La parola è d’argento ma il silenzio è d’oro

Il teatro di posa
Interno del teatro di posa della società Ambrosio

Torino, gennaio 1915. Il proverbio calza a meraviglia! domandatelo ai proprietari delle case cinematografiche. Forse in nessun caso fu così bene appropriato come ora. È infatti notorio che, dopo il carbone, la pellicola è il prodotto che raggiunge la maggior cifra sui mercati del mondo. Se dunque il teatro — diremo così — della parola, è d’argento, il teatro del silenzio — come vorresti chiamare altrimenti al cinematografo? — è indubbiamente d’oro.

L’argomento è dunque ancora di palpitante attualità, anche se la crisi finanziaria che si è abbattuta su tutto il resto, non ha, in parte, risparmiato anche quello: anche se di esso si sono occupati un po’ tutti, dalle riviste ai quotidiani, dai romanzieri agli autori drammatici.

Il cinematografo, nato verso il 1893, ha seguito la necessità dei tempi, si è perfezionato, si è evoluto ed ora, sul punto di diventare maggiorenne, ha messo su delle arie, è divenuto — e non a torto — orgoglioso, e ha cominciato a farsi prendere sul serio anche da coloro che non vedevano in esso che un giocattolo od un trastullo.

Non ci occuperemo in questo breve articolo di considerare i passati vantaggi e le future utilità che questa grande invenzione ha portato e porterà all’industria, alla pedagogia e al giornalismo, di cui può diventare certamente un valido e mirabile ausilio. Ci limiteremo soltanto ad una passeggiata d’osservazione attraverso l’ambiente artistico. Seguiteci!

Questo grande capannone di vetro è il teatro di posa. Ogni angolo è ingombro di mobili, di scene, di apparecchi fini o meno strani; sembra un caos dove nessuno debba raccapezzarsi e invece tutto procede con una regolarità matematica. Vedete: sono tre, quattro, cinque gruppi di artisti intenti ad eseguire tre, quattro, cinque scene diverse di chissà mai quali films. Ognuno di quei gruppi è diretto da un maestro di scena e tutti i gesti di costoro sono destinati a restare impressi in quegli apparecchi di cui gli operatori girano sistematicamente la manovella.

Siamo nel mondo del silenzio!… Che baccano nel mondo del silenzio! Tutti coloro che eseguiscono la loro parte, parlano e piangono o ridono, il direttore urla, l’operatore chiama ad alta voce coloro che dimenticano di rimanere in campo (cioè sul raggio d’azione abbracciato dall’obbiettivo) e ne risulta un pandemonio infernale a descrivere il quale sembra che Dante abbia pensato in precedenza,

diverse lingue, orribili favelle
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche

e lasciamo andare per rispetto il suon di man con elle.

La folla dell’ambiente è cosmopolita. Il primo attore è italiano, la prima donna è francese, il tiranno (un tiranno c’è sempre) è spagnolo, il basso passionale — trattandosi di una casa piemontese — è reclutato in piemonte.

Ognuno naturalmente parla la sua lingua e il maestro di scena si ingegna a parlare un po’ di tutte.

LUI. — T’amo, t’amo e (naturalmente) disperato è l’amor mio.
LEI. — J’avais toujours rêvé d’être aimée d’une façon si ….
(abbracciamento)
IL TIRANNO. — (naturalmente marito, sorprendendosi) Es horroroso! Estoy indignado! (vuole uccidere entrambi, ma un servo entra) Caramba!
IL SERVO. — A jé da d’la ‘na sgnura ca veul antré…
La scena si interrompe mentre il maestro soddisfatto esclama:
— Molto bene! Très bien! Bueno! Lè nain vera operatur?…

Le scene cinematografiche sono brevi e concise, si interrompono sul più bello e si eseguiscono senza ordine cronologico, alla rinfusa a secondo degli ambienti su cui si svolgono. C’è poi chi pensa a riordinarla e, quando si vedono sullo schermo rappresentano un perfetto collegamento, e una continuità talvolta anche logica.

Come sapete, tutti gli ambienti teatrali forniscono elementi adatti alla cinematografia: operette e scene di prosa, caffè concerto e lirico, ballo e circo equestre, ma quello che meraviglia è che non di rado avviene che il mondo comune ne fornisca a sua volta, una bella barba di pacifico commerciante, una lucida calvizia di vecchio usciere, la mescolatura di un robusto facchino, lo stracciume caratteristico di un mendicante mutilato o il muso sudicio di un monello della strada, possono far all’industriale che per inscenare la sua film ha bisogno di un tipo consimile e… allora cerca prenderlo dal vero: invita, paga, ammaestra e improvvisa il suo bravo artista cinematografico.

