Diana Karenne

Diana Karenne

Intelligente come tutte le russe e interessante come le figlie della steppa selvaggia, Diana Karenne, elegante, vera signora, emana uno charme sottile e misterioso. Bella di una bellezza altera, ha negli occhi i suo più grande fascino: ora sono freddi ed ironici, ora dolci e quasi vellutati. La bocca ha generalmente una piega sprezzante e beffarda ma anche quella sa addolcirsi e sorridere di un sorriso aperto, franco e profondamente attraente.

Diana Karenne sa essere mordace e ai suoi avversari non risparmia una punta di veleno: ma è buona e affettuosa con le persone che le sono care. Conosce a fondo ben sette lingue tra cui l’italiana e la francese alla perfezione.

Nata nell’Ukraina, ha di quel paese tutta la fierezza, tutto l’incanto unito ad un’anima ardente e appassionata. Natura complessa e multiforme, la Karenne è geniale nella sua vita privata non meno che in quella dell’arte: con quattro tratti di penna sa buttar giù una caricatura di una brutale sincerità; grande maestra dei colori riduce in un attimo una stanza banale, un cantuccio qualunque, in un luogo simpatico ed originale. Tutti conoscono la sua arte, ma pochi ricordano che è stata lei una delle primissime a cercare di nobilitare il cinematografo col rendere sullo schermo quelle sottili analisi psicologiche e quei giochi della passione umana, che per lungo tempo si credettero solo possibili sul teatro di prosa, staccandosi in dalla tecnica americana che il più delle volte ignora o riproduce goffamente la preziosità dello spirito accontentandosi del gesto superficiale e del movimento clownesco.

Sarebbe istruttivo poter seguire Diana Karenne in tutto il lavorio interno e in tutto lo studio accurato che ha speso per raggiungere lo scopo che si era prefissa, che poi realizza con mezzi tecnici suoi. La ricordo in Casentino al castello di Stia, sotto il sole implacabile d’agosto, esposta al riverbero degli specchi, lavorare con Amleto Novelli nel film Dante nella vita dei tempi suoi, ebbene allora soltanto ho capito veramente con quanto slancio, con quanto amore interpreta i suoi film. Non lascia correre una cosa sbagliata, non lascia sfuggire un dettaglio; se l’effetto non è buono ricomincia sei, sette volte pur che il quadro riesca perfetto. Una delle cose che mi colpì era che lei agiva senza parlare, mentre Novelli recitava se fosse a teatro, il che faceva un effetto assai strano. Avendole chiesto perché lei non parlasse ad alta voce, mi rispose che lo faceva apposta per meglio concentrare il pensiero che doveva essere manifestato dalla fisionomia soltanto. Le domandai una volta quali erano i pregi e i difetti della produzione cinematografica mondiale. Mi rispose:

« Gli americani hanno certamente la supremazia, con i loro denari possono fare cose grandiose per messa in scena e costumi, inoltre perché ognuno dei loro attori fa un genere differente dall’altro. Non si copiano: gli americani hanno una sola Mary Pickford come hanno un unico Charlie Chaplin. Il grosso difetto dei tedeschi è di essere terribilmente metodici, ma siccome hanno una grande forza di volontà e studiano le cose a fondo così riescono ad avere buoni risultati. Gli italiano sono troppo caldi e entusiasti e credono molto nel loro “ego”. Questo popolo che ha una storia piena dei più diversi avvenimenti, che ha le città antiche con ricordi dei tempi lontani, è forse il più adatto per fare quelle magnifiche ricostruzioni storiche che hanno successo anche all’estero. La produzione francese è certamente la più fine e, se vogliamo, la più elegante che esista: piena di brio, di vivacità, di delicate sfumature. Basta aver visto Atlantide e Yocelyn con degli attori come Jean Angelo e Armand Tallier per capire che cosa può essere un film francese ».

Avendole anche chiesto quali sono i suoi metteurs en scène preferiti e quali gli attori che maggiormente ammira mi rispondeva così:

« Lillian Gish è la più fine e la più squisita delle attrici e Rodolfo Valentino ha il gran pregio di non posare pur sapendo di essere uno degli uomini più belli dello schermo, non ché il beniamino di tutte le ragazze. È spontaneo, sincero e lavora con talento. Douglas Fairbanks è un simpatico attore. Raquel Meller dà al pubblico ottimi lavori come Violette Imperiali  e Gli Oppressi. Abel Gance e Griffith sono certamente i migliori metteurs-an-scène. Griffith è superiore a tutti, e il mio più grande desiderio è di lavorare con lui ».

Gabriella Amati

(Immagine e testo archivio in penombra)

L’arte di Charlot

Charles Chaplin Jean-Louis Barrault

di Jean-Louis Barrault

Charlot non fa un gesto che non sia un simbolo; un esempio fra mille: in un film, non mi rammento quale, Charlot finisce di confessarsi: esce purificato, con le mani giunte, gli occhi al cielo… viene avanti…, inciampa e cade! Ritorno alle leggi di gravità, conflitto fra la materia e lo spirito.

Un metafisico potrebbe dissertare a lungo sull’argomento; Charlot lo affronta e lo risolve nel modo più semplice e familiare del mondo.

Il gesto che fa esplodere il simbolo provoca il riso. Senza il valore simbolico del gesto, Charlot non sarebbe che un pagliaccio: invece è un genio.

