Ho scritto soltanto un post dedicato ai silent-dvd-blu-ray non-italiani. Cambiamo anche questo.
La Grapevine Video ha pronti 4 nuovi DVD, disponibili dal 5 settembre:
Hoodoo Ann, di Lloyd Ingraham, produzione Fine Arts- Triangle 1916; The Mad Whirl, di William A. Seiter, produzione Universal 1925; The Jack-Knife Man, di King Vidor, King Vidor Productions 1920, inedito in Italia (non so da dove è uscito il titolo italiano: L’uomo dal coltello a serramanico), e Miss Bluebeard, questo sì con il titolo: Gli amori di Colette, di Frank Tuttle, produzione Zukor-Lasky sotto bandiera Paramount del 1925.
Non posso raccomandare niente perché in tutta onestà non ho visto nessuno dei quattro. Vi segnalo questa recensione di Silent Volume, sempre molto affidabile, sul film di Vidor. Secondo lui si tratta di un capolavoro.
Se prenotate subito c’è lo sconto, e di questi tempi…
Quando mi arrivano vi racconterò anch’io. Buona visione a tutti!
(Nota: Grapevine non mi paga niente per questa pubblicità, semplicemente cerco di promuovere le uscite di cinema muto in DVD)
Recensione da Il Corriere Cinematografico, Torino 26 agosto 1925
“Fantasma” al Corso Cinema di Roma, dal romanzo di Gherardo Hauptmann. Riduzione di Thea Harbau (sic. Harbou) – Direzione: Murnau – Protagonista: Abel. Edizione UFA – Berlino
Il film come l’ho visto:
Lorenzo Lubota, come dire il signor Uno Qualunque, non è che un impiegatuccio, uno scrivanello del Comune.
È un debole e un sensitivo: un abulico, direbbero i medici, i quali se non sanno che cosa siano le malattie, in compenso hanno trovato per ciascuna un’elegante parola greca.
Prima di lottare, egli è già un vinto. Appartiene a quell’umanità grigia, che pare non serva ad altro che a far numero, non debba conoscere della vita altro che il dolore.
Non è tutto. Lorenzo Lubota è un sognatore.
Malato di un vano disperato desiderio di felicità, affranto dal contrasto fra la sua vita ideale e quella reale, oppressa dalla miseria; egli si rifugia nel sogno, questa divina malattia dei geni, ch’è anche la ricchezza dei poveri, ai quali schiude con chiave d’oro gli illusori Paradisi dell’immaginazione.
Siamo tutti, più o meno, dei sognatori perché sognare in fondo, non è che desiderare: l’ha già notato Dostojewski, e prima, di lui Calderon ha detto: la vida es sueño.
Tuttavia la vita punisce crudelmente i sognatori che non sappiano o non possano realizzare il proprio sogno, come dimostra la storia di questa creatura di Gherardo Hauptmann.
Lorenzo Lubota è, naturalmente, anche poeta.
— Ma questi versi son l’opera di un genio! — così dice un vecchio legatore di libri, al quale Lorenzo ha dato a leggere le sue poesie « scritte nei momenti di riposo ». E sogna anche lui, il vecchio rilegatore. Egli farà leggere i versi ad un celebre quanto occhialuto professore di letteratura. Costui riconoscerà il genio del poeta e ne sarà il mecenate. E poiché Maria la figlia del rilegatore, ama Lorenzo, essi si sposeranno e saranno felici.
Ora eccolo, Lorenzo, mentre si reca all’ufficio, assorto, come sempre, nelle sue fantasticherie.
— Ma bada, dunque, sognatore! – verrebbe voglia di dirgli. — È sempre pericoloso sognare, ma, per istrada, ne va dell’incolumità personale!
Ecco, infatti, un cocchio elegante l’investe, ed egli ruzzola per terra.
Il cocchio si ferma, un’incantevole figura bionda e bianca ne discende, aiuta il malcapitato a rialzarsi, poi, rassicurata, risale sul cocchio, che riparte veloce.
Ma il sognatore è rimasto abbagliato.
Chi era quella figurina bionda e bianca, che per un momento, l’ha accarezzato?
Ma era il suo sogno stesso, fatto persona! Era la Bellezza, l’Amore, la gioia di vivere, la ricchezza, tutto ciò che fa splendere la vita, tutti i beni che gli erano stati negati : era la Felicità.
E, incalzato dall’ansia, Lorenzo Lubota l’insegue, la Felicità, che è già lontana, ormai.
Egli corre, corre. Ed ecco, il cocchio sparisce in un portone; la figura bianca s’invola per le scale. Sta per raggiungerla, Lorenzo; ma qualcuno lo ferma: uno stalliere.