Quando si tratta di eseguire scene di vera importanza, allora gli accorti industriali si rivolgono alle personalità più in vista del teatro, e specialmente di quello di prosa. A questa ammirevole iniziativa noi dobbiamo le film di Zacconi, di Novelli, di Ruggeri, dei coniugi Carini e di Grasso e quelle della Pezzana, della Borelli, della Brignone, della Melato, ecc.

Qualche grande rinuncia — per gli attori drammatici lasciare il teatro per il cinematografo è sempre un sacrificio — ha creato improvvise celebrità dello scherno e stipendi talvolta iperbolici. Il Capozzi, il Rodolfi, il De Riso, la Almirante (la Sofonisba di Cabiria), la Brignone, il Pavanelli per tacere di altri minori.

Ma la nuova artista ha saputo porre in evidenza ottime qualità rappresentative anche in elementi estranei al teatro quali il Bonnard, il Maggi, la Carini, la Quaranta, la Tarlarini e la Bertini, ecc.

La breve corsa è finita. Ci ripromettiamo in qualche prossimo articolo di illustrare la parte industriale e tecnica.

Per oggi ci limitiamo a proiettare la frase d’obbligo: quella di prammatica in ogni cinematografo che si rispetta:

— Buona sera e grazie.

Amerigo Manzini

La via del male

Fantomas V Serie: Il falso magistrato (1914)
Fantomas V Serie: Il falso magistrato (1914)

Un’ottima disposizione della censura.

Torino, dicembre 1914. L’Ufficio Centrale di Revisione Cinematografica del Ministero dell’Interno, rende noto a tutte le Case fabbricanti di films di astenersi dal presentare alla Censura, per il visto di approvazione, tutti quei lavori sullo stile di Fantomas, Rocambole, Zigomar e simili, perché verranno d’ora innanzi senz’altro vietati.

E noi plaudiamo sinceramente a questa giusta decisione, perché ormai tutte le Case, seguendo una deplorevole pista, si erano date al genere avventuroso e poliziesco, screditando la nostra produzione sia in Italia che all’estero.
(La Vita Cinematografica)

La censura cinematografica in un articolo della Gazzetta del Popolo

Torino, 31 gennaio 1915. D. C. Eula, in un suo lungo articolo, comparso nella Gazzetta del Popolo del 14 Gennaio, prospetta al pubblico la questione di ciò ch’egli chiama tardivo, ma saggio provvedimento: la draconiana proibizione, cioè, d’ogni lavoro sullo stile di Fantomas, Rocambole, Zigomar e simili. Pur consentendo in massima a talune buone ragioni e lodevoli apprezzamenti dell’articolista, siamo costretti ad alcune obiezioni di carattere sostanziale: obiezioni che ci sono dettate dalla lunga pratica dell’industria e del mondo cinematografico.

Il ritenere dannose per la gioventù le cinematografie, fatte a base di coltello o di adulterio, è quanto altra volta noi stessi abbiamo sempre convenuto, tanto più se tale genere di spettacoli non sia informato a nessuna ragione artistica e non esca perciò dall’ambito del volgare romanzo di appendice. Ma il signor Eula non ha certo notato, nella sua lunga disquisizione — ci permetta di dirlo — un poco preconcetta, che il provvedimento della censura non si arresta alle eccezioni, ma abbraccia tutto quel genere di spettacoli che non sono punto delle riproduzioni volgari del delitto o del male se pure il delitto o il male c’entrino come supplementi, e assume così l’aspetto di una rigorosa limitazione alla fantasia degli autori, tale da rendere non lievemente arduo il loro compito e quello dei direttori stessi.

E, poiché egli considera la questione anche dal punto di vista antropologico-criminale, ci permettiamo di far osservare al Sig. D. C. Eula che talvolta indicare anche al fanciullo la via del male può essere elemento necessario se non indispensabile per insegnargli a sfuggirla. Tutto sta nel come il soggetto, che può — ne conveniamo — riuscire altrimenti dannoso, viene svolto dalla perspicacia dell’autore.

