Si gira a Pisa e dintorni La Gorgona di Sem Benelli

La Gorgona (Ambrosio 1914)

La Gorgona (Ambrosio 1914)

Settembre 1914. Pisa è destata dal suo sonno quasi millenario per cimentare i suoi figli in quelle imprese che la resero un tempo potente e gloriosa. E l’esercito fiorentino mandato da Marcello Fiquinaldo, è presso lungo l’Arno e si è accampato presso Castagnolo, in Coltano, per proteggere e difendere la città mentre il popolo pisano sarà lungi, sulle agili galee, onde conquistare le isole Baleari e liberare il mare latino dalle scorrerie dei pirati.

In pieno secolo ventesimo, mentre milioni di uomini in un formidabile e terribile cozzo si distruggono a vicenda, arrossando di sangue il corso dei fiumi, facendo dalle più insigni opere d’arte dei cumuli fumanti di macerie, coprendo il suolo di una immane distesa di cadaveri, noi riviviamo un attimo di storia di altri tempi, quando la civiltà, l’umanità, il progresso non avevano raggiunto quella raffinata crudeltà che oggi ci fa tremare di sgomento e di terrore. Dobbiamo essere grati di questo spettacolo, nuovo e infinitamente interessante, alla Casa Ambrosio di Torino, che nella riduzione del poema eroico di Sem Benelli, La Gorgona, per il teatro cinematografico, ha prescelto Pisa ed i suoi dintorni come campo aperto per la ricostruzione fedele degli episodi più belli del forte lavoro del poeta toscano.

Mille persone, fra marinai, cavalieri, frombolieri, vessilliferi, nobili pisani, scopini, donne e vecchi del popolo lavorano da alcuni giorni sotto la direzione del signor Mario Caserini, a dare vita a questa grandiosa cinematografia che è destinata, per la sua ricchezza a prendere il primo posto fra le grandi pellicole storiche che sono state in questi ultimi anni lanciate sul mercato cinematografico.

A Castagnolo, per due giorni di seguito, sono state fatte numerose scene di una intensa drammaticità, alle quali hanno preso parte i principali artisti che sono stati espressamente scritturati per questa cinematografia: la signora Maddalena Celiat, una attrice francese bruna, bella, intelligente che sostituisce degnamente Tina di Lorenzo; Cesare Zocchi; il Ninchi, interprete dei più valorosi lavori del Benelli; il Fossadio ed altri. A Castagnolo era stato ricostruito il campo dei fiorentini fra gl’intercolunni alti dei pini: cosicché le scene, nello sfondo meraviglioso della natura, appariranno sulla cinematografia, meravigliose.

L’altro ieri, sulle mura pisane e nell’interno del Cimitero Monumentale, altre scene furono eseguite dagli artisti. E finalmente, ieri mattina, dinanzi ad una folla enorme, che le guardie ed i carabinieri non trattenevano, fu fatta la scena della benedizione dell’arcivescovo di Pisa alle truppe partenti. Dalle tre porte centrali della Cattedrale, in solenne corteo, mentre il popolo… dell’epoca nel suo pittoresco costume gremiva la piazza ed i cavalieri mal trattenevano i numerosi cavalli scalpitanti, uscì il corteo imponente. Prima i frombolieri, poi i soldati, dopo i trombettieri, gli anziani, i nobili. Quindi sotto il baldacchino l’arcivescovo col corteggio religioso, infine la Gorgona e le vergini. Per ultimo il popolo, coi vessilliferi delle due città: Pisa e Firenze. La scena fu ripetuta tre volte e vivamente applaudita dal pubblico che vi assisteva.

Domani gli artisti e le masse riposeranno.

Mercoledì, fra i Bufalotti e Marina di Pisa, si svolgeranno gli ultimi quadri. E saranno bellissimi. Il primo da farsi è questo: la partenza delle galee pisane per le Baleari, con la benedizione alle ciurme. Il secondo: il ritorno dei pisani vincitori dalle Baleari. Per queste due scene sono state fatte a Pisa delle galee numerose.

