Lyda Borelli 2 giugno 1959

articoli sulla scomparsa di Lyda Borelli
articoli della stampa italiana sulla scomparsa di Lyda Borelli, 3 giugno 1959

Roma, 2 giugno 1959. Lyda Borelli, nata a Rivarolo Ligure nel 1888, è morta stamane alle 8,30. Il decesso è avvenuto in un appartamento del Grand Hotel, ove la signora, gravemente ammalata, da un male che non concedeva speranze e che si è aggravato in questi ultimi mesi, è spirata serenamente, assistita dal consorte conte Vittorio Cini e dalle tre figlie, Jana principessa Alliata, Ilda marchesa Guglielmi e Mina sposata all’avv. Ferrero. Prima del trapasso, l’inferma ha ricevuto i conforti religiosi che le sono stati impartiti da don Mario Longo, vecchio amico della famiglia Cini.
La salma, vegliata dai familiari è stata composta tra i fiori in una camera ardente allestita al piano terreno nell’albergo. Nel pomeriggio di domani, in forma strettamente privata, verrà trasportata a Ferrara, ove posdomani avverranno i funerali.

Il conte Cini e le figlie non hanno voluto ricevere che pochi intimi, che si sono affrettati a porgere loro, fin da stamane, espressioni di cordoglio. All’ingresso dell’albergo sul registro ove sono raccolte le firme dei visitatori, fra i primi nomi figura quello di Francesca Bertini, oltre a quelli, numerosissimi, di personalità dell’aristocrazia romana.

La prima volta che mise piede in un palcoscenico fu in tempo di vacanza, quando era ancora in collegio. Doveva dire una battuta, una sola, intendiamoci, ma vestita da signora, una battuta nel Passaggio di Venere di Gerolamo Mariani. Dietro le quinte non faceva che ripeterla, quando venne il momento di entrare in scena. Un’artista, vista la sua titubanza, le tirò una spintettina. Non era più possibile tirarsi indietro. Fece due, tre passi avanti, poi, a un tratto… cadde tutta distesa nel mezzo del palcoscenico con le parole ancora in bocca e la lingua fra i denti! Era la prima volta che si metteva una sottana lunga!

Quando Chino Pasta, che aveva compagnia con Virginia Reiter, ebbe bisogno di una bambina per la parte di Totò nella Zazà di Berton, gli fu proposta Lyda Borelli, uscita allora di collegio. Il Pasta la scritturò senza vederla. Tutto andava a vele gonfie, quando il vento cambiò appena l’ebbe vista. «Di te, vedi, le disse, non si può far conto; sei troppo donna per fare la bambina e troppo bambina per far la donna…». E non potè farla recitare. Era infatti molto alta e asciutta come un asparagio.
(Giulio Bucciolini)

Attrice romantica, in pieno verismo e psicologismo, aggiungeva alle figure la luce della sua beltà, la seduzione della sua voce e la distinzione delle sue movenze, dei suoi improvvisi languori, delle sue subitanee riprese di dignità e di nobiltà e degli atteggiamenti quasi da mima.

Per trent’anni è rimasta fedele alla scena. Vi ha profuso i doni che la natura le aveva dato e l’intelligenza ch’ella coltivò a contatto con le opere degli scrittori e vi ha lasciato una traccia profonda come se vi avesse trascorso tutta la vita. Da D’Annunzio a Benelli, a Bataille, a Weber, a Wolf, a Wildenon v’è stato grado di dramma che ella non avesse affrontato.
(Eligio Possenti)

Con Lyda Borelli scompare l’attrice più affascinante e famosa che abbia avuto il cinema italiano quando aveva per mercato il mondo intero e i suoi studi maggiori sorgevano a Torino. Era l’epoca in cui imperavano il dannunzianesimo e il sembenellismo, e Lyda Borelli estrinsecava con suggestiva raffinatezza l’una e l’altra voga. Per le nuove generazioni, il suo è poco più di un nome appena, una immagine sbiadita, ma per chi in quell’inizio del secolo era già adulto, il ricordo di Lyda Borelli richiama alla mente tutt’un mondo scomparso.

