Nouvelles mars 1926

Raquel Meller (Carmen) et Louis Lerch (Don José)
Raquel Meller (Carmen) et Louis Lerch (Don José)

La Reine du cinéma français. Le Comité des fêtes de la Ville de Paris a procédé à l’élection  de la reine de Paris pour 1926 et des reines des différentes corporations.
C’est Mlle Musidora qui fut désignée comme reine du cinéma français. Au premier tour de scrutin, les voix s’étaient également réparties entre Mlle Suzanne Bianchetti et Mlle Musidora; mais, dans un geste d’abnégation dont on ne saurait trop la féliciter, Mlle Suzanne Bianchetti déclara s’effacer devant sa gracieuse rivale.
Mlle Musidora fut donc proclamée reine du cinéma français, et Mlle Suzanne Bianchetti et Gina Relly demoiselles d’honneur.
Comme nous demandions ses impressions à la nouvelle souveraine, elle nous répondit:
— Mes impressions? Je suis bien contente, voilà tout!

L’œuvre de Zola Nana vient d’être portée à l’écran par M. Renoir auquel nous devions déjà La Fille de l’eau.
M. Renoir a découpé et mis en scène, avec la collaboration de M. Pierre Lestringuez pour le scénario et de M. Claude Autant-Lara pour les décors et les costumes.

Un cabaret espagnol. Carmen (Raquel Meller) aguiche  Don José d’un sourire enchanteur et lui dit des mots d’amour dans ce délicieux langage franco-espagnol qui est le sien hors de la scène; Don José (Louis Lerch) lui répond en autrichien des choses ancore plus tendres. La conversation ne manque pas de pittoresque, mais personne n’a l’air de s’en apercevoir: M. Feyder et tous ses collaborateurs y sont habitués. Autour des deux personnages principaux s’agitent de vagues humanités certainement espagnoles, d’intention sinon de fait: nous sommes au cabaret de Lilas Pastia (M. Barrois), et le décor du fameux rendez-vous des contrebandiers est tout à fait couleur locale.

A Joinville, à mon grand émoi, je tombe sur une maison de bois en flammes, à une fenêtre de laquelle se débat  l’infortunée Alice Tissot, en pyjama rose; elle crie, hurle en appelant du secours. Au lieu de se précipiter, M. Henri Desfontaines la prie froidement de recommencer, tandis que les opérateurs tournent impassiblement, et que Gabriel Gabrio, les mains dans ses poches, regarde sa malheureuse camarade entourée de flammes sans faire un mouvement pour la tirer de là. Il s’agit, rassurons-nous, d’une scène du Capitaine Rascasse.

Geneviève Cargèse boude près d’une charmante petite table, tandis que Georges Melchior, le Marchand de Bonheur, se met du rouge aux lèvres devant une glace: il est pourtant la cause involontaire de cet accès de mauvaise humeur qui aura pour lui de tristes conséquences dans una scène  suivante. M. Guarino met en scène, ce qui consiste, comme on ne le sait peut-être pas assez, è demander une cinquantaine de fois de suite: « Vous y êtes? On tourne? », question invariablement suivie d’une protestation de l’opérateur qui n’est pas prêt, ou d’un électricien dont une lampe saute, ou de l’artiste qui ne “sent” pas sa scène; si bien que  lorsqu’on tourne enfin réellement, il n’y a plus de charbon dans les lampes, et l’artiste exaspéré par vingt répétitions successives finit par faire n’importe quoi, pour être délivré du cauchemar des projecteurs dans les jeux.

 

Colloquio con Alberto Pasquali

Alberto Pasquali
Alberto Pasquali

Firenze, novembre 1926

Il valoroso e simpatico interprete di tanti films fortunatissimi è qui a Firenze. E lavora alla I. C. S. A., dove il conte Giulio Antamoro sta alacremente realizzando Frate Francesco.

Alberto Pasquali, come si sa, è protagonista degnissimo di questo nuovo soggetto, e certo nessun altro nostro attore avrebbe potuto assolvere il difficile compito di questa interpretazione con quel vibrante e magnifico slancio di umiltà e di verità col quale lo assolse l’amico Pasquali.

Al nome del Pasquali la Cinematografia nazionale ha indissolubilmente unito opere di popolarità vasta e di indiscutibile successo. Ed egli ha sempre risposto alla fiducia dei nostri migliori direttori di scena con ammirevole disciplina e da quell’intelligente artista che tutti conosciamo ed ammiriamo.