Ai primi di ottobre La Gorgona sarà pronta e lanciata sui mercati di tutto il mondo a fare rivivere l’antica gloria di Pisa.
(Il Telegrafo, Livorno)

La Gorgona (Ambrosio 1914)

La Gorgona (Ambrosio 1914)

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I grandi cinema: Cinema Quirinale

Cinema Quirinale 1927

Cinema Quirinale 1927

Roma, 1927. Sembrano tempi preistorici quelli in cui in una specie di spelonca trogloditica, tinta, abitualmente, al sangue di porco; gli spettatori — in massima parte balie, soldati e ragazzi — accomodati in certe specie di sedie alla Fuller, si beavano di incongrue avventure a lungo metraggio al suono di un’apocalittica spinetta.

Sembrano tempi preistorici, e non sono che dieci o quindici anni. Oggi il Cinematografo — Arte giovane e immediata, ma complessa nella costruzione e di linguaggio universale — richiama tutti i pubblici e tutti i pubblici deve accontentare. Sono sorti così i Cinema-teatri sempre più imponenti, sempre più confortables, sempre più accoglienti, con orchestre sempre più numerose e dirette da maestri specializzati, con installazioni tecniche sempre più perfette. Ed era necessità, che difficile è richiamare e, sopratutto, conservarsi il pubblico. Per buona fortuna l’Italia non è in coda alle altre nazioni in questo campo, e molti cinematografi delle principali città italiane sono molto superiori a quelli parigini.

Gran merito di questa marcia all’avvenire, va alla Società Suvini-Zerboni-Cinema, di cui è anima il Cons. Conte Camillo Gianuzzi-Savelli, eccellentemente coadiuvato dal Direttore Generale Avv. Edmondo Sacerdoti. Il piccolo dinamico Conte Gianuzzi è troppo conosciuto nel mondo cinematografico per descriverne qui la volontà retta e decisa come una bella spada.

La Suvini-Zerboni raggiunge la perfezione in ogni particolare del suo delicato organismo, e per la volontà degli animatori e sopratutto, perché non è affettata da elefantiasi — malattia comune alla maggior parte dei grandi trusts cinematografici di tutto il mondo; sì che l’occhio sagace a amoroso dei dirigenti abbraccia, sì, il panorama dell’azienda ma ne scruta e cura altresì le minuzie apparentemente insignificanti e che invece rappresentano elementi indispensabili di successo, come tanti oscuri soldatini ben comandati.

È per questo che la Suvini-Zerboni possiede in Italia una ventina di Cinema-modello, nei quali la programmazione — in chiaro regime di libertà, — viene predisposta con intuito acutissimo, le orchestre rispondono ai più moderni criteri del cinematografo-arte, in cui non si sfrutta lo spettatore come si spreme un limone, ma lo si alletta rendendolo un affezionato cliente; in cui tutte quelle grandi cose che rendono dilettevole un ritrovo — aerazione, comodità di posti, pulizia generale, riscaldamento, decori stabili e floreali, presentazione chiara precisa e a passo normale del film ecc. ecc. — vengono curate con attenzione quasi diremmo pedantesca.

Ed è così che il Cinema Quirinale di Roma — sorto che non è un anno — si è già acquistata fama de locale serio ed elegante; e la giovane Società, non paga dei primi successi, compierà ben presto la costruzione di un nuovo Cinema a Napoli, il Cinema Regina, che va sorgendo ex novo sulle fondamenta dell’antico glorioso Teatro Rossini.
(Cinema-Teatro, settembre 1927)

Il Cinema Quirinale (o quel che resta del Cinema Quirinale) nel 2014: Restauro ex-Cinema Quirinale

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La crisi del 1921

Mentre la Bertini si sposava a Napoli, ussiva sugli schermi "Ultimo sogno"

Francesca Bertini in “Ultimo sogno”, prima visione a Roma settembre 1921

“A Napoli, il giorno 8 Agosto, sulla verdeggiante collina del Vomero, si è celebrato il matrimonio civile di Francesca Bertini, la Diva dell’Arte muta, col gentiluomo svizzero Paul Cartier, il quale l’ha così sottratta per sempre all’ammirazione degli appassionati del cinematografo.”