— Che volete voi, qui?
Che vuole Lorenzo Lubota? Egli insegue un sogno: la Felicità. Ma può capir questo uno stalliere?
— E perché inseguivate la mia padroncina?
Ma che domande fa questo stalliere!
Vuol sapere perchè s’insegue la Felicità! Diteglielo voi, se lo sapete!
— Andate via, di qua! — comanda lo stalliere, minaccioso e sospettoso, e viene fin sulla soglia del portone, e dietro Lorenzo, che avrebbe fatto con un cane, schiocca una sua maledettissima frusta.
E in quello schiocco è la beffarda risposta della Vita all’inseguitore di chimere.
Ora eccolo, questo povero Lorenzo Lubota, posseduto dal suo inaccessibile sogno. Ha perduto la testa in verità. Perchè non consola l’angoscia della vecchia mamma? Non sa dunque che sua sorella Melania, ha abbandonata la triste, la povera casa, per diventare la mantenuta di Lubinski, un losco figuro?
Questo Lubinski è socio di una zia di Lorenzo, che è ricca, perchè esercita il pulito mestiere dell’usuraia.
Da questa zia si reca Lorenzo.
— Il professore X — le dice — ha letto i miei versi. Dice che sono un capolavoro. Vuoi aiutarmi, zia? Mi vergogno di presentarmi dall’editore, così logoro.
— Sta e vedere che mi diventi celebre sorride lusingata la zia, e gli da del danaro; perché – ella pensa – gli uomini sono canaglie, come Lubinski, il suo socio, per esempio — eh, a quello lì, nemmeno un centesimo darei! — ma Lorenzo, oh no! Lorenzo, il male, non è capace nemmeno di pensarlo.
Ma è dunque un grande poeta, questo scrivanello ? Ecco: il professore ha letto i versi: — qualcuno, sì, non c’è male, ma in complesso… non è roba che si possa stampare!
Ancora un’illusione svanita, povero Lubota!
Comunque, l’abito nuovo, che gli sceglie Lubinski, il quale poi lo conduce a far baldoria — bisogna festeggiare con un bicchiere i vostri successi, poeta! e se anche spendiamo tutto in una sera, la vecchia ce n’ha, nello scrigno! — l’abito nuovo è necessario. Egli sa ormai il nome del suo sogno: Lucy: è la figlia dei vecchi signori Harlan.
Ma è proprio impazzito questo povero Lubota!
Eccolo dai signori Harlan.
— Mi scusi, e perdoni il mio ardire! — egli dice alla signora Harlan, che lo guarda trasecolata. Mi dica, la prego, se sua figlia Lucy è fidanzata. (Come ? vuoi sapere se Lucy è fidanzata? Ma è pazzo questo signore? E perché mai? Come dice? Che non può vivere senza la speranza di poterla, un giorno, sposare?).
— Mio marito, ecco — risponde la signora — le dirà…
— Ne riparleremo, signor Lubota… fra qualche tempo… diciamo pure: fra un anno.
E dopo che Lorenzo è uscito, scuote la testa il signor Harlan.
È buono, il signor Harlan: lo compatisce, questo povero pazzo!
Lucy Harlan è la Felicità, e Lorenzo Lubota, la Felicità, non può che sognarla. Per lui, se vuole, c’è un… surrogato: una donnina elegante, che somiglia straordinariamente a Lucy. Egli l’ha incontrata in un ristorante di lusso, dove si è recato appena uscito dagli Harlan chissà mai perché, per stordirsi, per perdersi…, e l’ha seguita fino a casa, come un allucinato.
— Chi sei tu? — gli domanda la donnina.
— Uno scrivanello senza lavoro — (Lo hanno anche licenziato dall’impiego, questo scrivanello, che trascura le importantissime pratiche da emarginare, per gironzolare intorno alla casa di Lucy e frequentare i ristoranti di lusso).
Ma la donnina ride, ride! piace scherzare, a questo signore! è tanto strano!
Io sono un poeta… un uomo senza fortuna… che insegue una chimera, un Fantasma…
Ora sì, Lorenzo Lubota: questo che dici è molto vero.
E questa donnina, se tu vuoi, ecco, è tua. Non è Lucy, ma le somiglia tanto! È quasi come lei. Non è la felicità, ma è un surrogato. Non sei tu solo al mondo, mio povero Lubota, che debba accontentarsi ci un surrogato della felicità.
Questa, puoi averla. In cambio, vedi, non vuole che del danaro, poiché ella ti crede ricco.