Nell’autunno del 1916, l’attrice conobbe a Bologna un giovane ufficiale di cavalleria, Vittorio Cini, aitante e immensamente ricco, se ne innamorò, e la sua vita divenne tutt’altra. Dimenticò il teatro, il cinema, le passò l’amore per l’arte e il forte gusto del successo, e quando uno sera l’ufficiale ferrarese di cavalleria la chiese in moglie, Lyda Borelli cadde in ginocchio singhiozzando per il turbamento.

All’annuncio del prossimo matrimonio, enormi furono la sorpresa e l’irritazione in Italia e all’estero. Il mondo si domandò: che vestale dell’arte è mai costei se si permette di avere passioni private, fuori della scena, al pari di qualsiasi donna? L’industriale comasco Franco Villa una sera in segno di protesta si tirò un colpo di pistola al cervello. L’irritazione crebbe quando si apprese che l’interprete di La donna nuda e di Ma l’amor mio non muore aveva deciso di rinunciare per sempre al teatro e al cinema. E non fu tutto: Vittorio Cini, il marito, comprò e tolse dalla circolazione tutti i film interpretati dalla moglie.

Quando Lyda Borelli concluse nel 1917 la prima parte della sua esistenza, quella di attrice, aveva 29 anni. Da allora è vissuta nell’ombra del marito e nell’affetto dei figli. Per il rango occupato dal conte Vittorio Cini, uno dei più facoltosi industriali italiani e senatore del regno e ministro, colei che era stata Lyda Borelli avrebbe potuto brigare di vivissima luce in qualsiasi ambiente dell’aristocrazia e persino a corte. Preferì invece raccogliersi in un’esistenza tranquilla e ordinata. Ma non era nei disegni della sua sorte. Periodi drammatici e vere tragedie vennero spesso a scuoterla nei suoi rifugi dorati, nei suoi desideri diventati modesti.

Ne ricordiamo qualcuno. Quando il fascismo cadde, Vittorio Cini fu afferrato dai tedeschi e deportato in un campo di sterminio, a Dachau. Il figlio Giorgio, che aveva allora 25 anni ed era molto intelligente, tutto coraggio e forza fisica, decise di sottrarre il padre, che per giunta era malato, da quel luogo d’inferno. Andò dalla madre, che si trovava nascosta a Roma nella casa del senatore Gaggia, e si fece dare molti gioielli bellissimi; col denaro comperò altri gioielli. Quando ebbe una valigia colma di gioielli, cominciò ad attuare il suo piano, che tutti giudicavano assurdo, infantile. I tempi erano quelli che erano, e Giorgio Cini si aggirava per lo più vestito da frate; a Roma dormiva in un convento, nel Nord stava con i partigiani. Nella partita contro i tedeschi per strappar loro la vita del padre, Giorgio dimostrò la saggezza di un vecchio e la pazienza di un certosino; e non commise mai il più piccolo sbaglio nel valutare gli uomini con cui doveva misurarsi o di cui intendeva servirsi. Dal feroce Dollmann, il nazista di fronte al quale tutta Roma tremava, il giovane Cini riuscì a farsi dare un lasciapassare per Dachau. Dopo mille peripezie arrivò al campo tedesco, ebbe il permesso di parlare col padre e si rese conto che sarebbe stato impossibile farlo evadere e condurlo in Italia: fra l’altro, il senatore Cini in quel periodo non poteva muovere un braccio per anchilosi e camminava a stento.

Il ragazzo però non si arrese. Distribuendo manciate di gioielli agli “incorruttibili” ufficiali delle SS ottene infine che il padre fosse trasferito in un campo di prigionia in Italia. Qui, durante un trasferimento da un campo a un’ infermeria, Giorgio Cini giocò il colpo più grosso: distribuì tutti i gioielli che gli restavano alla pattuglia tedesca di scorta, e riparò in territorio svizzero con il padre, gli automezzi e i militari tedeschi.