La crisi. Rinnovamento e purificazione. Arte, non più commercio

Ritornando, dopo il breve periodo di vacanze alle nostre gradite fatiche quindicinali, ai nostri cortesi lettori, ci troviamo di fronte una novità, che non è… nuova, perché troppo attesa ed inevitabile, ma che non è perciò meno dolorosa: la crisi. Quella crisi medesima che imperversa violentemente sopra tutte le industrie del nostro paese, ha trovato fecondo terreno in questa disgraziatissima industria del cinema. La piccola arte del popolo già, purtroppo, minacciata nella sua stessa esistenza, dalla ingordigia insaziabile di indegni speculatori, dalla vanitosa arroganza di pseudo divinità innalzata ad un tanto al rigo, si dibatte oggi nella ferrea morsa di una crisi che difficilmente potrà essere risolta senza un radicale ed audace rinnovamento.

Abbattere l’attuale edificio pericolante costruito dalle basse speculazioni bancarie e commerciali, dalla corruzione, dalla ignoranza, dalle ambizioni scatenate e mai abbastanza soddisfatte. Un po’ d’aria fresca, sana, che allarghi i polmoni e lo spirito. Un po’ d’arte vera frammezzo al commercio e alla speculazione. Questo vorremmo veder sorgere domani. E in questo la crisi potrebbe riuscire proficua.

Il cinematografo, che è arte squisitamente popolare, dovrebbe poter rivolgersi al popolo con dignità, con serietà e decoro di vera arte. Tanto più che la crisi non è affatto di pubblico. Malgrado i prezzi che non accennano alla più lieve diminuzione, malgrado la stagione, i cinema sono frequentatissimi, qui come ovunque. Ciò dovrebbe seriamente invogliare i produttori ad un lavoro migliore e più coscienzioso, affinché anche il cinema non sia abbandonato dal suo pubblico alla cattiva sorte, voluta, del resto, da chi ne è responsabile.
(La Cine-Fono) 

La Crisi degli Svergognati

Vogliamo spiegare ai nostri amici lettori cos’è questa famosa crisi del cinematografo di cui sono pieni molti giornali politici e quelle pubblicazioni tecniche ancora in vita.

Cominciamo innanzi tutto con l’affermare che la crisi cinematografica d’oggi, in cui si dibatte la povera gente e non i pescecani del cinematografo, è per il novanta per cento fatta d’artificio.

La cinematografia è anzi l’unico prodotto che trova ancora sul suo mercato i suoi vecchi compratori ai vecchi prezzi. In qualunque cinematografo si vada si trova sempre lo stesso pubblico: un po’ diminuito dalla canicola come in tutte le estati, ma pagante sempre le sue brave cinque lire per una poltrona, mentre i teatri sono costretti a regalare i palchi per guadagnare almeno qualche cosarella con gl’ingressi.

Il disagio d’oggi (che non colpisce i pescecani ma i lavoratori) è prodotto dalla crisi finanziaria della cinematografia, non dalla crisi industriale che non c’è.

Differenza fra crisi finanziaria e crisi industriale

Ci spieghiamo alla buona e con esempi pratici: se no i galantuomini non capiranno.

Dopo la guerra e l’anno e € mezzo del dopo guerra le Banche si sono trovate piene di danaro. La paura di perderlo se andava al potere un Governo di galantuomini intelligenti, e la preoccupazione di far fruttare il capitale che quando è fermo si consuma, decisero le Banche ad entrare nell’industria.

Fra le industrie italiane più redditizie la cinematografia occupava il primo posto. Le Banche videro nello schermo il luogo ove celare buona parte d’extra-profitti è così nacque l’Unione Cinematografica Italiana.

La rovina della cinematografia cominciò allora: nel giorno in cui invece d’industria si volle fare della speculazione bancaria.

Veniamo all’esempio pratico.

Si cominciò col valutare a prezzi eccessivi le aziende che si cedevano, perché i proprietari delle varie marche vollero fare anzitutto il loro affare. E così Tiber, Itala, Caesar, Cines ecc. furono vendute per un prezzo enormemente sproporzionato al valore che avevano, ed i trenta milioni di capitale sociale della neonata Unione Cinematografica Italiana andarono in breve a rannicchiarsi in tasche molto private.