È ovvio che il portare sullo schermo, come del resto sulla scena, il tipo tradizionale del delinquente in opposizione al tradizionale tipo dell’eroe, se quest’ultimo, nello svolgimento della sua parte è messo in tal luce da renderlo caro e simpatico agli occhi del pubblico, l’antagonista sarà senza dubbio destinato al disprezzo del pubblico stesso. Chi non ricorda nel nostro buon vecchio teatro popolare l’indispensabile tipo del tiranno? E chi non ricorda l’ira dell’auditorio sempre rivolta contro di lui?

Le buone folle dei tempi passati non attendevano forse all’uscita del teatro l’attore che aveva rappresentato la parte truce del dramma per rivolgerli, dimenticando che la sua personalità antipatica di delinquente cessava nel momento in cui egli lasciava il palcoscenico, le espressioni più o meno tangibili del proprio disprezzo? Se quella folla appariva indignata a tal punto contro l’autore del delitto, come si può pensare seriamente che essa potesse trarre dall’audizione del dramma l’ammaestramento d’imitare il delitto stesso?

E crede il Sig. Eula che il pubblico del cinematografo sia molto diverso da quello dell’Arena?

O, poiché i prezzi dell’uno non sono dissimili da quelli dell’altra, non crede piuttosto che l’uno e l’altro si equivalgano almeno?

Ma non vogliamo aver l’aria di fare dell’inutile accademia e tanto meno della polemica: ritorniamo perciò al rigore dell’argomento.

La protesta dei cinematografisti italiani non è vero che sia basata soltanto sullo spirito speculativo dei medesimi, né sarà difficile all’ufficio di censura leggere tra le righe di essa qualche cosa che è sfuggito al nostro egregio collega. Questo qual cosa è appunto un certo malumore verso il Governo che colpisce continuamente la nostra industria stessa fosse un male anziché un bene.

Non dimentichi il Sig. Eula che la proibizione attuale viene a poca distanza dell’altro provvedimento, che non parve meno eccessivo, della tassa sui cinematografi. Tutto ciò che cosa prova? Che si vuole, anziché agevolare, nuocere alla cinematografia e non si comprende o non si vuol comprendere che tale industria, avendo posto in Italia profonde radici, non si può ostacolarla senza venir meno ad un interesse veramente e propriamente nazionale.

Riepilogando: Non abbiamo nulla in contrario a che anche il recente provvedimento in massima rimanga; quello che ci preme invece è che sia emanato in modo meno vasto, e cioè che pur rimanendo l’usbergo alla morale, così validamente patrocinata dal Sig. Eula, non tolga per questo quella libertà di pensiero, d’azione e di fantasia che sono patrimonio indispensabile della troppo affannata classe dei soggettisti.
(La Cinematografia Italiana ed Estera)

Così parlò Febo Mari

Febo mari (Foto Varischi e Artico, Milano 1914 c.)
Febo mari (Foto Varischi e Artico, Milano 1914 c.)

La macchina che, riproducendola, fissa la vita e ne tramanda, ripetendoli, gli attimi vissuti, è lo strumento di un’arte.

Hanno torto quei miei compagni di palcoscenico, i quali negano questa verità. Anche se non protetta da una decima musa, la cinematografia è un’arte che, non soltanto abbondanza di denaro, ma di gloria può dare; o, almeno, di nomèa.

Bisogna vivere davanti alla lente riproduttrice, come davanti alla platea.

Se l’interprete finge e non vive, i muscoli facciali daranno una smorfia, mai un’espressione di verità.

Da una manchevole interpretazione derivano: il cattivo affare dello speculatore costretto a cambiar lavoro, la delusione del pubblico che aspetta da grandi nomi grandi cose, la vergogna dell’attore che alla proiezione sullo schermo vede i difetti tutti della propria imperizia o del malvolere e il nessun pregio del proprio lavoro, pur lautamente remunerato.

Per ogni personaggio che s’interpreta occorre vibrazione di grigio e tocco di pollice; cervello e trucco.

È inverosimile che un Armando in panciolle desti tanta passione nella Margherita del Dumas, così com’è inverosimile che Odette — la bellissima eroina del Sardou — conservi, a quaranta, la bella faccia dei vent’anni, pur avendo vissuto altri venti anni una vita d’orgia, d’emozione e di morfina.

Il pubblico, che non è poi sempre tre volte buono, ascrive a sciocca vanità di donna, l’ostentazione d’una giovinezza ostinatamente conservata, a dispetto della logica e della coscienza artistica.