Nel settembre di dieci anni fa, l’anziana, signora Lyda Borelli era ammalata, e stava tornando in treno a Venezia da Taormina. A Bologna le venne consegnato un telegramma in cui il marito la pregava di proseguire immediatamente, in macchina, per Venezia. Cosi fece, ma con l’animo turbato da un tragico presentimento. Tante volte aveva raccomandato a suo figlio di non volare, e Giorgio che aveva una specie di venerazione per la madre, l’aveva sempre pietosamente ingannata: diceva di partire col treno o con l’automobile, andava invece a dormire fuori di casa e poi, al mattino, correva all’aeroporto, saliva su un veloce apparecchio e si allontanava nel cielo. L’ultimo giorno di agosto di dieci anni fa Giorgio Cini salì sul suo aeroplanino nel campo di Cannes, volò via, ma una volta al largo ebbe un improvviso pentimento, volle ancora una volta vedere la sua fidanzata, l’ attrice Merle Oberon che stava ancora salutandolo con un fazzoletto. Tornò indietro con una picchiata. Quel che successe a bordo non s’è mai accertato bene, ma l’apparecchio precipitò, Giorgio Cini morì carbonizzato.
(Nicola Adelfi) 

Amava le belle commedie, i bei vestiti, i bei cappelli; amava l’ammirazione che le folle le tributavano; amava l’arte, perchè amava la vita: come dell’una ha perseguito gli allori dell’altra ha colto le consolazioni più intime di moglie e di madre. Ha patito anche un grande dolore. Né ha mai dimenticato il teatro, e neppure i compagni d’arte tanto che la Casa di Riposo di Bologna l’ebbe generosa oblatrice. Amava i fiori che negli anni lontani le riempivano il camerino ed ha continuato ad amarli anche dopo, nella sua casa veneziana sul Canal Grande e, in questi ultimi tempi, nel suo solatio giardino a Taormina dove si ritirava a chiedere tregua al suo male. Anche ora avrà un grande omaggio di fiori. Ma non ne potrà godere.
(Eligio Possenti)

Le citazioni sono dal Corriere della Sera, La Stampa, La Nazione Italiana. Grazie di nuovo a Luciano Michetti Ricci per il suo contributo.
Lyda Borelli è una delle più quotate (per vedere i suoi film) fra le attrici italiane del periodo muto, speriamo che questa sia l volta buona… siamo al 124° anniversario della sua nascita. 

Georges Méliès 150

La bottega di Georges Méliès alla Gare de Montparnasse
Georges Méliès nella sua bottega della Gare de Montparnasse

Affinché si comprenda bene a quali circostanze Georges Méliès dovette la speciale formazione che gli permise di crearsi un posto specialissimo nel cinematografo e di realizzare in quest’arte una carriera straordinaria ed unica, è necessario far conoscere alcuni particolari sugli anni della sua giovinezza, anni che hanno preceduto i suoi inizi nel campo della fotografia animata. In realtà, fin dall’infanzia, manifestò gusto innato per il disegno, la pittura, la caricatura, la scultura; ed una vocazione particolare per il teatro, la scenografia e tutti i loro congegni. Questi doni naturali, assieme alle diverse capacità ch’egli a poco a poco acquistò durante la sua adolescenza, gli permisero più tardi, allorché apparve la ammirevole macchina di Louis Lumière, di derivare da questo strumento le meraviglie che oggi conosciamo.