Ma Lorenzo non ne ha. Chi gliene potrà dare?
— Tua zia — dice Lubinski, la vecchia volpe, che già conta di servirsi di questo ingenuo sognatore, per smungere la avara cassa della socia. – In cambio, tu le prometterai la cessione dei tuoi diritti d’autore, per esempio.
Non c’è male, come trovata: i diritti d’autore! Non si direbbe… a vederlo, che Lubinski sappia fare anche dell’ironia!
E, dalla zia, è Lubinski che fa tutto, che ha una volontà per lui. E la zia dà… una grossa somma!
Lorenzo Lubota ha compiuto un’azione disonesta. Ha mentito. Ha rubato.
Ma la vecchia zia usuraia ha scoperto ben presto la bugia di Lorenzo.
Voglio il mio danaro — gli dice — Se fra tre giorni non me l’hai restituito, ti consegno alla Polizia.
Tre giorni. Il primo: il giorno della vertigine. Stordirsi, dimenticare, nel piacere, nella vertigine. E’ bella come Lucy, è quasi come lei! E il secondo: il giorno della passione. La mamma è malata, la vecchia mamma è affranta dal dolore e dalla miseria: non può dirle, Lorenzo, la sua angoscia.
E allora, chi l’aiuterà, questo povero uomo che il vortice della perdizione sta per ingoiare? L’amante?
— Aiutami tu — supplica Lorenzo.
Io sento il tuo dolore… ma non lo comprendo. Ti amo per questo… e non posso che amarti.
Non’ può che amare, una donna. E se ama, non si può chiederle altro.
Lubinski, il complice?
Oh, egli conosce la vecchia Schwabb. Se ella vede in pericolo il suo danaro, non conosce pietà. Bisogna rassicurarla, oppure… — e completa la frase con un gesto tragico. — Ucciderla, vuol dire. Inorridisce Lorenzo. E fa l’ultimo tentativo.
— Devo parlarti, zia… — e, scongiurandola di aver pietà, finisce per confessar tutto, perché egli non sa nemmeno mentire.
— Avresti- fatto meglio a continuare la menzogna — gli risponde con fredda collera la zia. — Ti avrei concessa una dilazione. Ma ora, a che pro?
È la fine. Tutto crolla su questo disgraziato, ch’è stato travolto da un fantasma.
E, incapace di compierlo, come incapace d’impedirlo, Lorenzo Lubota, schiacciato dall’orrore, assiste al delitto di Lubinski, che, nella notte, uccide la zia!
Sono colti in flagrante, arrestati.
Ma i giudici sono stati indulgenti con Lorenzo Lubota. Gli hanno certo accordata l’attenuante del totale vizio di mente. Un sognatore! Ma non è nemmeno degno di una pena!
Fratello spirituale di Don Chisciotte, come lui, Lorenzo Lubota non vive nella realtà; e come quegli, lo zimbello, egli è la vittima del sogno inseguito.
Sulla tragedia eroica dell’ingenioso hidalgo, si spande il sorriso mediterraneo del Cervantes; su quella borghese di Lorenzo Lubota, pesa la tristezza dell’Hauptmann, grigia come le brume del nord; e se talvolta sorride, è un sorriso più triste del pianto.
Il pubblico, mi dispiace dirlo, non ha mostrato di capire, e perciò di ammirare questo vero capolavoro dello schermo.
Esso ha tenuto verso la storia di Lorenzo Lubota il contegno d’incomprensione e di stolta irrisione dello stalliere, di cui abbiamo parlato.
I sognatori, si vede, non hanno fortuna nemmeno sullo schermo!…
Mario Magic
Recensione da La rivista cinematografica, 10 gennaio 1924
Milano, Cinema Palace. “Fantasma” di G. Hauptmann.
Il soggetto non era facile da svolgere in una adattazione alla tela, però essa è fatta egregiamente. E per quanto la base fondamentale del dramma sia uno svolgimento psicologico, d’intorno vi è stata creata tanta azione che il film non risulta né pesante né lento. Bisogna dire che una parte grandissima nella riuscita del film va attribuita a Alfred Abel con la sua ottima recitazione. Questo artista è veramente grande benchè trovi che non sia questa la sua migliore interpretazione, mi piace di più in Fiamma ad esempio, devo però dire che anche qui recita molto bene sostenendo una parte difficilissima che poteva diventare ridicola, se non interpretata bene. Buona anche la recitazione degli altri, specie dell’artista che impersona la vecchia madre e che, se non erro, è la Wagner. Buona la messa in scena e la fotografia. Non è però un film che piace al gran pubblico.