Ora è naturale che siccome ogni capitale deve sfruttare il suo interesse, quei trenta milioni iniziali dovevano dare un premio, non esagerato un anno fa, almeno del dieci per cento: tre milioni. E lì cominciò il disastro, perché i tre e più milioni che furono effettivamente dati, rappresentano un artificio contabile per la semplice ragione che i trenta milioni non c’erano più.

Esempio pratico per i galantuomini. (i ladri possono saltare il periodo perché essi sanno tutto meglio di noi). Io ho un’azienda che vale centomila lire e le vale perché mi rende quindici o ventimila l’anno: il venti per cento cioè. Trovo un amico che ha pescato un balordo danaroso da spiumare, e mi propone di vendergli la mia azienda. Io gliela vendo per un milione e mezzo: l’amico ci fa su un’altro mezzo milioncino: totale due milioni. Il balordo è servito a dovere e mette fuori altri due milioni per mandare avanti l’azienda.

Ma che cosa capiterà alla fine dell’anno ? Capiterà che gli utili saranno di sole ventimila lire, (se pure) perché la mia azienda non è cresciuta di valore solamente perché ho trovato un’imbecille che me l’ha pagata venti volte più dell’onesto. lo intanto ho garantito il venti per cento, che su due milioni significa quattrocentomila lire.

Come debbo fare ? E’ semplicissimo: stacco le quattrocentomila lire dal capitale e le dò al balordo (magna che del tuo magni). E si tira avanti, ed aumento la produzione e creo sempre nuovi bisogni di versamenti per mascherare il trucco iniziale. Naturalmente produco molto, produco male, produco più di quanto il mercato ha bisogno, la concorrenza estera mi batte in breccia, i mercati si chiudono e il balordo comincia ad accorgersi che è stato truffato.

Che debbo fare ? Debbo andare in galera ? Nemmeno per sogno: la galera è fatta per i piccoli mariuoli e per i galantuomini ignoranti. Trovo una via d’uscita nella crisi, nella concorrenza estera, nel personale che lavora male e svogliatamente. E dico al balordo: Bisogna chiudere. C’è la crisi. Siamo fregati.

Invece non c’è che un solo fregato: il balordo, e in secondo momento il personale che rimane a spasso. Ma chi se ne buggera del personale ? lo ho i miei villini, i palazzi in testa alla moglie, le masserie in testa al genero, le tenute in testa ai figli, i libretti di conto corrente in testa ai nipoti, le cartelle ed i buoni in testa ai cognati.

E per farmi uscire da questa splendida posizione non c’è nessuno che basti… A meno che il personale, rovinato dalla mia allegra speculazione, non s’armi d’una mazza e non venga a rompere, con la mia, tutte le altre teste su cui ho messi al sicuro i quattrini rubati.

Ecco la crisi finanziaria, le sue cause, e la sua probabile soluzione

La crisi industriale — quella cioè che non c’è — Ha tutto un altro aspetto. L’azienda non è stata venduta, o se lo è stata, non l’ha comprata un balordo e non è stata pagata più di quanto vale. Non c’è capitale inutile e fittizio che pretenda un dividendo non effettivo. Ma è successo che i cavalli che tirano i carri sono morti, che la grandine ha rovinato i nostri raccolti, che i nostri piroscafi sono affondati, che le nostre miniere sono crollate: e la crisi è industriale e nasce da ragioni industriali. In questo caso nessuna legnata riesce a risolvere niente.

Quale aspetto ha la crisi oggi ?

L’aspetto trucchistico e borsistico: non altro.

Difatti i mercati esteri sono chiusi e i nazionali congestionati: ma perché ? Perché abbiamo prodotto troppo e male. E perché abbiamo prodotto troppo e male ? Non certo per colpa del personale artistico che ha eseguiti i soggetti che gli sono stati imposti, con gli elementi (in gran parte femminili) cari alla libidinosa incapacità degli industriali, con i suoi sistemi amministrativi idioti che fanno durare un film sei mesi invece di due.