Georges Méliès nacque l’8 dicembre 1861. A sette anni, cominciò gli studi classici al liceo Michelet, situato a Vanves, nei dintorni di Parigi. Questo liceo portava, sotto il regno di Napoleone III, il nome di Liceo dell’Imperial Principe. Durante la guerra del 1870, poiché l’edificio era stato bombardato dai tedeschi, gli allievi furono inviati a Parigi, al Liceo Louis-le-Grand, dove Méliès portò a termine gli studi. Nel 1879 usciva dal collegio e nel 1880 andava a Blois per il servizio militare obbligatorio. Diamo questo dettaglio per rispondere a certi articoli in cui i « nuovi venuti del cinema » hanno accusato i pionieri della cinematografia di non essere che dei «primitivi» illetterati, incapaci di raggiungere uno stile artistico. Méliès, al contrariò, ebbe una formazione letteraria; e se in principio dovette fare, come tutti coloro che iniziarono la cinematografia (quelle scene cioè che sono state definite « scemenze ridicole », « farse inconcludenti », ecc.), ciò avvenne riferendosi unicamente alla prima clientela di speculatori del cinema, clientela eterogenea, che d’altra parte si indirizzava essa stessa a spettatori capaci di apprezzare soltanto le farse esagerate, gli inseguimenti pazzeschi e le cadute sbalorditive. Méliès, per il primo, tentò di reagire componendo scene più sostanziose e artistiche; ma si scontrò, in quell’epoca, con una generale incomprensione. Fortunatamente potè rifarsi più tardi, quando la costruzione di grandi sale gli permise di rivolgersi a un pubblico meno « primitivo », poiché, effettivamente, non era il gruppo dei primi cineasti, ma il pubblico delle fiere che poteva essere cosi qualificato.

In tutto il periodo della sua vita scolastica (rimase in collegio undici anni), pur mantenendosi su una buona media, Méliès fu tormentato dal dèmone del disegno, e benché avesse buoni punti dai suoi professori, subì numerose punizioni a causa di questa passione artistica, che era più forte di lui. Mentre pensava a un componimento o ai versi latini, la sua penna meccanicamente disegnava ritratti e caricature dei professori o dei compagni, oppure un palazzo di fantasia o un paesaggio originale in cui già si scorgevano i primi segni di uno stile scenografico. Nei suoi quaderni e nei suoi libri apparivano così numerose illustrazioni, e questo non andava a genio ai professori che gli vietarano spesso la libera uscita. Ed ecco come, senza supporlo, vengono contrariate le vocazioni! Tuttavia Méliès continuò a disegnare, e disegnerà fino all’ultimo giorno della sua vita. Spesso la sua vocazione per il teatro lo spinse – e non aveva che dieci anni – ad allestire spettacoli di burattini e scenografie di cartone. Qualche anno dopo costruiva teatrini di marionette per divertire le sue nipoti: in breve Méliès acquistò una grande abilità manuale che si perfezionava di giorno in giorno in piccoli lavori sempre più complicati. Tutto ciò doveva essergli molto utile più tardi. Era stato, in disegno, fra i primi della classe e aveva acquistato una notevole maestria nella pittura di quadri, che eseguiva durante le vacanze. Terminato il servizio militare, Méliès tornò a Parigi con l’intenzione di entrare alla scuola di Belle Arti. Suo padre, industriale, non intendeva lasciare che il figlio si iniziasse alla carriera artistica, e si oppose formalmente dichiarando che, con una tale professione, non si poteva se non morire di fame. A malincuore Méliès dovette occuparsi della ditta paterna. Durante i pochi anni in cui vi rimase, osservò soprattutto le macchine dell’officina e studiò il loro perfezionamento; fu là ch’egli acquistò quella conoscenza meccanica che doveva in seguito essergli fra le più necessarie e decidere senz’altro della sua carriera.

Méliès si sposò nel 1885. L’anno precedente l’aveva passato in Inghilterra, per imparare l’inglese. Durante il periodo ch’egli passò a Londra, non comprendendo ancora sufficientemente la lingua inglese per interessarsi al teatro, frequentò l’Egyptian Hall, diretto dall’illusionista Maskelyne, allora famoso in Inghilterra. L’assidua frequenza di questa sala dedicata alla prestidigitazione, ai lavori fantastici e alle grandi illusioni sceniche, lo resero in breve tempo appassionato dell’arte magica. Lavorò con impegno a questo specialissimo genere teatrale, che venne ad aumentare il suo bagaglio artistico; in due o tre anni potè acquistarne una grande esperienza.