Se il pubblico del cinematografo, come il pubblico del teatro, applaudisse lavori ed interpreti, molti valori sarebbero svalutati; molti speculatori attingerebbero altrove che al bluff della réclame, norme meno incerte per i loro acquisti.

Bisogna bandire la crociata per il riconoscimento e l’elevazione dell’arte del nostro secolo. Quando saremo giunti alla mèta si presenterà anche per essa la decima musa protettrice. Ma sarà nuda, agiterà una fiaccola, ed avrà un nome : Verità.

Elevarsi vale: perdere zavorra. L’umiltà non eleva. Per tendere ad altezze eccelse bisogna dare al rogo la livrea e i ceppi della servitù.

Servire il pubblico è un errore che prima o poi conduce allo svilimento. Il servo si disprezza o si abbandona quando ha finito il suo compito.

La cascata del pagliaccio è già materia di robivecchi; è d’altro tempo.

I seguaci di Nick Carter hanno preso la via del ritorno oltre oceano. Rimpatriano.

Noi abbiamo un teatro lirico, un teatro drammatico; dobbiamo avere un teatro cinematografico italiano.

Le risorse interiori del nostro spirito d’artisti italiani, abbiano le loro espressioni esteriori in lavori che portino l’impronta della nostra arte.

Quando un lavoro è ben concepito e ben sceneggiato dall’autore, ben inteso e ben espresso dagli interpreti, ogni parola scritta è superflua.

Anche i muti si fanno intendere. Lo sguardo ed il gesto hanno parole che sanno commuovere al riso e al pianto.

Quando nella proiezione i titoli e i sottotitoli potranno essere aboliti, l’arte cinematografica sarà vicina alla mèta.

Non importa che un personaggio abbia nome. Il pubblico glie lo darà.

In cinematografia non deve avere importanza il pensiero, ma l’atto che il pensiero fa compiere. Così attraverso l’atto avremo la conoscenza del pensiero e la parola diventerà inutile.

Questo è possibile! Io non so d’essere riuscito completamente ad ottenerlo. Ma l’ho tentato ne L’emigrante, un mio lavoro interpretato da Zacconi. Il pubblico giudicherà il valore dell’interprete, il tentativo dell’autore. Ma in ogni modo dovrà apprezzare la ditta editrice che tutto ardisce per l’affermazione di questa arte nostra: Arte itala.

L’invidia è dei neghittosi e i degli impotenti.

Gli invidiosi avranno sempre i piedi a terra; non voleranno mai. La piccola parte deve approssimarsi alla perfezione, come la grande parte, perché, in un quadro, l’ombra è necessaria alla luce, quanto la luce a l’ombra. Dalla loro unione si ottiene il rilievo; dal loro allontanamento il quadro ha una tinta di monotonia. E la monotonia svaluta ogni valore.

Per dimostrare la sincerità della mia affermazione, dirò che la mia parola non precede, ma segue il mio esempio. Ho accettato ed ho interpretato una piccola parte di un grande lavoro di cui è protagonista la signora che mi fu compagna nella interpretazione de Il fuoco.

Ho dedicato questo atto agli attori generici ed alle comparse, perché vorrei che ognuno contribuisse, come può, all’elevazione di questa arte in cui ho fede. Le cose non prendono. Bisogna darsi alle cose perché esse sian nostre.

Ritornerò al teatro drammatico prestissimo, ma non abbandonerò mai più l’arte cinematografica. Ad essa dedicherò la metà di ogni mio anno di lavoro.

Perché ? Se le gazzette quotidiane hanno il compito d’interessarsi a ciò che interessa al pubblico, hanno il dovere di interessarsi al crescere di questa arte nuova.

Non lo fanno per ragioni di economia. La critica dovrebbe essere disinteressata e costituirebbe per l’amministrazione almeno una spesa di maggior personale. Il silenzio delle gazzette costringe invece i proprietari dei teatri cinematografici a valersi dei giornali, per la pubblicazione dei programmi, per il resoconto delle proiezioni, per gli avvisi réclame. Nel primo caso le gazzette avrebbero l’onere; nel secondo hanno invece il guadagno. Ecco le ragioni dell’ostinato silenzio della critica quotidiana, dissimulata con lo stolto pretesto che la cinematografia non è un’arte.

Ah, non hanno torto! Siamo nel secolo del metallo. Gli idealisti come me rischiano di farsi ridere dietro. Che importa ? Vedete, io ho credenza che la folla salirà sulla montagna prima che la montagna dirupi al livello del piano.

Febo Mari