C’è il caso di Theodora. Il comm. Ambrosio l’ha svalutata prima di farla dando dell’incapace a Carlucci, che è un uomo di talento, per gelosia e invidia. Sia lui che l’U.C.I. hanno messo mille bastoni fra le ruote all’onesto e coscienzioso lavoratore: ed oggi che Theodora è l’unica carta buona nelle loro mani, continuano a svalutare ed amareggiare l’unico uomo che è riuscito a farla.

C’è il caso del direttore che impiega sei mesi a fare il film. Se parlate col direttore questi vi risponde: il giorno tale ho chiesto cento comparse e me ne hanno mandate venti, non ho potuto girare. La prima attrice viene in teatro un giorno sì e due no, e mai prima di mezzogiorno. Non posso dirle niente perché è l’amante dell’industriale.

C’è il caso dell’autore. L’ industriale si lagna sempre della mancanza dei buoni soggetti: ma non c’è caso che un uomo di talento possa presentare un buon soggetto senza sentirsi fare delle ridicole osservazioni da un ex venditore di carne-cotta assunto alla proprietà d’una casa cinematografica, che pretende di « giudicare » un copione mentre non sa scrivere una lettera commerciale senza errori …

Chi scrive ha fatti vari soggetti: ma può assicurare i lettori che è riuscito a vendere solo le cose più insulse e cretine dettate dalla sua penna: i migliori lavori dormono; non li ha voluti nessuno.

E magari si riuscisse a rendere una porcheria qualsiasi senza ritocchi ! Ma no ! C’è sempre l’antico bagarino divenuto cinematografaro che « suggerisce » i cambiamenti. La parte della donna dev’esser più sviluppata (la donna è la sua amante). Quella dell’uomo dev’essere più ristretta: il pubblico non vuole uomini (è invece per non dar ombra all’attrice). Poi ha un cane lupo, molto bello, molto affezionato: bisogna fargli una particina. Poi c’è una particina da fare per una cachet… con la quale, sì, dio mio, l’industriale è andato a letto. Ancora: c’è un ambiente montato e bisogna sfruttarlo, ecc. ecc.

Se la pigliano col personale artistico: Ma noi vediamo a spasso Maria Jacobini, Francesca Bertini fuori dell’arte, Carmine Gallone, Soava Gallone, Linda Pini, Mario Parpagnoli, Leopoldo Carlucci, Baldassarre Negroni e tantissimi altri, angariati, spremuti, minacciati, la Photodrama chiusa, la Palatino chiusa, la Pasquali chiusa, l’Itala semichiusa, la Tiber strachiusa: e in compenso vediamo delle autentiche nullità come la signorina Roasio, che oltre alla dentatura equina e all’amichevole interessamento del comm. Ambrosio non ha nessun altro titolo cinematografico, ma noi vediamo altre tre o quattro signorine della stessa levatura artistica della ex massaia piemontese, lavorare tranquillamente in film mediocri e invendibili, in case-rifugio che sono degli harem, percependo degli stipendi sproporzionati, mentre una folla di autentici valori, di lavoratori onesti e capaci, è costretta a bivaccare sulle verdi vette del Monte di Pietà, in attesa che lor signori abbiano finito di stupefare e terrorizzare le balorde banche con lo spauracchio della crisi, e le abbiano portate alla conclusione d’un vantaggioso concordato che salvi il furto vecchio e permetta la regia nuova che si sta tramando.

Le paghe fantastiche al personale

Questo è uno de gli argomenti più adoperati dagli industriali nella loro azione difensiva verso i banchieri. Essi dicono: La Bertini prendeva due milioni, la Gallone prende tanto, la Menichelli tanto, Genina vuole un subisso di danaro, i cachets pretendono trentacinque lire al giorno.

E’ vero. Gli attori si son fatti pagar molto: mettiamo anche moltissimo. Ma mai troppo, perché qualunque somma hanno percepita non è stata mai sproporzionata a quella che il film avrebbe potuto e dovuto rendere.