Tornato a Parigi, Méliès fu tra i più fedeli spettatori del teatro dell’illusione creato dal grande Robert Houdin. Poi egli stesso si mise a dare alcune rappresentazioni, dapprima nei salotti, quindi al Museo Grévin e al teatro della Galleria Vivienne. In quel tempo furoreggiavano i monologhi di Galipaux e Coguelin Cadet (della Comédie Française); Méliès assimilò anche questo genere per variare il suo spettacolo; e fu cosi che si iniziò al mestiere dell’attore.

Ma non è tutto. In questo periodo egli diventò giornalista e disegnatore titolare, sotto lo pseudonimo di Geo Smile (in italiano Giorgio Sorriso), del giornale satirico « La Griffe », nemico accanito del famoso generale Boulanger, che fu quasi per rovesciare la Repubblica e stabilire in Francia la dittatura. Se Boulanger fosse riuscito, Méliès rischiava per lo meno l’esilio. Del brav general, come lo chiamava il cantore popolare Paulus, a lui devoto, Méliès fece un gran numero di feroci caricature che coprivano di ridicolo il candidato dittatore. Fu questa la sua sola incursione nel campo della politica, che del resto lo interessava assai meno delle invenzioni artistiche.

Nel 1888 il teatro Robert-Houdin era in vendita. Georges Méliès, che aveva già grandi disponibilità, lo acquistò, lo rimise a nuovo, lo trasformò e vi cominciò la sua carriera di costruttore di macchine e trucchi teatrali, di scenografo e di illusioni ta. Méliès conservò la direzione di questo teatro per 36 anni consecutivi. Fu demolito nel 1923 per il completamento del Boulevard Haussmann, dopo 74. anni di ininterrotte rappresentazioni. Méliès ne fu l’ultimo direttore, e quello che lo diresse più a lungo. La Camera Sindacale degli Artisti Illusionisti, che si era da poco formata, lo scelse come presidente. Questa carica fu da lui conservata ininterrottamente per quarantenni. Nel dicembre 1895 ebbe luogo la prima rappresentazione del cinematografo, e dal principio del 1896 Méliès aggiungeva alle sue occupazioni, già numerose,la nuova professione di cineasta. A partire da questo momento cominciò per lui una vita febbrile che non gli lasciava un momento di riposo e che doveva durare fino alla guerra del 1914. Da vari anni, e molto prima che si parlasse di vedute in movimento, le rappresentazioni del teatro Robert-Houdin terminavano regolarmente con la proiezione d’una serie di fotografie colorate su vetro, che in genere rappresentavano paesaggi esotici, e accompagnate da vedute comiche dipinte a mano, da cromatropi o rosoni multicolori girevoli d’un grazioso effetto decorativo. Queste proiezioni erano fatte a luce ossidrica, con l’aiuto di parecchie lanterne Molteni accoppiate in modo da permettere di dissolvere i quadri gli uni negli altri. Il sistema era analogo all’attuale dissolvenza cinematografica. Inoltre, diverse lastre trasparenti, spostabili mediante un congegno meccanico, permettevano vari effetti, quali la caduta della neve, i lampi, il sorgere del giorno e il calare della notte, passaggi di vetture sulla strada, di treni, di battelli sul nume, ecc. Tutto questo era ottenuto con l’aiuto di vetri che si spostavano orizzontalmente. Era insomma la vecchia lanterna magica perfezionata, quella che precedette il cinematografo: ma i personaggi dipinti erano immobili, contrariamente a quelli del cinema, e scorrevano semplicemente come le figure ritagliate delle ombre cinesi. Malgrado questa imperfezione, tali proiezioni piacevano al pubblico perché vi si vedevano luoghi e paesi sconosciuti, fotografati molto bene e resi più interessanti da splendidi colori.

Georges Méliès