Ho avuto occasione di parlare, qualche sera fa, con lui, in uno dei locali fiorentini che tiene le sue porte aperte e le sue luci accese fino a notte inoltrata. Pasquali aveva posato tutto il giorno ed era venuto, così com’è solito, in questo ritrovo per conchiudere in serenità oziosa la sua laboriosissima giornata. Il momento e l’ora (poca gente intorno e un tepore non disprezzabile in queste incipienti brume notturne) mi parvero quanto mai opportuni per interrogare il Pasquali sulla sua passata attività di artista. Così fu che egli, da cortese amico com’è, si mise senz’altro a mia disposizione.

— Prima di tutto — disse — tengo a far sapere che sono « figlio d’arte » e che sono nato a Torino. A vent’anni ero già sui palcoscenici e ho recitato nelle migliori Compagnie drammatiche. Sono stato con Garavaglia, De Santis, Talli, Tina Di Lorenzo, Emma Gramatica e Paladini. Mi trovavo, appunto, con la Di Lorenzo quando Re Riccardi mi propose di posare per il cinematografo. Eravamo nel 1914. La Cines doveva inscenare Christus, quel famosissimo film che ha trionfalmente corso l’Europa e il mondo. Attratto dalla novità, accettai. E fui l’interprete principale del lavoro, diretto dal conte Antamoro. Una parentesi cinematografica: e poi, di nuovo, con la Di Lorenzo. Si giunse fino al 1917. Fui chiamo alle armi. Ritornato dal servizio militare abbandonai definitivamente il teatro, e prima alla Medusa del Senatore Di Bugnano, e poi alla Tiber dell’avv. Mecheri, ripresi l’interrotta carriera cinematografica. Alla Medusa, sotto la direzione di Carmine Gallone e a fianco di Diana Karenne, interpretai Redenzione, e alla Tiber — direttore Gennaro Righelli, e con la Karenne — Peccatrice casta e Sleyma.

— Quando andaste a Torino?

— Subito dopo. Ai primi del 1919. Augusto Genina  mi scritturò per un film, I due crocefissi, di De Stefani, di cui era protagonista Italia Almirante Manzini, che si ebbe, come saprete, un grande successo di critica: appunto per l’originalità e la nobiltà del contenuto drammatico e per la realizzazione cinematografica di Genina che, colgo l’occasione per dirlo, io considero un direttore di superiore talento. Questo film fu eseguito alla Photodrama, donde uscii per andare all’Itala col compianto Giorgio Lacroix a recitare in Appassionatamente. Prima attrice fu Suzie Prim. Poi Genina mi rivolle con sé alla Photodrama e con lui feci due altri films: La donna e il cadavere e La ruota del vizio.

— Tempi di lavorazione intensa, quelli.

— E di buona produzione. Ma io ho fede che potremo riconquistare il tempo e la fortuna perduti. Ne convenite?

— Non combatterei anch’io, caro Pasquali, la mia parte di battaglia, se non fossi convinto che la Cinematografia è degna di rinascere e rinascerà. Solamente bisognerà dimenticare tutti i sistemi deleteri ed errati del passato. Bisogna evitare che nella nostra industria riprendano il sopravvento il divismo e gli incompetenti. Ma ditemi, piuttosto, ancora della vostra attività.

— Dopo aver lavorato con Genina, passai alla Fert di Enrico Fiori. Qui, sotto la direzione di Pier Angelo Mazzolotti, interpretai Il fango e le stelle, insieme con Italia Almirante Manzini e Franz Sala. Poi andai all’Ambrosio, dove Gabriellino D’Annunzio mi affidò una parte importante in Le smorfie di Pulcinella, e il povero Ermanno Geymonat un’altra parte del suo film Amore in fuga. Nella casa Ambrosio rimasi circa un anno finché, dopo una breve permanenza alla Rodolfi per interpretare Le campane di San Lucio, di Forzano, con Mercedes Brignone (questo soggetto ottenne un successo notevolissimo) fui assunto dall’Alba Film di recente costituita, e recitai, con l’indimenticabile Amleto Novelli, I due Foscari. Da allora, più nulla.  Sopravvenne la crisi. Anch’io, come tanti altri, rimasi inoperoso. Oggi sono qui alla I. C. S. A. per il Frate Francesco.

— E poi?

