Cinema muto in Italia fine estate 1914


La storia del cinema muto italiano raccontata da chi l’ha vissuta. Fine estate del 1914. Tempo di divi e di guerra…

Alberto Collo

Alberto Collo (neg. comm. Civirani, Roma)

Alberto Collo: « Nel 1914 la Celio passa alle dipendenze della Cines. Si svolge allora una memorabile lotta a colpi di biglietti da cento (quelli da mille erano ancora rari e rispettabilissimi) fra l’avv. Barattolo che aveva abbandonato il noleggio per fondare la Caesar e il barone Fassini. Intuendo il potere di attrazione dei nomi, Barattolo aveva scritturato Emilio Ghione portandolo via alla Cines. Il colpo di mano non doveva essere che il primo di una lunga serie. Oltre a Carminati, gli occorreva un giovane attore che sapesse recitare con grazia i duetti amorosi con la Carmi. Posando gli occhi su Alberto Collo, scatenò un finimondo alla Cines dove già erano seccatissimi per la fuga di Ghione. Ma Barattolo disponeva di argomenti convincenti. Il contratto con il barone Fassini garantiva a Collo 500 lire mensili; la Caesar gliene offerse 700. Alberto Collo fu colto dai primi sintomi della… febbre dell’oro ed assunse un atteggiamento scarsamente simpatico ma che, in un certo senso, rifletteva i disinvolti costumi in uso allora nel mondo del cinema. Si presentò, dunque a Fassini informandolo che a parità di condizioni sarebbe rimasto volontieri alla Cines dove già era affiatatissimo con la Bertini. Il Barone accettò, ma Barattolo non si diede per vinto. Così, di cento in cento lire, la… quotazione commerciale di Collo aumentò fino a raggiungere il magico traguardo del mensile biglietto da mille che la Caesar assicurava. »

Francesco Soro: « Sopraggiunse frattanto la guerra mondiale, che sconvolse il mondo. Gli industriali – quelli cinematografici in ispecie, trattandosi di un genere di produzione voluttuario, per il quale l’avvenire costituiva un’incognita assoluta – preoccupati e timorosi, incominciarono a chiudere gli stabilimenti ed a licenziare il personale. Colpita da questo provvedimento fu anche la Bertini, la quale, nell’agosto 1914, mentre era in permesso, ebbe la dolorosa sorpresa di ricevere la seguente lettera:

“Signorina Elena Vitiello:
Lo stato di guerra, che attualmente travaglia le maggiori nazioni di Europa, importa non soltanto la chiusura dei quasi tutti i mercati della nostra produzione, ma altresì l’impossibilità dei trasporti delle materie prime e dei films eseguiti. In questo stato di cose siamo costretti a sospendere, per ora, la nostra programmazione e produzione normale e non possiamo pertanto utilizzare ulteriormente l’opera Vostra. Siamo dolenti per conseguenza, di dovervi dichiarare che il contratto fra noi esistente deve intendersi cessato, per la sopravvenuta impossibilità di continuare l’esecuzione.”

Atterrita, Francesca Bertini, si recò negli uffici della Celio ed ebbe la conferma della dolorosa decisione. Per grande concessione le fu offerto di lavorare a mezza paga. Sola, senza lavoro, con forti impegni, che gli artisti – e specialmente le artiste – hanno sempre a causa del vestiario, in previsione di una lunga e forzata disoccupazione, la Bertini ebbe momenti angosciosi d’indecisione. »

Francesca Bertini

Francesca Bertini 1914

Francesca Bertini: « Ero veramente irritata. Inutilmente i dirigenti della Celio tentarono di farmi comprendere quelle che ritenevano essere buone ragioni. Il mio punto di vista non collimava con il loro.

Furente e decisa a tutelare i miei interessi in ogni forma, in un colloquio tempestosissimo avvisai il consigliere delegato, avvocato Mecheri, che avrei immediatamente abbandonata la Celio. Nè a distogliermi dal proposito, bastarono le suppliche dei compagni di lavoro che nel mio allontanamento dai teatri di posa vedevano la prossima fine della casa.

All’uscita dallo stabilimento, mi attendeva, però, una sorpresa. Mecheri si era appositamente trattenuto nel giardino par parlarmi ancora, dopo il burrascoso colloquio che si era svolto nel suo ufficio. Con mia grande sorpresa, il suo tono di voce si era d’improvviso raddolcito.

— Approvo il vostro gesto, signorina Bertini – mi disse – ed io, al vostro posto avrei agito allo stesso modo. Come uomo, sono d’accordo con voi; come consigliere delegato, sono costretto a restare fermo sulle mie posizioni. D’altra parte, le clausole del contratto sono tutte a vostro favore. Vincerete sicuramente la causa che avete in animo di tentare. E poi ricordate: se andate via della Celio abbandono la Celio anch’io.

Non compresi subito il reale significato di queste ultime parole e le attribuii al desiderio che animava Mecheri di mostrarsi gentile con me dopo la sua sfuriata. Esse, invece, avevano tutt’altra importanza.

— Ho l’intenzione – continuò difatti l’avvocato – di creare una mia società per lo sfruttamento dei vostri film. Che ne direste di una Bertini Film?

Non gli risposi subito, nè potevo farlo nello stato di agitazione in cui mi trovavo. Affidai la mia causa ad un legale e non ritornai più alla Celio.

Pochi giorni dopo, su un diffuso giornale cinematografico, comparve un annunzio sensazionale: Francesca Bertini è libera del contratto con la Celio Film.

Fra tutte le proposte che si ammucchiarono in quei giorni sul mio tavolo, quella che maggiormente mi interessò fu quella dell’avvocato Mecheri. Fedele alla parola che mi aveva data, di abbandonare la Celio nel caso in cui me ne fossi definitivamente allontanata, egli mi propose un contratto che io firmai, trovandolo vantaggioso.

Uomo di eccezionali qualità e dotato da un fiuto straordinario, Mecheri non disarmava di fronte a nessun ostacolo. Amava il combattimento per la sua stessa bellezza e conosceva l’arte sottile di convincere: nelle parole che egli adoperava a sostegno delle sue tesi, vi era un indiscutibile fascino. Audace nei suoi colpi di testa e fastuoso nella sua vita privata, era abituato da tempo a collezionare vittorie. Alle molte che arricchivano la sua copiosa raccolta voleva aggiungere il trofeo Bertini; la conquista di esso si presentava difficilissima.

Anche Giuseppe Barattolo, capo della Caesar, come tutti i suoi colleghi produttori, aveva la sua rituale proposta in tasca, e non tardò ad entrare direttamente in argomento.

— Signorina Bertini, voi dovete lavorare per me.

— Lo farei molto volontieri, se fosse possibile.

— Ignoro l’impossibile e sono disposto ad accettare le condizioni che vorrete dettare.»

Informazioni su thea

in penombra - archivio del cinema muto - silent film archive
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