La signorina Bertini costava carissimo, ma i film Bertini si vendevano carissimo, e di Francesca Bertini ce n’è una sola. E’ colpa della Bertini forse se dalla Caesar film sono usciti I sette peccati “mortali” e Maddalena Ferat ? Le hanno imposto di fare quei films; essa ha ubbidito ed è passata per la cassa. Genina vuol essere ben pagato ? Ma ne ha il sacrosanto diritto, e con lui la signora Menichelli, la signora Gallone, e tanti altri: perché sono essi che fanno i bei films; sono essi i creatori di quelle visioni che il pubblico paga cinque lire all’ora ! Sono elementi artistici che hanno un valore personale e insostituibile; valore a cui si può imporre il prezzo che si vuole, su cui non si mette calmiere se non creando la concorrenza — non la fame. Caruso ha guadagnato quel che ha voluto: aveva la sua voce. La Bertini ha voluto quel che le pareva: aveva la sua arte, la sua faccia. Le altre e gli altri vogliono quello che vogliono: hanno i loro meriti. Ma che si debba vedere un direttore dell’Unione pagato con più di ventimila lire al mese quando un qualunque dottore in scienze commerciali si riterrebbe felicissimo di sostituirlo per duemila lire, ma che si debbano vedere dei ragionieri percepire cinquemila lire al mese, questo è folle ed immorale.

Maria Jacobini è insostituibile, e non c’è che fare con lei o senza di lei. Ma il commendatore Ambrosio è sostituibilissimo: ci offriamo noi, non ancora attaccati dall’acido urico, per la quarta parte di quanto egli guadagna. I ragionieri e gli avvocati ed i fratelli ed i cugini pagati a sessantamila lire l’anno sono sostituibilissimi da diecimila professionisti che non chiederebbero che un terzo di quegli stipendi !…
(Kines)

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Ida Rubinstein a Torino

Ida Rubinstein, La Nave (1921)

Ida Rubinstein, La Nave (1921)

Magnifici cartelli quelli della Nave! Torino ne era tutta tappezzata e i due colori dominanti, il giallo e il rosso, colpivano e attraevano l’attenzione dell’intera città. Della Nave si faceva un gran parlare considerandone il varo del film come un avvenimento artistico di primo ordine. In caratteri neri spiccava la dicitura e sottolineato da una grande striscia di nero opaco, appariva il nome del regista: Gabriellino D’Annunzio (e quello di Mario Roncoroni n.d.c.), ragazzo che pur non avendo neanche lontanamente la potenza d’ingegno del padre, non mancava di buon gusto e nella Fedra in cui aveva sostenuta la parte di Ippolito aveva avuto qualche momento ottimo.

Ida Rubinstein nella parte di Basiliola, a non smentire la sua speciale adorazione per D’Annunzio che le aveva affidato il San Sebastiano di cui si era occupata tutta la critica parigina, aveva superato se stessa. Artista nel vero senso della parola, piena di raffinatezza, danzatrice classica e fornita di solida cultura, aveva creata una Basiliola viva e fremente. Ricordo che per suggestionarsi, per spronare la sua anima verso le vette più sublimi dell’arte, per eccitarsi, gridava quasi scandendolo in quel suo francese un po’ esotico il nome del poeta. Peccato che il cinema muto non gli permettesse di fare udire la sua voce vibrante e sonora, piena di inflessioni speciali. Grande nella sua arte, semplice e buona nella vita. Quando giunse inaspettata non volle a nessun costo che le altre attrici come la Linda Pini e la Roasio le cedessero il loro camerino e attese che gliene fosse preparato uno. Aveva un sorriso mite in cui si rivelava la bontà dell’anima e una gentilezza pari alla modestia per quanto portasse ai piedi, durante le prove, gemme di tale valore che occorreva metterle a lato delle guardie in borghese. Conversava con tutti in quel suo francese che sapeva di russo e aveva una simpatia infinita per Torino. Quasi ogni sera si recava in compagnia di qualche soggettista e di qualche artista, insieme a Gabriellino al Ristorante San Giorgio (San Giors già Ponte Dora n.d.c.) e nessuno, vedendola vestita con sobria eleganza e con qualche gioiello di rara fattura alla scollatura avrebbe sospettato di trovarsi di fronte all’illustre interprete della Pisanella, all’ispiratrice di D’Annunzio. Aveva una predilezione per il Valentino e sopratutto per quell’angolo del castello medioevale e per rive sottostanti ove la notte acquista una strana malia. Ne parlava sempre e con che entusiasmo! Riceveva molti ammiratori, accordava senza farsi pregare, interviste interessanti e un giorno ebbe la gradita sorpresa di veder comparire mentre si girava una fra le sue più grandi ammiratrici e amiche, la baronessa Orczy, la famosa autrice della Primula rossa. Era felice, e finita la prova rimase con lei l’intera giornata.