Carlo Sircana
Nella pagina dedicata al film nel sito Flicker Alley, una galleria fotografica, frammenti del film, articoli, e molto altro.
copertina del Blu-Ray DVD, dal sito The Masters of Cinema
I film di Epstein, più cari al mio ricordo sono Cœur fidèle e La Belle Nivernaise, il primo è un’opera di atmosfera realistica nel senso indicato da Canudo che cioè « il più umile dettaglio debba essere capace di rendere il suono del dramma sottinteso » nella maniera praticata da Delluc in Fièvre, e dove i bassifondi di Marsiglia occupano abbastanza il posto di quelli di Tolone. La storia racconta la rivalità di amore tra un onesto operaio e un cinico tipo della malavita locale, del quale il bravo ragazzo trionfa dopo numerose prove che dimostrano fin troppo il suo patetico attaccamento alla bella infedele. Lo scenario era stato scritto dalla sorella dell’autore, Marie-Antoniette Epstein ed interpretato da Gina Manès, Leon Mathot, Edmond Van Daële. Questa è la prima opera del cinema francese che manifesta una inspirazione decisamente populista, alla quale anche in una epoca molto posteriore dobbiamo un certo numero di produzioni tipiche; come La belle équipe di Duvivier, Hotel du Nord di Carné o i film parigini di Clair, nelle quali accanto alla verve un po’ secca di un minuto realismo si percepisce il fremito di una sensibilità particolarmente delicata e attenta ai moti del cuore degli umili protagonisti e dove l’elemento lirico domina sovente quello descrittivo.
Infatti il film presenta con grazia tenera e arguzia benevola il pittoresco mondo del popolo di barriera, con i suoi slanci spontanei, i curiosi pregiudizi, gli snobs insospettati: tutto un insieme che Epstein dipinge con cuore davvero fedele, un amore umile del dettaglio, un realismo svelto, una indulgenza piena di humour verso i suoi eroi, senza bisogno di ritoccarli troppo per farceli sentire viventi. Con al centro anche qui l’atmosfera fumosa del bistro (che è poi quella dei primi romanzi di Francis Carco), i suoi tipi equivoci, le belle sfrontate, il lustro dei bicchieri e dei plafonds: per cui, solo quando in un certo momento l’ironia appare più volontaria possiamo anche pensare che il film di Epstein contenga qualche anticipazione della scintillante féerie clairiana.
Per la vertiginosa mobilità delle riprese rimase a lungo famosa la scena della fiera, del quartiere periferico, che tiene più della festa di paese che del Luna Park cittadino e che poi è divenuta il modello di tante altre. Qui il regista inquadra la scena subiettivamente, cercando di registrarla secondo come la vede la ragazza. A un certo punto lo sguardo di lei si ferma su un organetto di barberia con tre automi, una donna e due uomini che battono il tempo su un piatto metallico. Molti riuscivano anche a trovare in questa sequenza grave e precisa un contenuto psicanalitico. Più sottile può apparire invece il riferimento ad un curioso passaggio di Benjamin Constant là ove egli dice che gli uomini non sono che ingranaggi destinati a girare fin quando la molla si consuma: il che non impedisce loro di credere, per il solo fatto che essi girano, ad uno scopo superiore che li guidi. Infine Epstein da a tutto l’insieme il gusto di una conversazione ellittica, — tra la ragazza e le cose che si muovono intorno a lei — urtata, piena di imagini nuove, di rapporti imprevisti, e di tratti folgoranti, dandoci l’impressione che un tobogan o un tiro a segno possano esser qualcosa di mai visto prima d’allora, in questo quadro pieno di grazia e di animazione, dove egli pone lo stesso accento di umana e vivace simpatia, sugli oggetti come sui sentimenti degli uomini.
Quanti ricordi in questo titolo! Un film che voglio vedere subito, che non ho più visto da tanti anni. E’ uscito da pochi giorni della collezione The Masters of Cinema (doppia versione Blu-Ray e DVD nello stesso cofanetto), e non vedo l’ora di vederlo arrivare a casa.
Il titolo italiano di Cœr fidèle, diretto da Jean Epstein nel 1923, è Cuor d’oro e muscoli d’acciaio, ed è il titolo di un volume di Vittorio Martinelli, pubblicato dalla Cineteca del Friuli nel 2000: Il Cinema Francese degli anni Venti e la critica italiana. Forse era un omaggio a lo storico che Martinelli considerava il suo maestro: Roberto Paolella, autore delle righe qui sopra, pubblicate nella rivista Cinema, 31 marzo 1953, in occasione della scomparsa di Jean Epstein.