… In Italia, come dicevo, i nostri artisti erano non solo riluttanti, ma sdegnosi.

Ugo Falena persuase prima di tutti Ferruccio Garavaglia e Lo Savio ridusse a voto favorevole la ripulsa indignata di Ermete Novelli. Ricordo: eravamo col Novelli al Politeama di Napoli. Lo Savio aveva parlato al grande interprete di Papà Lebonnard nella maniera più convincente, ma invano. Sul punto di veder perduta la partita, l’avv. Lo Savio disse all’artista:

Dite un po’: voi avete mai veduto recitare sulla scena Ermete Novelli? No, eh? Ebbene, col cinematografo lo vedrete!

Fu, come si direbbe, l’argomento ad hominem. Gli occhi dell’attore sfavillarono; l’idea di rivedersi sulla tela sembrò quasi a Ermete Novelli come l’erezione di una statua imperitura che lo avesse ritratto su di un blocco di marmo, e accettò.

Così racconta Franco Liberati, in un articolo pubblicato nel 1918 dalla rivista In Penombra. Una decisione, quella di Novelli, storica e coraggiosa allo stesso tempo. Grandi e piccoli interpreti della scena di prosa si buttarono nella nuova avventura, in mezzo alle proteste e qualche battaglia, come in ogni rivoluzione che possa dirsi tale.

Gustavo Serena debuttò nella Film d’Arte Italiana nel 1911. Dopo il successo come interprete del Quo Vadis? (1912), lascia la scena di prosa (che riprenderà nel 1927) per dedicarsi anima e corpo al cinema come soggettista, direttore artistico, interprete, produttore e direttore di produzione. Una lunga e prolifica carriera dall’epoca del cinema muto al sonoro, in mezzo a tutte le crisi e tutte le difficoltà legate all’attività cinematografica in Italia.

Ecco per esempio un  suo commento a proposito della crisi degli anni ’20:

La crisi della cinematografia italiana, oltre che alle ben note cause dovute agli errori e orrori della superproduzione, va attribuita a tutti coloro che pur non avendo mai capito e sentito l’arte, in un bel momento, allettati da facili guadagni o per loro ambizioni personali, invasero il regno dello schermo trasformandolo in un comune campo di speculazione. Ingegneri, avvocati, farmacisti, et similia si trasformarono in dirigenti e amministratori, instaurando il regno dei favoritismi e facilitando una produzione affrettata e scadente che ci buttò in breve lasso di tempo verso la rovina. Queste persone, fortunatamente poche, dopo aver sfruttato l’ambiente artistico italiano, si sono poi rivolte all’estero acquistando larghi stocks di produzione americana senza vagliare la bontà e hanno invaso il nostro mercato, facendo un secondo affare e rovinando definitivamente l’industria nazionale.

Secondo me, bisognerebbe che la ripresa della produzione venisse segnata da piccoli nuclei di attori e di artisti, che, godendo il credito di serii finanziatori, potessero realizzare le loro iniziative personali, concentrando le risorse nella loro personalità e del loro ingegno in lavori che riuscirebbero di sicuro effetto e di ancor più sicuro rendimento. Le provvide leggi del Governo nazionale e il rinato orgoglio della nostra gente valorizzerebbero moralmente e materialmente l’opera.

Il pubblico italiano, e in genere quello di tutta Europa, dà segni evidenti di stanchezza per la produzione americana fatta di acrobatismi o intessuta su argomenti di scarso valore artistico e che quasi sempre è lontana dalla nostra sensibilità. Purtroppo, le proteste platoniche sono di nessuna efficacia e bisognerebbe che il pubblico dimostrasse il proprio scontento disertando le sale dei cinematografi. Ma come si può pretendere questo, dal momento che nella stragrande maggioranza dei casi, il cinematografo è l’unico svago per la popolazione dei nostri piccoli centri?

L’industria cinematografica d’oltre oceano sta sdrucciolando per la china che a noi è stata fatale: quella della superproduzione, aggravata dalla malattia del « divismo ». In America si continua a credere che bastino i nomi sia pur celebri di Pola Negri, della Swanson, di Griffith ecc. a varare lavori di poca importanza artistica, mentre il pubblico nostro vuol sentire oltre che vedere e, più che sbalordirsi, desidera commuoversi.

Il nostro genere è quello sentimentale-drammatico, nel quale abbiamo già raccolto tanti allori imperituri. Accanto a questo, potrebbe rifiorire e imporsi un’altra nostra specialità: il genere storico. Non si dimentichi che per la prima volta nel mondo, un lavoro a lungo metraggio fu girato a Roma nel 1912, il Quo Vadis?, in cui sostenni la parte di Petronio, lavorando accanto a quel caro indimenticabile artista che fu Amleto Novelli. Per il genere storico, abbiamo in Italia studiosi e realizzatori il cui pregio è universalmente riconosciuto. Gli americani ci vincono in dollari, è vero, ma non possiedono le doti impagabili, delle nostre bellezze naturali, i tesori dei nostri monumenti artistici e la sensibilità dei nostri attori e inscenatori.