La Nave, pur non avendo la potenza e la suggestività di Cabiria, che era stata concepita e scritta per il cinema dal D’Annunzio, fece onore alla Casa Ambrosio e destò un grande interesse quatunque gli incassi non fossero tali da coprire le spese e guadagnarci.

Giovanni Dovretti
(Cine, Torino settembre 1945) 

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Italia, agosto 1914 – In margine alla guerra

Impressioni “dal vero” senza macchina da presa.

In treno.

Che viaggio! Emigranti a migliaia, cacciati sui treni, in prima, in seconda, in terza classe; nei carri bestiame, loro, i loro bimbi, i fagotti, la miseria e il dolore. Non lo dimenticherò più vivessi cent’anni, e, per quanto doloroso, pure, per un certo lato, benedico di aver visto da vicino la terribile ripercussione della guerra in paese neutrale. È un’esperienza di più che libera l’anima da tante storie e ubbie e tormenti fittizi. La vista di così immani dolori ci scuote dal torbido egoismo, lo brucia, ci arroventa il pensiero grigio e ci mostra la verità al bagliore sinistro ma possente della guerra, non nostra, ma di uomini che ci sono fratelli…, come noi figli di questa paurosa umanità dolorante e indomita.

Si è viaggiato in piedi per 24 ore, perché i bimbi erano tanti che i posti erano devoluti a quella povera infanzia dormente. Bimbi di dieci, di quindici, di venti giorni… e quelle povere madri sfinite! La bontà, la pazienza dei ferrovieri è enorme; portano bimbi, aiutano pei bagagli, calmano l’egoista borghese che si lagna del puzzo, si moltiplicano insomma, pazienti e instancabili. A Milano la stazione era un dormitorio, paglia a terra e sopra alla rinfusa, più di quattromila persone vi dormivano! Gente che dopo quindici giorni avevano finalmente mangiato una minestra entrando in Italia. Impossibile dire l’opera dei preti bonomelliani. Egli, il grande, è morto, ma rivive nell’anima de’ suoi figli, nell’adempimento pratico del suo ideale. Vederli questi preti dar da mangiare, attaccarsi coi capi stazione, pregare  i passeggeri di cedere i loro posti ai bimbi, far collette ad ogni treno, portare in collo i bimbi malati, coprire coi loro mantelli i freddolosi, accompagnarli in viaggio, rincuorare, abbassare chi ha la viltà di maltrattare questa gente. Meravigliosi!

Ma solo di viva voce si possono raccontare certe scene indimenticabili. Preoccupazioni personali, dolori nostri, come tutto ci appare insignificante di fronte a questi spettacoli. Povera gente! E prima di scendere al loro paese tiravano fuori l’ultimo grembiale pulito, tenuto per questo, e ne vestivano i bimbi per non dare lo spettacolo completo della miseria. Arrivare puliti a casa loro! La Francia li ha trattati bene, ha dato loro da mangiare prima di partire, non così fu sempre. In certi paesi furono messi in treno alla frontiera e per raggiungere il confine dovettero fare fin dodici ore di marcia!

Basta, è una cosa orribile nella forte realtà, senza frasi e senza retorica.

Donna Maria
(La Donna, Torino 5 settembre 1914)

Non mi risulta che gli operatori italiani abbiano documento questo primo esodo degli italiani, forse mi sbaglio. Fatemi sapere.

Link: Le prime pagine del Corriere della Sera, agosto 1914

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