Ma osservate come tutte le sue figurazioni rimangono vicine alla vita quotidiana: Charlot aspetta il tram nell’ora di punta del traffico. Tutte le persone si precipitano; lui resta solo sul marciapiede. Secondo tram: passa un vettura e gli impedisce di salire. Terzo tram: Charlot prende lo slancio; salta al di sopra delle teste, calpesta i crani, penetra nel primo carrozzone.  La folla lo segue. La macchina da presa indietreggia: si vede allora Charlot sospinto dall’ondata di passeggeri. Arriva all’altro capo del carrozzone, e si trova proiettato sul marciapiede. Morale: i primi saranno gli ultimi. Sembra una favola di La Fontaine; e come è semplice! Charlot non si stacca di un centimetro dal più umile territorio e serba sempre la sua profondità.

Ma quel che mi interessa di più non è tanto il creatore, il poeta moralista, quanto l’attore. Charlot ha trovato ciò che noi cercavamo invano: ha trovato il suo personaggio. Questa difficile ricerca è il dramma proprio dell’attore. Ai suoi esordi, egli cerca la propria personalità; né è preoccupato di continuo. « Questa parte non la sento. È contraria alla mia personalità ». Poi quando crede di esser riuscito a stabilirla, cerca il modo di servirsene, vale a dire le parti che corrispondono alla sua natura. Quello che gli ci vuole è un personaggio. Come Molière ha creato il Misantropo, l’Avaro, personaggi che possono adattarsi a un gran numero di situazioni, così Charlot ha creato un personaggio che può adattarsi a parti multiple pur restando sé stesso, un personaggio astratto e vivo nel medesimo tempo. Per noi attori questo è il colmo della riuscita.

La facoltà di adattamento di questo personaggio è inaudita e dipende dal fatto che la mimica di Charlot è basata su una tecnica straordinaria. La mimica di Charlot va dall’immobilità alla danza. Nel Dittatore, Charlot guarda bruciare la sua casa; è visto di schiena: non si muove affatto; e in quella schiena vi sono tutti gli elementi tragici di una lunga tirata. Chaplin raggiunge l’apice della mimica che è l’immobilità.

Ma sa raggiunge anche la voluttà corporea, così che il suo gioco partito da un certo realismo sbocca nella danza pura. Ricordate un’altra scena del Dittatore, quando Charlot riceve un colpo di padella sulla testa; egli compie lungo l’orlo del marciapiede una danza che sfido qualunque ballerino a eseguire.

Infine, senza volervi far penetrare nell’officina della mimica, vorrei farvi notare che tutti gli atteggiamenti di Charlot sono sintetizzati nel suo torso, che tutti i movimenti sono irradiati da questo centro verso tutte le altri parti del corpo contemporaneamente. Se Charlot fa l’ubriaco, non rappresenta un uomo con le gambe vacillanti, lui è ubriaco dalla testa ai piedi, è come un astro che gira.

E non strafà mai! In lui, il senso della brevità non viene mai a meno. Dove chiunque altro gesticola due minuti, Charlot si esprime in quindici secondi.

Per noi attori, egli è un esempio di economia. Ci invita di continuo a rimanere fedeli all’essenza medesima dell’arte drammatica che è interpretazione, e ricreazione della vita attraverso il suo principale strumento: l’essere umano.

Ma la sua vera grandezza appare con evidenza a tutti: il più piccolo dei suoi gesti rivela interamente un cuore e un pensiero infinitamente fraterni.

(da una conversazione improvvisata di Jean-Louis Barrault al suo pubblico – archivio in penombra)

Le public de Mary Pickford

Les Vedettes de Cinéma: Mary Pickford

Paris, Décembre 1926

Ce ne sont pas les jeunes gens, comme on pourrait le croire, qui forment le public fidèle de la “fiancée du monde”.

Les jeunes gens n’ont pas encore assez de moustache pour être sentimentaux et s’attendrir aux malheurs de Mary.

Mary est l’héroïne des petites filles, des petits garçons et des messieurs qui aiment les histoires anglaises.

Quand vous entrez dans une salle où l’on donne un film de Mme Douglas Fairbanks, c’est un peu comme si vous pénétriez dans une bibliothèque où il n’y aurait que des livres de la Bibliothèque rose et des lecteurs passionnés à cette lecture.

Mary Pickford c’est l’expression moderne des sentiments de Mme de Ségur. Elle fait rire avec des gamineries. Elle fait pleurer avec des enfantillages. Et la fiancée du Petit Monde mêle si bien bonheurs et malheurs que ses fervents de la quinzième année croient que la vie, ainsi présentée, est très supportable.

Le public de Mary Pickford a une âme de Noël. Il met, si l’on peut dire, chaque soir qu’il va voir son héroïne, ses sabots dans la cheminée. La nuit de la salle est toute étoilée de ses espoirs. Et le film qui se déroule lui apporte les plus charmants cadeaux: des sourires, des larmes, de belles aventures et l’apothéose finale, qui met une clarté joyeuse dans les yeux de Mary et dans les cent yeux qui la regardent…

Et les messieurs qui aiment les histoires anglaises? direz-vous. Que deviennent-ils dans cette salle? ils se délectent à tant de puérilités. Ils retrouvent leur dixième année. Ils s’attendrissent à de vieux souvenirs. Et ils songent que les amoureux qui finissent par épouser Mary, ont leur âge et qu’ils ont bien de la chance de rencontrer une aussi douce petite fille…

Ce n’est pas eux qui font du bruit. Ce n’est pas eux qui applaudissent. Ils rêvent…

Mais pourquoi les jeunes gens qui aiment Douglas ne viennent-ils pas voir Mary? Douglas, l’aventureux, est, pourtant, le mari de cette tendre fille éternelle…

Oui… mais c’est au cinéma. Et le monde du cinéma est le reflet de l’écran, sans doute.

René Bizet
(Ciné-Miroir, 15 Décembre 1926)