Gustavo Serena scomparve a Roma il 16 aprile 1970. Difficile dimenticare il suo nome, che ritorna spesso alla ribalta come interprete e regista della prima versione di Assunta Spina (coadiuvato da Francesca Bertini). Io vorrei ritrovare A San Francisco (1915), anche questo da un dramma di Salvatore Di Giacomo. Mi hanno raccontato che Serena ci teneva molto a questo film, ed io vorrei sapere perché.

Buster Keaton 4 ottobre 1895

a Luciano Michetti Ricci

buster keaton
Buster Keaton

Come iniziai la mia carriera cinematografica? A volte mi sembra d’essere capitombolato sul cinema nel corso di uno dei miei più complicati salti mortali. Ho incominciato a fare capitomboli sin da quando mi tolsero il biberone, e credo di averne fatti parecchi anche prima. Per anni ed anni ho tenute allegre le folle con le mie acrobazie comiche.

Mi è sempre piaciuto lavorare, ma il lavoro nei Varietà era particolarmente duro; e sebbene avessi avuto in mente di tentare la sorte nel cinema, pure non avevo mai avuto il coraggio necessario ed il tempo di recarmi ad Hollywood per tentare la grande prova.

La fortuna però mi fu benigna, anzi mi favorì singolarmente.

Una sera Roscoe Arbuckle capitò nel teatro in cui i tre Keaton si esibivano. Gli piacque il mio lavoro, e venne a farmi visita nel camerino dopo lo spettacolo. Egli mi parlò dell’avvenire che mi aspettava nel cinema, ed in breve mi offrì una parte comica in un film. Non mi feci ripetere due volte l’offerta, ed afferrai a due mani l’occasione che mi si presentava. Avrei avuto subito un posto fisso d’attore comico senza passare prima per la dolorosa e sfiduciante trafila delle comparse, come avevano dovuto fare tanti altri artisti prima di me. Mi piacque immensamente lavorare con Arbuckle, il quale m’insegno la tecnica cinematografica e mi incamminò sulla via della indipendenza artistica.

(…)

Stavamo facendo la prima scena di Snap Shots nello studio della Metro-Goldwyn-Mayer, ed io dovevo essere calpestato da una folla di comparse durante un tafferuglio ad una parata o qualche cosa di simile. Ed Sedgwick, il direttore, sedeva su di un alto saltello parallelo con la macchina da presa, mentre noi stavamo provando la scena per la prima volta.

— No! — gridò ad un tratto Sedgwick alle comparse. — Voi non dovete ridere affatto. Questa è, probabilmente, una commedia, ma è per noi un lavoro serio lo stesso.

Forse di primo acchito ciò potrà ricordare l’esclamazione di un certo produttore, alcuni anni fa, il quale dichiarò che le sue commedie non erano “roba da ridere”.

Fare delle commedie o delle farse è un problema serio. E questa è la ragione per cui io non sorrido mai quando mi trovo dinanzi all’obiettivo cinematografico. Appena un comico ride, sullo schermo, egli dice al pubblico che non c’è bisogno che creda a ciò che vede, perché è tutto uno scherzo. Dopo di che l’attore può fare quello che vuole in fatto di comicità; egli non farà più ridere il pubblico.

E giustamente Cicerone diceva: — Se vuoi far piangere, piangi per primo; ma se vuoi far ridere stai serio.

Dopo tutto la commedia, in generale, consiste tutta nelle disgrazie che toccano al commediante, ed il più tragicamente egli prenderà le proprie sventure, più buffo egli apparirà agli occhi del pubblico.

Uno dei più buffi uomini che abbia mai conosciuto nel Vaudeville anni fa, fu Patsy Doyle. Patsy si faceva chiamare “il gigante della tristezza”, e si presentava generalmente nel mezzo del palcoscenico con l’espressione più lugubre di questo mondo e con voce funerea si metteva a raccontare l’interminabile serie di disgrazie che gli erano toccate dal giorno in cui era nato. Era la cosa più buffa che io abbia mai vista. Ma ritengo che se Patsy avesse anche impercettibilmente sorriso durante il suo racconto, egli avrebbe perso immediatamente tutto l’effetto della sua comicità.

La comicità e fuggente; il punto culminante dell’episodio è un lampo, quindi ci deve essere una pausa per dare tempo al pubblico di assimilare l’episodio e gustarlo. Poscia sì procede al prossimo episodio che deve superare il primo in comicità, pure essendo una conseguenza del precedente. Lo spazio fra un episodio comico e l’altra deve essere calcolato con esattezza matematica onde ottenere l’effetto massimo e non annoiare il pubblico. Questa parte nella creazione della farsa si chiama « spacing », ossia spaziamento, ed è una scienza esatta ormai.

Com’è che la commedia deve essere messa insieme così come l’orologiaio monta un orologio, con infinita cura dei dettagli.

Molti episodi comici bene ideati non ebbero alcun effetto sul pubblico perché fatti troppo in fretta. E cosi dicasi di una interpretazione troppo lenta e deliberata. Per ottenere una comicità naturale ci vuole una interpretazione naturale. La commedia quindi consiste di una buona dose di psicologia e della scienza del tempo applicata alla intermittenza degli episodi comici e drammatici.

La comicità, secondo Sedgwick, è un affare molto serio.

Buster Keaton