— Caro Lega, gli antichi dicevano che il destino è sulle ginocchia di Giove. Il nostro destino non è precisamente sulle ginocchia di Giove, ma piuttosto dipende dai nostri industriali. E staremo a vedere. Per intanto, lavoro. Questo è tutto quello che posso dirvi.

Con queste parole si è conchiuso il mio colloquio con Alberto Pasquali.

Ed io, ora, ripenso a quest’attore che meriterebbe un più largo successo ed una più grande fortuna. Se fosse stato in America, oggi, molto probabilmente potrebbe fare a meno del cinematografo. Ma in America Pasquali non è mai andato e non andrà. Vuole continuare a lavorare in Italia, da buon italiano come egli è.

Su lui debbono fermarsi gli occhi dei nostri produttori: per quelle ore di rinascita che auspichiamo vicine.

Questo è il nostro augurio e questa è la nostra fede.

Giuseppe Lega

Souvenirs sur Rudolph Valentino

Rudolph Valentino
Magie du muet: C’était cependant un beau garçon, mais il lui fallait, pour le faire valoir, l’éclat de la lampe merveilleuse…

Paris, Septembre 1926

Quel est l’agent de publicité américain qui poursuit Rudolph Valentino jusqu’au delà du tombeau? On ne nous pas épargné les détails macabres à propos de ses obsèques, et tous les codicilles de son testament ont été livrés au public. Que va-t-on nous raconter maintenant? Tous ces détails, ridicules ou odieux , ne vont guère avec l’artiste, qui, dans la vie, était la simplicité même. Naturellement, il tenait compte des mœurs américaines, et il savait que la renommée s’entretient à coup de tam-tams; mais, dans le privé, il était un garçon plein de mesure. Je l’ai bien connu. Il ne passait pas par Paris sans qu’il me donnât l’occasion de le rencontrer, et il m’apparut, chaque fois, plus passionné pour son art, plus désireux d’en pénétrer les secrets, et cela en dehors de toute réclame.

Il était moins séduisant à la ville qu’à l’écran, qui l’embellissait beaucoup. J’en eus la preuve lors de notre premier entretien, qui eut lieu dans le hall d’un hôtel des Champs-Elysées. Valentino avait été  séduit par un roman que nous avions écrit sur l’émigration russe, et il désirait jouer le rôle du grand-duc Niky, supreme espoir des réfugiés tsaristes. Nous parlions de ce projet, au milieu de gens qui traversaient la salle; aucun ne se retournait sur lui. C’était cependant un beau garçon, mâle et souple; mais il lui fallait, pour le faire valoir, l’éclat de la lampe merveilleuse; alors, il devenait irrésistible.

Il était un très curieux produit de l’émigration. Il aimait les États-Unis pour la facilité de travail qu’on y trouvait, pour la réussite qu’il avait obtenue, pour les succès et les dollars qu’il y gagnait, mais il était resté foncièrement latin, c’est-à-dire fin psychologue, mesuré, épris de belles lignes. Il goûtait l’harmonie d’un raisonnement juste comme celui d’un corps impeccable. Il avait le sens et le culte de la beauté. Il l’a prouvé dans la réalisation de Monsieur Beaucaire, dont le scénario est dû au plus subtil des amateurs de Paris et de l’esprit français, à l’Américain Forrest Halsey.

Ce Don Juan, recherché, pourchassé par les femmes les plus séduisantes dans les deux mondes et dans tous les mondes; ce séducteur international qui courut après le bonheur, s’arrachait à toutes les passions pour reprendre sa place, presque chaque année, à l’humble foyer familial.

Il aimait ses amis et je me souviens, au cours d’un déjeuner, avec quelle délicatesse anxieuse il s’enquit de la mort de Max Linder. Le drame qui planait sur le décès de l’artiste français lui causait une véritable stupeur. Il voulut en connaître toutes les étapes, comme si la mort, par son éternel mystère, l’eût attiré. Il parla de la disparition de Wallace Reid et cita d’autres artistes enlevés jeunes, en plein talent. Et je n’oublierai jamais cette insistance, ce désir de d’entretenir entre amis de sujets aussi désespérés, aussi pesants de méditation. Quand il se tut, il se fit un lourd silence autour de lui, et il nous fixait tous avec des regards lucides et tranquilles. Avait-il alors quelque secret pressentiment? Voyait-il au-dessus de sa tête se projeter l’ombre d’une grande aile noire? Qui sait? Qui sait?

Jean Vignaud